lunedì 31 agosto 2009

Il 18° romanzo di Amélie Nothomb

“Le voyage d’hiver”, il “Viaggio d’inverno” è il diciottesimo romanzo in diciotto anni della scrittrice belga Amélie Nothomb, in uscita in Francia per i tipi dell’editore Albin Michel. Vi si ritrova tutto il mondo di Amélie, il suo personalissimo stile, il suo modo di costruire e raccontare storie tra magia e follia per trascinare i lettori nel suo particolare universo fatto di aforismi improvvisi che inducono a riflettere, di nonsense folli, di scampoli di erudizione e di autoironia.

Zoïle, personaggio di questo nuovo romanzo della Nothomb, è un impiegato del colosso francese dell’elettricità e del gas  EDF-GDF, traduttore dell’Odissea. Il suo scopo è di far saltare un aereo per ragioni prettamente personali. È vagamente innamorato di Astrolabe, una donna che è una specie di agente letterario della scrittