giovedì 31 luglio 2008

Dove comincia il viaggio


“La carta geografica, insomma, anche se statica, presuppone un’idea narrativa, è concepita in funzione d’un itinerario, è un’Odissea”.

Così scriveva Italo Calvino nel 1980 su “Repubblica”, nell’articolo intitolato “Il viandante nella mappa”, poi raccolto in “Collezione di sabbia”.

È lì che comincia il viaggio, da quella pianificazione sulla carta, dal momento in cui la spieghiamo su un tavolo abbastanza ampio e cominciamo a familiarizzare con i nomi, a seguire strade e fiumi, a orizzontarci, a scoprire luoghi da visitare. Il viaggio è già tutto lì, in quella ipotesi, in quel dire “Qui dobbiamo assolutamente andare” o “Questo è un edificio da visitare”. Già l’itinerario si costruisce, i toponimi si insinuano nella mente, spilli invisibili si puntano su quella mappa.

Per noi, in quel momento, è come se la carta geografica fosse in scala 1:1, come nel racconto di Borges la mappa di carta si sovrapponeva perfettamente all’Impero cinese.
Siamo i viaggiatori e ci trastulla quel passatempo infantile. Siamo i sognatori che, senza muoversi da quell’ampio tavolo dove abbiamo posato la carta, già volano a inseguire la meta, leggeri come un palloncino:

Per il bimbo, amante di mappe e di immagini,
l'universo eguaglia la sua fame immensa.
Com'è grande il mondo al lume delle lampade!
E piccolo, invece, agli occhi del ricordo!

Partiamo all'alba, con il cervello ardente,
il cuore gonfio di rancore e desideri amari,
e andiamo, docili al ritmo delle onde,
cullando l'infinito nostro sul finito dei mari:

alcuni son lieti di fuggir la patria infame;
altri, l'orrore dei natali; altri ancora,
astrologhi annegati negli occhi d'una donna,
la Circe tirannica dagli insidiosi profumi.

Per non esser mutati in bestie, s'inebriano
d'aria e di luce e di cieli infuocati;
il gelo che morde e i soli che abbronzano,
lentamente cancellano la traccia dei baci.

Ma viaggiatori veri son quelli che partono
solo per partire; cuor leggero, simile
a un palloncino, mai dal proprio fato deviano,
e dicono: "andiamo!" ma il perché lo ignorano.

Son quelli con desideri a forma di nuvole,
e sognano, come con il cannone fa la recluta,
dei piaceri vasti, sconosciuti, mutevoli,
dal nome ignoto da sempre all'umano spirito!

CHARLES BAUDELAIRE
“Il viaggio“ prima parte, da “I fiori del male”


Edward Brewtnall, "The Honeymooners"



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LA FRASE DEL GIORNO
Travel (viaggio) deriva da travail: "lavoro fisico o mentale", "fatica soprattutto di carattere doloroso o opprimente" "sforzo", "pena", "travaglio". Un "cammino".
BRUCE CHATWIN, Le Vie dei Canti

mercoledì 30 luglio 2008

Adriano al British Museum


Umanista, fanatico della cultura greca, arrivato al potere a 41 anni da una classe dirigente originaria della Spagna, diventata ricca e autorevole grazie all’olio d’oliva.
È il ritratto di Adriano, che succede al padre adottivo Traiano nel 117 d.C. trovandosi a capo di un impero troppo vasto, reso più fragile da questa sua enormità, oggetto di rivolte nei luoghi più disparati. La sua prima decisione è il ritiro delle truppe dalla Mesopotamia, dall’Armenia e dall’Abissinia, così da rinsaldare le frontiere e ricompattare l’esercito. Inoltre fa erigere un imponente vallo a dividere la Scozia barbara dall’Inghilterra romana: i muri di Berlino, Cipro e Israele gli devono dunque qualcosa…

Il British Museum dedica all’imperatore una notevole mostra, che prende avvio da una colossale testa di Adriano, la barba riccioluta, la fronte alta e lo sguardo sicuro: una statua ritrovata solo un anno fa in Turchia. Busti e statue accompagnano marmi, bronzi, monete, tesori archeologici e tavolette manoscritte: un totale di 180 oggetti prestati da 31 musei del mondo.
Un’esposizione molto attuale, dice il curatore Neil Mac Gregor: “Studiare l’epoca di Adriano significa anche porsi la questione delle frontiere dell’Europa, dimostrare che la loro definizione è politica e non geografica. L’Europa di Adriano ingloba la Turchia e il Maghreb. Che Europa vogliamo oggi: quella di Adriano o quella di Carlomagno, limitata al nord-ovest?”

Thorsten Opper, conservatore delle antichità greche e romane al British Museum, spiega lo scopo della mostra: “Vuole rendere la sua personalità significativa per la nostra epoca mostrando tutte le sfaccettature del suo regno: la grande forza civilizzatrice, ma anche l’imperialismo brutale.” Prosegue Opper: “Adriano ha lasciato grandi monumenti in quasi tutte le città e ne ha fondate di nuove. La sua eredità è considerevole.”

Mac Gregor invece analizza la visione di Adriano che aveva Marguerite Yourcenar: era il leader politico che necessitava all’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale, all’epoca in cui la scrittrice francese pubblicò “Memorie di Adriano". Un pacificatore fermo nell’esercizio del potere, ma capace di mostrare i suoi sentimenti amorosi. “In realtà” dice Mac Gregor “la sicurezza dell’impero ha un costo, pagato dagli individui. Adriano era più complesso della sua immagine di imperatore filosofo. Molte scoperte recenti mostrano che era un condottiero di grande brutalità, che eliminava i suoi rivali con ferocia e che domava le ribellioni nel sangue”. Come dargli torto? I seicentomila ebrei trucidati nella rivolta di Simon Bar Kokhba in Israele sono testimoniati anche in questa mostra.


"Hadrian, Empire and Conflict"
British Museum, Great Russell Street, Londra

Fino al 26 ottobre
Tutti i giorni dalle 10 alle 17.30. Ingresso 12 sterline (circa 16 €)
http://www.britishmuseum.org/





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LA FRASE DEL GIORNO
Per un uomo di gusto, l'ostacolo più grave consiste nel fatto di occupare una posizione preminente, che implica ineluttabilmente il rischio dell’adulazione e della menzogna.
MARGUERITE YOURCENAR, Memorie di Adriano

martedì 29 luglio 2008

Divisionisti italiani a Londra


Il Divisionismo è un movimento pittorico che prende l’avvio dalle ultime esperienze del Neo-impressionismo francese di Seurat e si sviluppa im Europa tra il 1885 e il 1910. Prende il nome da quella tecnica che consiste nella scomposizione di un tono nei fattori coloristici complementari e nella stesura a piccole pennellate di colori puri che, osservati da una certa distanza, ricostituiscono l’unità del tono originario. Un po’ come per il Pointillisme francese.

L’affermazione del movimento, che apportava una grande novità tecnica nel mondo dell’arte, si ebbe alla prima Triennale di Brera a Milano nel 1891. Giovanni Segantini, considerato il caposcuola del movimento, in realtà ne applicò le teorie solo in parte: il vero fondatore fu Vittore Grubicy de Dragon.

La National Gallery di Londra propone, fino al 7 settembre 2008, “Radical Light: Italy’s Divisionists Painters 1891-1910”, una mostra che raccoglie opere di aristi noti come Segantini e Pellizza da Volpedo, dei Futuristi Balla, Carrà e Boccioni, e di Divisionisti puri e poco noti come lo stesso Grubicy de Dragon, Gaetano Previati, Plinio Nomellini, e Ettore Sottocornola.

Nella società contemporanea questi pittori meritano un approfondimento: il loro mondo era quello delle grandi evoluzioni tecniche, delle società industriali in espansione, delle città che si ingrandivano in un periodo senza guerre. Riuscirono così a stabilire una relazione tra la modernità urbana e quella artistica, rappresentando l’una per mezzo dell’altra.

Comune a tutti loro è il senso della luce, che appare soprattutto evidente nei paesaggi di montagna di Segantini, ma che risalta anche nelle composizioni di Pellizza da Volpedo.

Le sessanta tele sono esposte nella Sansbury Wing, con ingresso da Trafalgar Square, apertura giornaliera dalle 10 alle 18 e biglietto a 8 sterline (10,15 €).


Giovanni Segantini, "Ritorno dai boschi", 1890

© Segantini Museum, St Moritz

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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte non imita, interpreta.
CARLO DOSSI, Note azzurre, n. 5418

lunedì 28 luglio 2008

La cosa più dolce


ASCLEPIADE

LA COSA PIÙ DOLCE


È dolce nell'arsura dell'estate
portarsi al labbro un poco di neve;
e quando l'inverno declina
ai marinai è dolce rivedere
la Corona che annunzia primavera.
Ma la cosa più dolce, se un lenzuolo
copre due innamorati
e i loro cuori esaltano Afrodite.


Questo bel giro di stagioni è un epigramma del greco Asclepiade, vissuto nel III secolo a.C.
Nato a Samo, di lui ci restano quarantacinque poesie conservate nell’Antologia Palatina, alcune di autenticità alquanto dubbia. Qui esprime tutta quanta la sua filosofia di vita, una gioiosa ricerca dell’amore e del convito, quali unici beni capaci di squarciare la noia dell’esistenza.

Così la neve è un lusso nei caldi pomeriggi d’estate - era conservata nelle fresche caverne che erano i frigoriferi dell’antichità. Scorgere la costellazione della primavera è invece un piacere alla portata di tutti, in primis dei marinai che escono in mare e ritrovano il periodo propizio alla pesca e alla navigazione. Il massimo dei piaceri, lo stato da prediligere è, comunque e sempre, per Asclepiade l’amore, e non solo quello fisico che qui invoca.


Jacques-Louis David, "Paride e Elena"



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LA FRASE DEL GIORNO
Ad entrambi gli utenti l'amore pare una versione perfettamente soddisfacente dell'infinito.
JOSÉ DONOSO, La misteriosa scomparsa della marchesa di Loria

domenica 27 luglio 2008

Il libro più caro del mondo


Il libro più caro del mondo costa 153 milioni di euro. Si intitola “Die Aufgabe” e consta solo di tredici pagine scritte, nelle quali risponde alle grandi domande dell’umanità.
Il suo autore è il tedesco Tomas Alexander Hartmann e lo presenterà a Dubai nel marzo 2009.

Il prezzo del libro è considerato il più alto della storia. Hartmann lo giustifica con il contenuto, dice di aver risolto in meno di trecento frasi le tre più grandi questioni che l’uomo si pone: Da dove veniamo? Dove andiamo? Qual è il nostro compito?

“L’alto prezzo di un libro” dice “si deve alla sua prospettiva così profonda, che fa sì che il valore del libro sia incalcolabile”. Sarà. Per ora passa non solo da visionario, ma anche da presuntuoso.

La copia sarà scritta nella lingua del compratore-nababbo ed il testo potrà essere facilmente tradotto in altri centocinquanta idiomi grazie all’uso di una speciale tecnica. L’opera sarà inserita in una copertina d’oro fino e tutti i diritti di licenza saranno assegnati al compratore.

Continuo a preferire i tascabili…


Foto: Presseportal

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LA FRASE DEL GIORNO
I confini dell'anima vai e non li trovi, anche a percorrere tutte le strade: così profondo è il discorso che essa comporta.
ERACLITO, Frammenti

sabato 26 luglio 2008

L’utopia di Adolf


Hitler aveva un sogno: trasformare Berlino nella più grande megalopoli del mondo entro il 1950. Assoldò un manipolo di architetti agli ordini di Albert Speer per realizzarne il futuristico piano urbanistico. Quella città avrebbe dovuto anche cambiare nome: avrebbe assunto la denominazione latina del paese, “Germania”.

Per la prima volta il Museo di Architettura dell’Università Tecnica della capitale tedesca espone i disegni satirici intorno al progetto, realizzati da Hans Stephen, uno degli artefici mancati di quella città che avrebbe dovuto rispecchiare la grandezza del Reich. Tra il 1937 e il 1942 l’urbanista disegnò oscuri scenari cittadini, con vasti viali a cinquanta corsie dove i pedoni apparivano intimoriti; altri omuncoli scalavano montagne di macerie mentre un canyon sventrava il viale principale.
A distanza di anni si può dire che Stephen fu profetico, ma furono le bombe alleate a mettere in pratica i suoi disegni. Il progetto “Germania” non uscì mai dalla cerchia degli architetti.

“Non si sa nulla con sicurezza, però credo che non sarebbe uscito nulla di buono se fosse giunto alle orecchie di Hitler” dice il curatore Hans-Dieter Nägelke. Certo, il Reich non avrebbe tollerato la satira e i disegni rimasero ben nascosti fino al 1950. Non è noto perché il progetto sia stato accantonato: non per la piega della guerra, perché nel 1942 le forze dell’Asse apparivano ancora forti; forse per quella velata ostilità al regime o per l’ilarità suscitata in alcuni collaboratori.
Patrick Golenia, un altro responsabile della mostra, ricorda che “Si trattava di costruire, all’improvviso, una città completamente nuova. Per un architetto è molto interessante poter fare una cosa simile”. Al centro della città doveva sorgere il “Grande Padiglione”, alto 290 metri, la cui cupola doveva sostenere un’aquila, simbolo della forza del Reich, appoggiata sul globo terrestre a rappresentare la megalomania del Führer.

Furono comunque le sorti della guerra a bloccare definitivamente l’idea: l’unico edificio del progetto “Germania” realizzato fu la Cancelleria, eretta in pochi mesi e spazzata via in poche ore dalle bombe degli Alleati.

IL PROGETTO “GERMANIA”




LA MOSTRA

Fröhliche Neugestaltung. Albert Speers Generalbebauungsplan im Spiegel satirischer Zeichnungen seines Mitarbeiters Hans Stephan

Berlino, Architekturmuseum der Technische Universität
Straße des 17. Juni. 150/152
dal 14 luglio al 19 ottobre 2008
dal lunedì al giovedì, 12.00-16-00
Disegno di Hans Stephan


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LA FRASE DEL GIORNO
Di solito sono le origini del nuovo quello che il nostro spirito cerca nel passato.
JOHANN HUIZINGA, L'autunno del Medioevo

venerdì 25 luglio 2008

Il 25 luglio 1943


Il 25 luglio 1943 era una calda domenica d'estate. Ma la sera, sul tardi, alle 22.45, la radio lanciò quella data nella storia d'Italia: annunciò che il Duce Benito Mussolini si era dimesso e che Badoglio aveva assunto le funzioni di capo del governo. Il Fascismo era crollato. Le piazze e le strade si riempirono di gente festante con cartelli e tricolori con lo stemma sabaudo. L'indomani avrebbero festeggiato ancora, riversandosi di nuovo nelle vie, avrebbero preso a martellate i fasci littori incisi nel marmo dei palazzi, staccato le teste di Mussolini dalle statue, bruciato i gagliardetti neri, formato quegli "assembramenti" tanto osteggiati dal regime, ascoltato Radio Londra a finestre spalancate.

Ma quel 25 luglio, politicamente, fu un giorno lunghissimo: sul far della notte del 24 si era riunito per la prima volta dall'inizio della guerra il Gran Consiglio, su iniziativa di un gruppo di gerarchi. Mussolini aveva aderito annoiato alla proposta, non intuì che si giocava il suo destino o forse si riteneva in grado di fronteggiare comunque la rivolta che si trasformò invece in colpo di stato. L'ordine del giorno presentato dal ministro Dino Grandi venne approvato con 19 voti: metteva in discussione la figura stessa del Duce, le sue capacità di condottiero militare.
Mussolini chiese un incontro con Vittorio Emanuele III, convinto di riuscire a cavarsela con un rimpasto e con la restituzione della delega per il comando delle Forze Armate. Invece il re lo gelò: "Mi dispiace, mi dispiace, ma la soluzione non poteva essere diversa" gli disse senza lasciarlo quasi parlare. Poco dopo davanti al monarca si presentò il Maresciallo d'Italia Badoglio: ricevette l'incarico di formare il nuovo governo e il compito di mantenere l'ordine pubblico. Fu il primo e unico militare presidente del Consiglio nella storia d'Italia.

Mussolini, all'uscita da Villa Savoia, venne arrestato. Il regime non ebbe alcun segno di reazione: sembrava un otre da cui fosse uscita tutta l'aria. Sporadici furono gli esempi di devozione cieca: il suicidio del direttore dell'Agenzia Stefani, la voce del regime; le parole di sostegno del comandante della Milizia, costretto però a dimettersi due giorni dopo. Sembrò che la classe che aveva sostenuto il Fascismo avesse interpretato quel 25 luglio come un intervento chirurgico necessario per la sopravvivenza del paese.



Il giorno successivo, lunedì 26 luglio, i giornali uscirono con titoli a nove colonne e l'assenza dell'indicazione dell'era fascista nella data. In poche ore cambiarono tutti i direttori. Ma, passato il giubilo della prima ora, il paese si trovò nuovamente a fare i conti con la sua disastrata situazione economica: "L'acqua tuttora manca o difetta e manca del tutto in località sinistrate, come a San Lorenzo" scriveva "Il popolo di Roma", diretto da Corrado Alvaro.

La fine della guerra era ancora lontana: l'8 settembre avrebbe sconvolto nuovamente gli scenari e una dolorosa guerra civile si palesava dietro l'angolo.






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LA FRASE DEL GIORNO

La principale lezione della storia è che fatti chiarissimi per i posteri sono ignorati da chi si trova a vivere.
CARLO CASSOLA, La lezione della storia

giovedì 24 luglio 2008

La vittoria di Dorando


Johnny Hayes. È il nome del vincitore della gara di maratona alle quarte Olimpiadi moderne. “Per ogni mille persone che conoscono il nome di Dorando, forse nemmeno una sarà in grado di dire chi fu il vincitore ufficiale della Maratona di Londra" ebbe a dire Harold Abrahams, il campione dei 100 metri alle Olimpiadi di Parigi del 1924, a cui venne dedicato il film “Momenti di gloria”.

Se pensiamo a quelle lontane Olimpiadi di Londra, a quella gara svoltasi il 24 luglio del 1908, esattamente cento anni fa, una sola immagine ci viene in mente: quella di un uomo baffuto con la camicia bianca e dei lunghi pantaloncini scuri, con un fazzolettone bianco in testa, barcollante, esausto, che taglia il traguardo aiutato da due uomini negli ultimissimi metri. È lui il vero vincitore, è Dorando Pietri.
Le Olimpiadi erano appena agli albori: non avevano un grande passato alle spalle, ma quell'evento colpì tutto il mondo, tanto da essere considerato l’episodio più celebre nella storia dei Giochi ancora adesso che a Pechino (non a Beijing come spesso si sente dire) si disputa la ventinovesima edizione.

"Io non sono il vincitore della maratona. Invece, come dicono gli inglesi, io sono colui che ha vinto ed ha perso la vittoria" scrisse il 30 luglio 1908 sul Corriere della Sera lo stesso Dorando Pietri. Forse quel piccolo ventitreenne di Carpi, garzone di pasticceria, aveva capito che entrava nella storia: se avesse vinto e basta, sarebbe stato uno dei tanti, come Johnny Hayes, arrivato con nove minuti di ritardo, che “vinse” solo grazie al reclamo presentato dalla federazione statunitense. Invece la sua vittoria era molto più grande, andava al di là di tutte le ingiustizie e di tutte le prepotenze, lo portava direttamente nel mito e nella leggenda, lo consegnava all’empireo sportivo.

Era una vicenda molto commovente. Il Daily Mail scrisse: “La grande impresa dell'italiano non potrà mai essere cancellata dagli archivi dello sport, qualunque possa essere la decisione dei giudici". Arthur Conan Doyle, lo scrittore “padre” di Sherlock Holmes, diede il via a una raccolta di denaro per premiare Dorando Pietri e consentirgli di aprire una panetteria; Irving Berlin gli dedicò una canzone, “Dorando”; la regina Alessandra gli donò una coppa d‘argento.

Ma i soldi arrivarono a Dorando dalla tournée negli Stati Uniti e in Sudamerica: nel novembre 1908 batté Hayes nella maratona di rivincita organizzata al Madison Square Garden di New York, e lo ribatté nel 1909. Nel 1911, a soli 26 anni, si ritirò: in tre anni di professionismo, partecipando a 46 gare aveva guadagnato premi per 200.000 lire. Non aprì una panetteria, come aveva pensato Conan Doyle, ma un hotel, che non riuscì a gestire.

Fotografie di pubblico dominio




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LA FRASE DEL GIORNO
Mito è infatti fondazione di vita, è lo schema senza tempo, la formula religiosa in cui la vita, dopo aver attinto dall'inconscio i tratti del mito e averli riprodotti, confluisce.
THOMAS MANN, Giuseppe e i suoi fratelli

mercoledì 23 luglio 2008

Centenario di Vittorini


Io penso che sia molta umiltà essere scrittore. Lo vedo come fu in mio padre, ch'era maniscalco e scriveva tragedie, e non considerava il suo scrivere tragedie di più del ferrare cavalli. Anzi, quando era a ferrare cavalli, mai accettava che gli dicessero: "Non così, ma così. Tu hai sbagliato". Guardava coi suoi occhi azzurri, e sorrideva o rideva; scuoteva il capo. Ma quando scriveva dava ragione ad ognuno per qualunque cosa. Ascoltava quello che chiunque gli diceva, e non scuoteva il capo, dava ragione. Era molto umile nel suo scrivere; diceva di prenderlo da tutti; e cercava, per amore del suo scrivere, di essere umile in ogni cosa: prendere da tutti in ogni cosa.
Dalla prima edizione di "Uomini e no" (1945)

Elio Vittorini
, l’autore di “Uomini e no” e “Conversazione in Sicilia”, nasceva a Siracusa cento anni fa, il 23 luglio 1908. Suo padre non era maniscalco, come per la voce narrante di “Uomini e no”, ma ferroviere. Grazie ai suoi biglietti scappò di casa ben tre volte tra i tredici e i diciassette anni interrompendo gli studi di ragioneria.
Forse era già allora preda di quel tumulto di rinnovamento che lo portò nel dopoguerra a diffondere la letteratura americana, a fondare le riviste “Il Politecnico” e “Il Menabò”, diretto insieme a Italo Calvino, a lanciare scrittori e memorialisti per le collane “I Gettoni” di Einaudi, “Medusa” di Mondadori e “Corona “ di Bompiani. Fu lui a far conoscere Mario Rigoni Stern e Marguerite Duras, ma stroncò “Il gattopardo” quando capitò sotto le sue mani di direttore editoriale.

Quel suo continuo cercare la verità lo portò, come rigetto al Ventennio fascista che lo vide anche in arresto nel 1943, all’iscrizione al PCI e alla direzione dell’Unità. Ma subito ne scoprì il lato oscuro, intavolò un’aspra polemica con Togliatti: "Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell'uomo ch'egli soltanto sa scorgere nell'uomo".
Nel 1951 abbandonò il partito e nel 1956 scrisse pagine accorate sulla rivoluzione d’Ungheria che soffocava nel sangue la democrazia.

Era scrittore non molto prolifico, Vittorini: questo probabilmente anche per lo stile, che coniugava la cronaca e la poesia, che mediava tra un tono realistico ed uno più lirico, favolistico.
Nella prefazione a "Il garofano rosso" scriveva:

Io non ho mai aspirato "ai" libri; aspiro "al" libro; scrivo perché credo in "una" verità da dire; e se torno a scrivere non è perché mi accorga di "altre" verità che si possono aggiungere, dire "in più", dire "inoltre", ma perché qualcosa che continua a mutare nella verità mi sembra esigere che non si smetta mai di ricominciare a dirla.

Questa “scoperta”, questa trasfigurazione allusiva della realtà è costante nella sua opera, già da “Il garofano rosso”, e via via prosegue in “Conversazione in Sicilia” e in “Uomini e no”. Sul finire degli Anni Trenta Vittorini dichiarò di dividere in due categorie gli scrittori: quelli che fanno pensare, leggendoli, che “Ecco, è proprio vero” e quelli che fanno pensare “Perdio, mai avrei supposto che potesse essere così”.
Elio Vittorini appartiene senza dubbio a questo secondo genere: non si limita a confermare che la realtà è davvero come la si vede, ma la definisce, ne rivela gli aspetti sotterranei, i reconditi collegamenti, tanto che poi ci si stupisce di non averli colti.


Elio Vittorini (a sinistra) con Eugenio Montale - Pubblico dominio



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LA FRASE DEL GIORNO
Dietro ogni libro c'è un uomo. Un uomo che ha dovuto pensarli. Un uomo cui è occorso molto tempo per scriverli, per buttar giù tante parole sulla carta.
RAY BRADBURY, Fahrenheit 451

martedì 22 luglio 2008

La poesia “cattiva”


Lungamente travolto dai marosi
tu sia sbattuto contro Salmidesso,
nudo, di notte, mentre in noi fa quiete.
E spossato, con ansia della riva,
tu rimanga a ciglio del frangente,
nel freddo, stridendo i denti,
come un cane, riverso sulla bocca;
ed il flusso continuo delle acque
ti copra fitto d’alghe.
Così ti prendano i Traci, che in alto
annodate portano le chiome,
e con loro tu nutra molti mali
mangiando il pane dello schiavo.
Questo vorrei vedere che tu soffra,
tu che m’eri amico un tempo
e poi mi camminasti sopra il cuore.


Per poesia “cattiva” qui non si intende quella di scarsa qualità, ma quella che convoglia i suoi canoni emotivi ed estetici in una direzione violenta ed ingiurosa, fino ad augurare il male. È l’invettiva, aspra, pungente, spesso oltraggiosa, talora sferzante. Quando fa uso dell’ironia ne esce addirittura nobilitata.
È un genere frequentato dall’antichità, come dimostrano questi versi di Archiloco, rivolti ad un amico che lo ha tradito: gli augura di naufragare e di riuscire sì a salvarsi dai marosi ma solo per essere catturato dai Traci e di servire sotto loro come schiavo, così da soffrire per ripagare il male fatto al poeta.

Marziale tra i latini praticò molto il genere. Questo è l’epigramma XXXVIII del secondo libro:

Cosa mi frutti il podere nomentano mi chiedi tu, o Lino?
Che stando là non ti vedo: questo mi frutta, o Lino.

Cecco Angiolieri nel Duecento coltivava la sua rabbia con il sonetto “S’i fosse foco”, realizzando un beffardo controcanto alla dolcezza dello Stil Novo:

S’i’ fosse foco, arderéi ’l mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempesterei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil'en profondo;

s’i’ fosse papa, sere' allor giocondo,
ché tutti cristiani imbrigherei;
s’i’ fosse ’mperator, sa’ che farei?
A tutti mozzarei lo capo a tondo.

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi’ madre.

S’i’ fosse Cecco com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lasserei altrui.

Anche Catullo, Shakespeare, Verlaine, Carducci e l’insospettabile Garcia Lorca si cimentarono nell’invettiva piegando al tagliente vento dell’odio la loro penna capace di meravigliosi racconti d’amore. Il fuoco sacro della poesia è capace di forgiare qualsiasi emozione, di esprimere splendidamente il sentimento: che sia la passione amorosa o l’odio più feroce.

Petra Gall Stas, "Ugly dog sticking out his tongue"



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LA FRASE DEL GIORNO
Un uomo non può dire «Io comporrò poesia». Perfino il più grande poeta non può dirlo: infatti la mente che crea è come un carbone semispento che qualche influenza invisibile, come vento incostante, ridesta a momentaneo splendore.
PERCY BYSSHE SHELLEY, Difesa della poesia

lunedì 21 luglio 2008

Cos'è la poesia? (IV)


LA POESIA


La Poesia non è pazienza
E non è impazienza.
La Poesia non è scrivania
E tanto meno carta.
La Poesia è Speranza.
Amata o disamata
Produce gelo fuoco
E un certo vuoto
Nel quale uno si riconosce
E un altro fugge.
La Poesia non è lana
Per la testa fredda
E solo riscalda
La mano aperta.
La Poesia è un ponte
Che sta per cadere
E mai non cade.
La Poesia è in alto
E anche in basso
Dove crescono semi
Fiumi e vermi.

Ancora una riflessione su cosa in realtà sia la poesia. Finora ho raccolto un caleidoscopio di impressioni: la poesia è bellezza, è emozione, è ricordo, è speranza, è uno sguardo nell'abisso, è immaginazione, è quello che manca o si aggiunge. Il poeta tarantino Raffaele Carrieri, che veste spesso di ironia i suoi versi, riassume tutto ciò in questa lirica del 1963 inserita in "La giornata è finita": la poesia è un intreccio di sensazioni e spesso non è dove ci immagineremmo di trovarla. Non basta a fare poesia una bella scrivania, un bel foglio di carta, una bella penna: i versi nascono anche a matita sul retro di biglietti della metropolitana, su margini di fogli di giornale strappati (il famoso tascapane di Ungaretti), su vecchie cartoline. È un gomitolo di contrasti: nasce dalla gioia e dal dolore, dal bene e dal male, dal caldo e dal freddo, dal sublime e dall'infimo. "La mia musa è una bestia / Da terra bruciata" dice Carrieri. Ma anche "Questo mucchietto di cenere / In mezzo alla foschia / Sono io; e l'erba che sopra / Vi cresce, ancora verde, / La mia poesia".

È ben salda la poesia, in questa sua flessibilità: se anche non è dove la cerchiamo, sarà lei a venirci a trovare, scrivere a comando non è possibile. Cogliere il suo effimero fiorire è compito del poeta:

Da lontano viene poesia
E all'acqua somiglia.
Nel fuggire la valle
Dell'ansia
Breve vita l'attende
Quando rotta cade
Nel debole bicchiere.

(da "Io che sono cicala", 1967)


Roberto Fantini, "Ogni giorno una poesia"



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LA FRASE DEL GIORNO
Poesia è l'impossibile fatto possibile.
FEDERICO GARCÍA LORCA, Alle poesie complete di Antonio Machado

domenica 20 luglio 2008

La poesia degli indici


Analogamente alla poesia dorsale di cui si è visto ieri, esiste una "poesia degli indici": titoli di poesie o capoversi che vanno affiancandosi formando nuove poesie appunto negli elenchi alla fine del volume o in certi casi nei sommari all'inizio di essi.

Questa è la voce dedicata a Gustavo Adolfo Bécquer in "Capolavori della poesia romantica" nei Grandi Classici Mondadori:

Come la brezza che pervade il sangue
Negli atomi invisibili dell'aria
Io sono ardente, io sono bruna
La tua pupilla è azzurra e quando ridi
M'ha ferito insidiandomi nell'ombra
Torneranno le brune rondinelle
Com'è bello vedere il giorno

Basta mettere un punto dopo il terzo verso e uno dopo il quinto e il gioco è fatto.

Un altro esempio dalla stessa antologia: il riferimento al poeta tedesco Clemens Brentano:

Soffiano a sera gli aliti di vento
Parla da lungi
Caro mirto sussurra
Non odi come le fonti mormorano
Ahimè, tutto passa e trascorre
Tu
25 agosto 1817

Oppure la sezione "Visibile, invisibile" nella raccolta "La terra impareggiabile" di Salvatore Quasimodo:

Visibile, invisibile
La terra impareggiabile
Oggi ventuno marzo
Dalla natura deforme
Un arco aperto
Un'anfora di rame
Al padre
Le arche scaligere
Un gesto o un nome dello spirito

Questi sono esempi di vera "poesia automatica", meccanicamente composta: non c'è il tocco del poeta che mette in relazione i titoli dei libri nella poesia dorsale. La poesia degli indici si crea da sé...




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LA FRASE DEL GIORNO
Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare.
ANATOLE FRANCE, Il giardino di Epicuro

sabato 19 luglio 2008

Poesia dorsale


Nelle nostre biblioteche dormono poesie inconsapevoli: sono formate dai titoli dei libri. Il gioco della poesia dorsale nasce guardando i volumi nelle loro disparate forme e colori. Si prende un volume, lo si associa a un altro e via così: nasce una poesia mettendo uno sopra l’altro fisicamente i libri. Il grafico Stefano Belloni, con la giornalista Antonella Ottolina, ne ha realizzate un centinaio. “Alla prima versione convincente” spiega “subito uno scatto. Resterà l’unica traccia della propria creazione”.

Di foto in foto hanno realizzato una mostra, aperta fino al 31 luglio alla Libreria Archivi del ‘900 di Milano in Via Montevideo, 9, nella zona del Parco Solari.



Questa una delle opere in mostra:

Come pensano gli uomini sulla bellezza
è tutta una finzione.
Ciascuno è perfetto
per amarsi un po’


Il record assoluto appartiene a una poesia composta da 78 titoli di libri, per un’altezza di un metro e settanta, che è stata esposta in primavera alla Fiera del Libro di Torino.

“Prendete un giornale. Prendete le forbici. Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate per la vostra poesia. Ritagliate l'articolo. Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono l'articolo e mettetele in un sacco. Agitate delicatamente. Tirate poi fuori un ritaglio dopo l'altro dispondendoli nell'ordine in cui sono usciti dal sacco. Copiate scrupolosamente. La poesia vi somiglierà. Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, benché incompresa dal volgo”. Così recita il manifesto dadaista di Tristan Tzara, apparso sul finire della Prima Guerra Mondiale.

Alla fine, anche per la “poesia dorsale” si tratta di un’operazione di tipo dadaista. La differenza è nell’inventiva dell’autore, che soverchia il caso inserendovi qualcosa di suo, che sia emozione, tecnica o esperienza.

Ho voluto cimentarmi anch’io con la poesia dorsale: ho preso qualche libro tra gli scaffali di casa e il risultato, aggiunta la punteggiatura, è questo:

O corpo sospiroso
Non ti muovere.
La vita è altrove,
La grande illusione
Nel progetto di un freddo perenne.
Niente per caso:
Il colore di Dio
Quasi una vicenda.





IL SITO

http://www.poesiadorsale.it/home_page_2.html

È possibile partecipare a un concorso componendo una poesia con alcuni tra i 150 titoli a disposizione. Le migliori cinque saranno esposte al Festival di Urbino "Parole in gioco" che si terrà dal 10 al 12 ottobre 2008.




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LA FRASE DEL GIORNO
Forse la poesia è tutta lì. Fare l'universo con niente.
MILO DE ANGELIS

venerdì 18 luglio 2008

Alberico Sala


Un'intimità sensibile e sofferta è alla base della poesia di Alberico Sala, poeta bergamasco (Vailate, Cremona 1923-1991), che fu critico letterario, artistico e cinematografico per l'Eco di Bergamo e il Corriere d'Informazione. Dopo la guerra, tra il 1945 e il 1955, Sala sviluppò i suoi temi di viva memoria, esprimendo un linguaggio chiaro che già superava l'ermetismo in una direzione quasi prosastica. Ne nacque una poesia impregnata di realismo sì, ma anche capace di raccontare compiutamente, sebbene con pudore e timidezza, i sentimenti: i giorni dell'adolescenza, il ricordo del padre e della madre, la vita familiare nella pianura bergamasca. La prima sua raccolta è “Epigrafi e canti”, del 1957.

Qui spicca un legame forte con la terra, con la pianura ghiaiosa che si estende fra tre grandi fiumi lombardi: nelle prose del “Nido di ghiaia” il poeta afferma “...La mia Bassa, adacquata dall’Adda, dal Serio, dall’Oglio, sempre più si riappropria i miei giorni, muta in lusinghe i disagi, in doni le assenze. Il silenzio delle contrade, appena sfiorate dal benessere, dai ponti dell’effimero, non isola, riattiva i contatti naturali, riporta le stagioni; la nebbia non confonde, ma raccoglie. È la mia terra, che non ho mai barattato con la carta. Anzi, neppure terra, ma ‘gera’, cioè ghiaia, proprio dell’Adda, fiume erratico, vagabondo nei secoli, per la forza delle piene e del vento...”.

Più avanti Sala innesta altri temi profondi: la città e la condizione del vivere nella vita moderna, dimostrandosi così attento a cogliere i mutamenti di costume nella società opulenta degli Anni '60. La memoria però ritorna a quella terra natale tanto amata: non è così distante dalla città, ma enormemente lontana nel ricordo, nello scorrere del tempo “...Inseguo, tra i fogli colorati, archi, campanili, portici, finestrelle, portali, fontanili, rive d’alberi, absidi e giardini, torri, merli, ponti, balconi, viali, cancellate, rive, case, cappelle, santuari, statue e croci, campane sciolte nel vento, greti, ghiaia, gera, la Geradadda. Ci si può perdere nel mare d’erba, fra tanti richiami e tentazioni, fra dimore e paesi, che attraverso per gli spostamenti della vita o che ricordo e frequento solo con la memoria; che cerco, ogni tanto, per privatissime ragioni; o che sogno appoggiandomi a confidenze, o veggenze...”. È il caso di “Sempre più difficilie”, opera del 1960-


da "Sempre più difficile"

ERO IN RISERVA

a Dino Buzzati

Ride al distributore la ragazza:
profuma la benzina rossa corallo.
Con il daino lucida i vetri,
e i suoi occhi subito cadono
nella conchiglia dello specchio.
Il padre annusa i cedri sul sedile:
«Dentro son bianchi e grassi come pesci».
Affonda un'ungia la ragazza
nella scorza, e sempre ride riversa.
Così verso la sera d'origano
la Giulietta sprint la porta via.


Al Sud, 1960


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ORA IL VIVERE

L'ultima madre chiama dalla duna
già cupa il figlio che rincorre
il sughero sfuggito alla rete:
ombrelloni spaventapasseri disperdono
i pensieri. Ora il vivere
è questo sereno essere accanto
con il sangue fresco e leggiero
nelle vene di sale. Gli errori
macchiano meno dell'acqua
il tuo costume. Se guardiamo
oltre la spiaggia di nailon, il cielo
è il mare. Non aspettiamo nessuno.


Milano Marittima, '60



L'Adda



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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo non è una corda che si può misurare a nodi, il tempo è una superficie obliqua e oscillante che solo la memoria riesce a far muovere e avvicinare.
JOSÉ SARAMAGO, Il Vangelo secondo Gesù

giovedì 17 luglio 2008

Altre immagini poetiche suggestive



Ho proseguito la raccolta di immagini poetiche capaci di dare un’emozione, di colpire.

Queste vanno aggiunte al post del 10 aprile 2008: Immagini suggestive


1) Come una randa cade / l'ultimo lembo di sole.
GIORGIO CAPRONI, Spiaggia di sera

2) Hai dormito in me, / ed il tuo sonno era distese bionde.
ALBERTO MONDADORI, Sonno

3) Si sfila il treno dalla pensilina, / come sangue che svuoti la vena.
MARIA LUISA SPAZIANI, Si sfila il treno

4) La sera incendia le fronti, infuria i capelli.
LEONARDO SINISGALLI, I fanciulli battono le monete rosse

5) Senza i sogni, incolore campo è il mare.
GIUSEPPE UNGARETTI, Finale

6) L'albero bruno è una gallina / che si gonfia con tutte le penne.
DIEGO VALERI, Anacreontica

7) Gli errori / macchiano meno dell'acqua / il tuo costume.
ALBERICO SALA, Ora il vivere

8) S'aprono come foglie / i giorni, pallidi / come tendaggi.
VALERIO MAGRELLI, Fenomeni

9) La cerniera lampo è scivolata sulle tue reni / e il temporale felice del tuo corpo innamorato / nell'ombra fitta / d'improvviso è scoppiato.
JACQUES PRÉVERT, Sanguinello

10) Come bianchi fazzoletti d'addio viaggiano le nubi.
PABLO NERUDA, La mattina è gonfia di tempesta


M.C. Escher, "Puddle"

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LA FRASE DEL GIORNO
Coloro che sognano ad occhi aperti sono consci di molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte. Nelle loro grigie visioni colono frammenti d'eternità e destandosi fremono nell'intimo allo scoprire d'esser stati sulla soglia del gran segreto.
EDGAR ALLAN POE, Racconti, Eleonora

mercoledì 16 luglio 2008

Lo scudo


Qualcuno dei Sai si vanta del mio scudo, che presso un cespuglio
- arma gloriosa - lasciai non volendo.
Ma salvai la mia vita. Quello scudo, che importa?
Vada in malora. Un altro ne acquisterò, non meno bello.

ARCHILOCO


Lo scudo ho gettato nell’onde di un fiume che bello scorreva.

ANACREONTE


Lo scudo era uno degli armamenti fondamentali del soldato nei tempi antichi: faceva da baluardo e da difesa e veniva conservato con cura. Il militare greco era un cittadino chiamato al momento della guerra: lo si denominava oplita, da όπλον, lo scudo, appunto. Solo gli Spartani avevano un esercito a tempo pieno: delegavano agli schiavi iloti e agli artigiani del circondario, i "perieci", ogni altra attività. Il loro valoroso comportamento alle Termopili, dove con soli trecento uomini fermarono l’imponente esercito persiano di Serse prima di esserne travolti per un tradimento, si spiega con questa mentalità guerriera inculcata già ai bambini.

Lo scudo dunque era d’importanza vitale perché, essendo il soldato inserito in una falange, con esso difendeva non solo se stesso, ma anche il compagno alla sua destra.
Gettare lo scudo, come affermano di avere fatto il poeta-soldato Archiloco e il gaudente Anacreonte, veniva considerato dagli eroi omerici e soprattutto dagli Spartani, la più grave infamia che un combattente potesse commettere: non era più un’arma, ma diventava un simbolo, era l’appartenenza a una società.

Archiloco lo priva di questa importanza: ne vede solo l’utilità immediata, l’ingombro nella ritirata, lo abbandona per fuggire e salvarsi. Se gliene servirà un altro, se lo comprerà. Non è spartano: Sparta non ha poeti, solo soldati. È un decaduto nobile di Paro e combatte per vivere: è un mercenario. Questo gesto che sembra antieroico è in realtà solo un atto di sopravvivenza, tanto che Archiloco morirà nella difesa di Taso.

Anacreonte, in questo brevissimo frammento, si mostra più spregiudicato: se Archiloco lo ha deposto in un cespuglio per poterlo magari ritrovare, lui invece lo lascia in balia della corrente. Non gliene può importare di meno di quell’oggetto. Quello che conta nella sua vita sono il vino e l’amore, le chiacchiere davanti a una tazza di quello buono: “Recaci acqua, ragazzo; recaci vino; recaci corone di fiori, ma recali subito… con Eros devo fare pugilato”.
Anche Anacreonte non era spartano, ma veniva da Teo, nella Ionia, ed era esule a Samo, ad Atene e in Tessaglia, dovunque vi fosse una corte regale.


Opliti su un vaso conservato al Museo archeologico di Monaco



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LA FRASE DEL GIORNO
La storia è un succedersi di mutamenti effimeri, mentre i valori eterni si perpetuano al di fuori della storia, sono immutabili e hanno bisogno della memoria.
MILAN KUNDERA, Il libro del riso e dell'oblio

martedì 15 luglio 2008

Scrivere il curriculum


WISŁAWA SZYMBORSKA
SCRIVERE IL CURRICULUM

Che cosa è necessario?
È necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
È bene che il curriculum sia breve.

È d'obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
E malcerti ricordi in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero.
L'appartenenza a un che, ma senza un perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
E ti evitassi
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
E il titolo che il contenuto
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l'orecchio in vista.

È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.



A tutti è capitato di scrivere il curriculum, di esprimere a parole tutta una vita vissuta in modo che altri ne possano prendere nota, valutare, giudicare le capacità da un esiguo pezzo di carta. Può essere umiliante trovarsi a rileggere le proprie esperienze, oppure appagante. Può essere difficile scriverlo, decidere che cosa inserire o cosa evitare.

Nella burocratica Polonia comunista del dopoguerra è certo capitato più volte a Wislawa Szymborszka, Premio Nobel per la Letteratura 1996. Così, in questa poesia ironica e divertente, lei ci consiglia, ci guida passo passo come un manuale: stato civile, esperienze, viaggi… Bene, il curriculum è pronto, la nostra vita è stata fotografata e stampata. Che succede? Lo abbiamo consegnato e qual è il suono che possiamo sentire? Quello della macchina trituradocumenti che lo seppellisce nel dimenticatoio…




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LA FRASE DEL GIORNONon chiedo mai al prossimo il perché di niente. I perché sono la rovina del buon vivere con gli altri.
MAURO CORONA, Il volo della martora

lunedì 14 luglio 2008

Un’oasi di pace


Dopo giorni passati in trincea o negli attendamenti tra i monti con la polvere e il fango, con il tormento dei pidocchi e la sporcizia incrostatasi sui vestiti, doveva essere un sollievo incontrare uno specchio d’acqua e immergervisi. Un’oasi dove la guerra sembra lontana, un luogo dove vige una tregua non dichiarata. L’acqua assume davvero la sua valenza simbolica di elemento purificatore: non lava via solo la polvere ma anche le brutture e gli orrori della guerra.

Giuseppe Ungaretti, nella Prima Guerra Mondiale, si immerge nelle acque dell’Isonzo, a Cotici, il 16 agosto 1916. La sera, appoggiato ad un albero mutilato dai colpi di mortaio, su una dolina del Carso, scrive una delle sue poesie più belle, nella quale ripercorre le epoche della sua vita e le città dove ha vissuto, “I fiumi”. Ungaretti racconta:

[…]

Stamani mi sono disteso
in un’urna d’acqua
e come una reliquia
ho riposato

L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso

Ho tirato su
le mie quattro ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull’acqua

Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole

[…]

Nella Seconda Guerra Mondiale il caporale degli Alpini Mario Rigoni Stern, dopo l’armistizio italo-greco del 22 aprile 1941, nella zona di Leskovika scopre un piccolo paradiso in terra albanese e ci si immerge come Ungaretti: l’acqua ha il potere di cancellare immagini terribili viste pochi giorni prima: i corpi calcinati di soldati greci ed italiani dissepolti dal disgelo di primavera. Rigoni Stern scrive in “Quota Albania”:

“C’è un’ansa tutta circondata da alberi, con i rami a lambire la corrente; l’acqua è limpida e fresca; il fondo non è di sassi, ma di una creta verde e dura. Mi spoglio ed entro in quell’acqua fredda che per un attimo mi fa trattenere il fiato, poi mi diverto a spruzzarmi e a guardare i prilli tra la luce che filtra dal bosco attorno.
Quando esco vado a stendermi su un sasso al sole; alto, nel mezzo del fiume. Sento il mio corpo evaporare, la corrente lambire il sasso e correre via.
Chiudo gli occhi e sotto le palpebre ruotano infiniti piccoli soli colorati. E mi lascio vivere”.



Alpini nelle retrovie del fronte greco-albanese nel settembre 1941
Foto dell'Archivio storico dell'Istituto Luce
tratta da "Alpini. 140 anni di storie ed eroismi"


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LA FRASE DEL GIORNO
Chi "non si adatta al mondo" è sempre vicino a trovare se stesso. Chi si adatta al mondo non si trova mai, ma può diventare consigliere nazionale.
HERMANN HESSE, Lettere inedite

domenica 13 luglio 2008

Dante e Borges


Perché leggere la Divina Commedia? Perché addentrarsi in quelle terzine scritte in una lingua che avrebbe bisogno di essere tradotta in italiano? Perché leggere un testo ostico che la scuola ha fatto di tutto per farci odiare?

Perché nella Divina Commedia c’è tutto: è una summa che contiene tutto il mondo conosciuto nel XIII secolo, una grande enciclopedia che raccoglie storia, geografia, teologia, poesia. Lo scorso anno l’ho ripresa in mano, molti anni dopo la maturità: mi sono comperato la bella edizione cartonata degli Oscar Mondadori e l’ho letta lentamente, assaporandola come un vino pregiato. Parola per parola, nota per nota, ho ricostruito quel mondo medievale. Mi sono smarrito con Dante nella selva oscura e ho attraversato l’Inferno. Ho superato con lui le prove del Purgatorio. Sono salito alla pura luce del Paradiso.

Tutto questo mi è tornato alla mente leggendo un’intervista rilasciata a Marcello Staglieno da Jorge Luis Borges, pubblicata in “Una vita di poesia”, opera del 1986 dello scrittore argentino, edita nuovamente da Spirali nel 2007:

“Mi ricordo benissimo quando il caso, tra i meandri della biblioteca paterna, mi mise in mano per la prima volta la Commedia. Mio padre aveva una biblioteca composta di autori inglesi, e io credevo che l'italiano — che non conoscevo, oggi ancora lo conosco pochissimo — fosse molto differente dallo spagnolo. A casa mia nessuno sapeva l'italiano. È così che ho letto Dante, la Commedia di Dante, in inglese. Con passione, seguendo anche le note, che formavano una specie di enciclopedia del Medioevo, molto seducente per me, che amo tanto le enciclopedie. Poi dalle note tornavo al testo; avevo l'impressione di scivolare dentro labirinti, tra scacchiere, specchi, magie.”

Borges, che è cieco, aggiunge:

“La rileggo a mente, a voce alta o senza pronunciare una parola, lasciandomi scivolare nelle spirali di quei versi che traggono infinitamente verso l'infinito. Alla mia età, avrei il diritto di essere stanco. Ma, leggendo Dante, scivolo in un tempo senza tempo, e la mia immaginazione — impercettibilmente, a momenti — coglie l'eterno. Forse significa che l'Eterno esiste. Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine”.
Cogliere l’eterno, penetrare in un tempo senza tempo: ecco la risposta alla domanda “Perché leggere la Divina Commedia?”



Illustrazione di Gustave Doré per la Divina Commedia




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LA FRASE DEL GIORNO
Un mistico o un poeta possono coltivare la loro inquietudine. L'irrequietezza appartiene ai bambini e ai viaggiatori.
BRUCE CHATWIN e ANTONIO GNOLI, La nostalgia dello spazio

sabato 12 luglio 2008

Il madrigale


Tra le composizioni liriche, il madrigale è una forma ormai caduta in disuso, ma ebbe molta fortuna dal Trecento al Settecento: è una poesia composta di due o tre strofe di tre endecasillabi, rimati in vario modo, ma in generale seguendo lo schema classico ABC ABC, e di un distico di endecasillabi in rima baciata. Esprime una lode o un complimento in tono gentile e grazioso, talora languido: chiaro che con queste caratteristiche ha avuto successo nella poesia amorosa.

Francesco Petrarca canta in un madrigale l'immagine angelica ed eterea di Laura e ne traccia un ritratto delicato: è dolce essere presi nei lacci dell'amore...

Nova angeletta sovra l'ali accorta
scese dal cielo in su la fresca riva
là ond'io passava sol per mio destino.

Poi che senza compagna e senza scorta
mi vide, un laccio che di seta ordiva
tese tra l'erbe ond'è verde il cammino.

Allor fui preso, e non mi spiacque poi,
sì dolce lume uscìa dagli occhi suoi.

(Canzoniere, CVI)

Poi, come si è detto, la moda cambia, anche in poesia: per trovare un esempio più moderno, risalente al 1899, dobbiamo affidarci a un poeta non troppo famoso, il milanese Gustavo Botta, critico d'arte che seppe infondere nei suoi versi ritmi e vibrazioni musicali; il madrigale era dunque perfettamente nelle sue corde. Anche lui si lascia prendere dai lacci dell'amore: in un giardino fiorito non ha occhi che per la donna amata.

Nel dorato mattino altro non vidi
che la tua fronte pallida e i tuoi grandi
occhi, sotto le ciglia che son ali;

e la bocca rossissima, ove nidi
al desiderio schiudono i tuoi blandi
sorrisi, ed i capelli ardenti, quali

fogliami effusi al sole mattutino.
Odimi: non vidi altro in quel giardino.

(Alcuni scritti)

Evaristo Baschenis, "Liuti e violino su un tavolo"



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LA FRASE DEL GIORNO
La gioia è un'emozione intensa e profonda, un sentimento di pienezza esaltante avvertito dall'intera coscienza; è prossima all'ebbrezza, al rapimento, all'estasi.
MICHEL HOUELLEBECQ, Le particelle elementari

venerdì 11 luglio 2008

Non è censura, ma…


Due casi di stampa “particolare” sono accaduti questa settimana: prima i giornali spagnoli hanno evitato di sparare in prima pagina il caso di Federica Squarise, la ragazza padovana scomparsa a Lloret de Mar e poi ritrovata assassinata. Solo il locale "Diari de Girona" ne ha parlato ampiamente. I quotidiani spagnoli invece hanno relegato a lungo la notizia nelle pagine interne e locali, ne parlavano con fastidio - basta guardare il forum del catalano “La Vanguardia”. La consegna sembrava essere quella di non danneggiare il divertimento turistico nella località della Costa Brava, di minimizzare, di non strumentalizzare. L’effetto è poi stato opposto sui giornali italiani: Lloret de Mar definita “vacanza della sbronza”, polizia e quotidiani tacciati di incompetenza e di censura, notizie su altri casi tragici accaduti nella stessa settimana e uno addirittura nello stesso albergo.

Poi i giornali francesi hanno messo del loro per minimizzare l’incidente alla centrale atomica di Tricastin, dove trenta metri cubi di acqua contaminata da dodici grammi di uranio si sono sciolti nel canale Gauffiere e nel fiume Auzon: una quantità che supera di cento volte il limite annuale. La Francia, del resto, ha moltissimi impianti nucleari che garantiscono gran parte dell’energia attraverso la Areva.

Non è censura, ma un sottacere. Non è negare, ma un sottintendere, un sorvolare: ricorda la politica dello struzzo (en passant, lo struzzo non mette mai la testa sotto la sabbia, è una leggenda metropolitana messa in giro nientemeno che da Plinio nelle sue "Storie naturali"…)
Quello che indigna è che i mezzi di comunicazione sono poi i primi a fare moralismi, a giudicare la situazione non solo di altri paesi, ma anche di famiglie, a scrivere talora con fantasia, aggiungendo o levando quello che fa comodo nelle interviste. Il diritto di cronaca, come tutti i diritti, è anche un dovere di cronaca.


La centrale nucleare di Tricastin a Saint-Paul-les-Trois-Châteaux

Foto: AFP/OFF



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LA FRASE DEL GIORNO
La curiosità è ingordigia: vedere è lo stesso che divorare.
VICTOR HUGO, I miserabili

giovedì 10 luglio 2008

A glass of prosecco


pro·sec·co

Pronunciation: \prō-‘se-kō\
Function: noun
Inflected Form(s): plural pro·sec·cos
Etymology: Italian, a grape variety, probably from Prosecco (Prosek), town near Trieste
Date: 1881
: a dry Italian sparkling wine


Dal 7 luglio c’è una parola italiana in più nel vocabolario americano: oltre a “pizza”, “mafia”, “maccheroni” e altri vocaboli della nostra lingua entra ufficialmente nell’edizione 2008 del Merriam-Webster’s Collegiate Dictionary il “prosecco”. Fa parte delle cento parole importate da lingue straniere: è però un termine ormai entrato nella lingua comune e di uso abituale. Un altro successo del “made in Italy”.

Come indicato sopra, il vocabolario definisce il “prosecco” un vino secco frizzante italiano e ne segnala l’etimologia: dall’italiano, una varietà d’uva, forse dal paese di Prosecco (Prosek), vicino a Trieste.


Ecco gli altri prestiti italiani, secondo Wikipedia:
http://en.wikipedia.org/wiki/Category:Italian_loanwords

A - A capriccio, Altissimo, Aria, Aria di sorbetto, Arioso, Arpeggio

B - Bel canto, Bravura, Burletta

C - Cabaletta, Cadenza, Calamari, Camerlengo, Cantabile, Cantata, Cappuccino, Capriccio, Castrato, Cavatina, Ciao, Cinquecento, Col legno, Coloratura, Coloratura soprano, Colossale, Comprimario, Con brio, Concertino, Contralto

D - Da capo aria, Diva

E - Espresso, Extravaganza

F - Falsetto, Fermata, Fianchetto, Fioritura, Foiba

G - Glissando

I - Intermezzo

L - Lacuna, Latte, Lazzaroni, Libretto

M - Macaroni, Maestoso, Mascara, Melodramma, Messa di voce, Mezzo staccato, Mezzo-soprano, Monsignor

O - Oratorio, Ostinato

P - Passaggio, Pasta, Pensato, Pesto, Pizza, Pizzicato, Portamento, Prima donna

Q - Quattrocento

R - Ripieno

S - Scordatura, Segue, Senza misura, Solo, Soprano, Spaghetti, Spinto, Squillo

T - Tempo rubato, Tifosi

V - Vivace

Quasi tutti derivano dalla grande musica classica italiana. Una buona parte viene da cibi e bevande. Il prosecco, appunto...






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LA FRASE DEL GIORNO
Non essere precipitoso con le parole e che il tuo cuore non si affretti a proferire parola dinanzi a Dio perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra. Dalla moltitudine delle preoccupazioni nascono i sogni e dalla moltitudine delle parole nascono gli spropositi.
ECCLESIASTE, 5, 1-2

mercoledì 9 luglio 2008

I personaggi di Andrea De Carlo


È ridicolo. Pensiamo di essere i padroni delle nostre vite, e non è vero. Le uniche cose che possiamo controllare sono marginali, rispetto al resto. Ti fa ridere, altro che piangere, se solo riesci a vederti da una minima distanza. Ti fa venire voglia di muoverti, porca miseria, staccarti di dosso tutta questa lacca di autocompassione.

ANDREA DE CARLO, Di noi tre


Lo so come ti senti. È come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginarti di essere già vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti.

ANDREA DE CARLO, Due di due


Ti rendi conto di quanto ci rinchiudiamo fuori dalla vita, per comodità e per abitudine e per semplice mancanza di occasioni? Di come ci barrichiamo in un angolo, e ci sembra anche di stare bene? Con i cuscini e le poltrone comode e il whisky di malto e i sonniferi per non pensarci? E fuori intanto c'è la vita, e al più ci accontentiamo di immaginarcela, o di guardarla filtrata e imitata in un film o in un libro ogni tanto? La sfioriamo solo, e il tempo passa via mentre noi siamo lì barricati nei nostri soggiorni arredati con tanta cura.

ANDREA DE CARLO, Arcodamore


I personaggi dei romanzi di Andrea De Carlo praticano una sorta di autolesionismo sentimentale: si fanno del male, non si trattengono dal cadere, dallo scivolare nell’abisso del dolore; vivono come aggrappati al ciglio di un burrone e non fanno nulla per risalire, anzi allentano la presa dito dopo dito e si lasciano andare. In altri termini, tentano in ogni modo di suicidare il loro amore e la loro vita, rimanendo vivi.




Andrea De Carlo (c) Greenpeace




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LA FRASE DEL GIORNO
In fondo condivido l'idea borgesiana: uno scrive la storia del mondo e poi quella storia accade davvero. Questa è la grandezza della letteratura.
BRUCE CHATWIN e ANTONIO GNOLI, La nostalgia dello spazio

martedì 8 luglio 2008

Il ritorno di Odisseo


"O padre Zeus, che sugli dei regni e sugli uomini, come tuonasti forte dall'alto del cielo stellato: eppure non c'è una nuvola. A qualcuno dunque tu fai segno".

Queste parole nel canto XX dell'Odissea sono pronunciate da un'ancella che tritura la farina per il banchetto dei Proci: riempiono di gioia Odisseo, che le ode nel suo anonimato, perché la serva si augura che il "segno" sia presagio per la fine degli usurpatori.

Da questi versi e da altri piccoli segni sparsi qua e là nel poema omerico, due astronomi hanno ricostruito il giorno esatto in cui Odisseo ritornò a casa, a Itaca, dopo il suo lungo peregrinare: il "segno" mandato da Zeus, secondo Costantino Baikozus, argentino di La Plata, e Marcelo Magnasco, newyorkese, sarebbe un'eclissi di sole, precisamente quella avvenuta il 16 aprile del 1178 avanti Cristo.

La caduta di Troia quindi sarebbe avvenuta nel 1188 avanti Cristo, in linea con quanto riportato dalle fonti storiche. Omero ne racconterà gli eventi ben quattro secoli dopo.


Immagine basata su una scena del pittore Licaone, 440 a.C.
Boston, Museum of fine arts


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LA FRASE DEL GIORNO
La vera forza non macchia mai la beltà o l'armonia, ché anzi spesso le crea. E in tutto ciò che è sovranamente bello, la forza è larga parte dell'incanto.
HERMANN MELVILLE, Moby Dick, LXXXV

lunedì 7 luglio 2008

San Martino della Battaglia


Un luogo davvero interessante da visitare è il Sacrario di San Martino della Battaglia, in provincia di Brescia, a pochi chilometri dal lago di Garda.
La Torre, alta 74 metri, fu inaugurata nel 1893 da re Umberto I e venne eretta per ricordare i combattenti nelle tre Guerre d’Indipendenza, vi si può salire per ammirare gli affreschi e raggiungere il terrazzo alla sommità, dal quale si può osservare il vasto panorama.
Il Museo raccoglie cimeli della battaglia, armi, cannoni, divise, carte topografiche e piccole testimonianze della vita dei soldati: monete, bottoni, oggetti personali.

La Torre di San Martino (Foto: Correnelverde.it)

Attraverso un viale alberato con cippi a ricordo dei reparti impegnati nella battaglia del 24 giugno 1859, si raggiunge la Chiesa Ossario, dove sono accatastati i teschi e le ossa di 2619 caduti italiani, francesi e austriaci. In quel combattimento, durante la II guerra d'indipendenza, morirono 7000 soldati. Ne sono rimasto molto colpito: quelle orbite vuote sembrano guardarti e dire tutta l'inutilità della guerra, la sua crudeltà.

Una lapide reca l'iscrizione

Indiscretis Militum Reliquis
Date Serta
Pia Diciate Verba
Hostes In Acie
Fratres in Pace Sepulcri
Una Quiescunt

Alle Commiste Reliquie dei Prodi
Porgete fiori
Recitate parole pie
Nemici in battaglia
Fratelli nel silenzio del Sepolcro
Riposano uniti.

In effetti i resti sono mischiati, deposti senza distinzione di nazionalità, riposano in un unico grande esercito senza nome e senza bandiere.
Proprio da quella carneficina Jean-Henri Dunant, sconvolto dal grande numero di feriti, ebbe l'idea di fondare la Croce Rossa Internazionale.


La Chiesa - Ossario (Foto: Gissier, Wikipedia)



COME RAGGIUNGERE SAN MARTINO DELLA BATTAGLIA

Autostrada: A4 Milano Venezia
Uscita Sirmione/Desenzano del Garda
Seguire le indicazioni stradali (la Torre è visibile da lontano)
L’ingresso a Torre e Museo è di 5 €, quello alla Chiesa Ossario è gratuito.

Rievocazione della battaglia (Foto: Renato Krug)



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LA FRASE DEL GIORNO
La Verità è una donna nuda e, se per caso è tratta dal fondo del mare, spetta ad ogni gentiluomo di darle una sottana o di voltarsi verso il muro giurando di non aver visto nulla.
RUDYARD KIPLING, Il serpente di mare

domenica 6 luglio 2008

Il poeta preferito


La Società Dante Alighieri, che ha lo scopo di tutelare e diffondere la lingua italiana nel mondo, ha compiuto un sondaggio sul suo sito internet (http://www.ladante.it/) per stabilire qual è il poeta italiano, classico o contemporaneo, preferito:

Al primo posto, con il 25% dei voti, è risultato Giacomo Leopardi, amato da uno su quattro probabilmente per quella sua ricerca interiore, per quelle domande volte a indagare la condizione umana.

Al secondo posto è stato indicato Dante (17%), il padre fondatore della lingua italiana, colui che divulgò la nuova poesia tanto da meritare il soprannome di “Sommo Poeta”.

Terzo è il massimo poeta novecentesco, Eugenio Montale, apprezzato anche per la musicalità del verso e lo sviluppo del motivo lirico, ma soprattutto per lo splendore delle immagini. Per Montale il 12% dei voti.

Seguono Giuseppe Ungaretti con l’8%, Giovanni Pascoli e Ugo Foscolo con il 4%.

Con percentuali minori, tra l’1 e il 2%, sono rappresentati Manzoni, Pavese, Petrarca, Alda Merini, Carducci, Quasimodo, Cecco Angiolieri, D’Annunzio, Gozzano, Pasolini, Giusti e Saba.

Quello che fa pensare è che in questo elenco di poeti siano stati inseriti dagli utenti che hanno partecipato al sondaggio anche dei nomi estranei, che nulla hanno a che fare con la poesia, pur essendo grandi scrittori. Un altro sintomo dell’ignoranza sulla poesia, purtroppo sempre più di nicchia, sempre più relegata a un piccolo scaffale. Se fa sorridere l’inserimento di Omero, greco ma pur sempre poeta, lascia interdetti trovare tra i “poeti preferiti” Luigi Pirandello (2%), Italo Calvino, Giovannino Guareschi, Stefano Benni e Giovanni Verga (1%).

Per concludere, la mia classifica:

1) Montale
2) Quasimodo
3) Gozzano
4) Ungaretti
5) Dante
6) Leopardi
7) Luzi
8) Valeri
9) Saba
10) Pavese

Se volete stilare la vostra personale classifica, scrivetela nel commento (non necessariamente dieci poeti italiani, ne bastano meno, anche uno solo…)


La versione autografa dell"Infinito" di Leopardi



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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è sottomessa alla legge del tempo... deve essere capita più che letta.
ALAIN, Sistema delle belle arti

sabato 5 luglio 2008

L’ippodromo di Olimpia


Alcuni archeologi tedeschi, guidati dallo storico dello sport Norbert Müller, sono riusciti a determinare l’ubicazione dell’ippodromo di Olimpia, il più grande impianto sportivo dell’antica Grecia, utilizzato per gli agoni olimpici. Lo annuncia l’Istituto di Scienza Sportiva dell’Università di Magonza.

Finora dell’ippodromo si sapeva solo quello che le fonti scritte avevano tramandato: non c’era però alcuna prova archeologica della sua esistenza. Largo mediamente 600 metri e lungo 200, l’ippodromo era stato costruito nel V secolo a.C., e si riteneva fosse stato completamente sepolto dallo straripamento del fiume Kladeos.

La scoperta degli studiosi tedeschi è perciò importante, come sottolinea lo stesso Müller: “Il progetto può regalare al mondo sportivo una nuova attrazione, come gli scavi che cinquant’anni fa riportarono alla luce lo stadio di Olimpia”. Proprio lì, infatti si svolsero le prove di tiro con l’arco nelle Olimpiadi di Atene del 2004.

In quello scenario, nel 476 a.C., la gara del corsiero fu vinta dal cavallo Ferenico per il tiranno Ierone di Siracusa. A Pindaro fu commissionato un epinicio da eseguire nella festa offerta dal principe. Il poeta dei “voli” compose questi versi:

PER IERONE DI SIRACUSA, COL CORSIERO

Ottima è l’acqua, l’oro come fuoco acceso
nella notte sfolgora sull’esaltante ricchezza:
se i premi aneli
a cantare, o mio cuore,
astro splendente di giorno
non cercare più caldo
del sole nel vuoto cielo –
né gara più alta d’Olimpia celebriamo,
onde l’inno glorioso incorona
con pensieri di poeti: che gridino
il figlio di Crono, giunti alla ricca
beata dimora di Ierone!

Regale impugna uno scettro nella Sicilia
ricca di frutti mietendo il sommo di ogni virtù,
e gioisce del fiore
migliore della poesia –
canti onde spesso giochiamo
adulti intorno alla mensa amica. Ora
togli la dorica cetra
dal chiodo, se a te la gloria di Pisa e Ferenico
soggiogò la mente ai pensieri più dolci:
quando sull’Alfeo balzò porgendo
senza sprone il corpo
alla corsa e allacciò il padrone al trionfo,
il re siracusano lieto
di cavalli. E gloria gli splende
nella maschia colonia del lidio Pelope.
Bramò l’eroe il possente
Poseidone, quando dal bacile che monda
Cloto lo tolse
bello d’avorio la spalla scintillante.
Molte le meraviglie, e certo
delle gare. Massimo viene ad ognuno
il bene prodotto dal giorno. Ed io incoronare
lui con equestre canto
con eolica melodia
devo, certo che amico ospitale,
tra gli uomini d’oggi, insieme più esperto
del bello e regale al potere
mai ornerò con volute famose di inni.

Provvido ai tuoi pensieri vigila
il dio che t’è prossimo,
o Ierone. Né mai desista: perché
io miro a cantarti trovando
ancora più dolce col carro
veloce una via alleata di parole,
giunto alla luce del Kronion. Per me la Musa,
per il mio vigore alleva un dardo poderoso.
Altezze diverse per l’uomo:
culmina l’ultima vetta
coi re. Non scrutare più avanti.
Possa tu d’ora innanzi incedere in alto
ed io così ai vincitori
accostarmi insigne per maestria
tra i Greci dovunque.


La corsa dei carri su un antico vaso greco


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LA FRASE DEL GIORNO
Quello che un poeta scrive in stato di invasamento e ispirato da un soffio divino, grande bellezza possiede...
DEMOCRITO, Libri musici, fr. 18

venerdì 4 luglio 2008

Notte di stelle



Sedevo accanto a Paola sulla sbarra di legno dipinta d'azzurro dove i bagnini legavano i pattìni. La notte di stelle ardeva silenziosa in armonia con il frinire dei grilli. La mia mano incontrò la sua e la strinse: in quell’istante fummo una cosa sola, due anelli saldati l’uno nell’altro. Attraverso il tatto, attraverso la leggera pressione della mia mano sulla sua sentivo, come se fosse la mia, il palpitare della sua vita e la sua infinita purezza.

Non c’era altro mondo, altro universo all’infuori di noi e delle stelle, ogni altra cosa scompariva di fronte alla dolcezza della notte. Fu solo la consapevolezza di un istante, che sembrò immenso, in cui le nostre due vite si unirono in un unico cerchio chiuso.
Come milioni di innamorati nel mondo, anche Paul Éluard provò quella sensazione sotto un cielo notturno e il desiderio che quegli istanti effimeri fossero in realtà "per sempre":

UN SOLO SORRISO

Un solo sorriso contendeva
Ogni stella alla notte nascente
Un solo sorriso per noi due

E l'azzurro nei tuoi occhi estatici
Contro la massa della notte
Nei miei occhi trovava la sua fiamma

Perché volevo sapere ho veduto
La notte alta dare vita al giorno

Senza che la nostra immagine mutasse.


L'amore spalanca l'universo. Forse è vero che è l'unico modo per liberarci da noi stessi, come pensava Hebbel. Quella notte di luglio è dipinta a tinte forti nella mia memoria perché avvertii quella fusione di anime, quell'essere piccoli di fronte all'immensità ma consapevoli di non essere soli. Leggendo i taccuini di Anton Cechov mi ha molto colpito una sua frase: "Quello che noi proviamo quando siamo innamorati, forse è il nostro stato normale. L'innamoramento mostra all'uomo come egli dovrebbe essere sempre". Ho riconosciuto lo stato di quella notte di stelle...



Mark Kostabi, "Heartshare"



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LA FRASE DEL GIORNO
Le altre sono vie, l'arte è una meta.
CAMILLO SBARBARO, Fuochi fatui

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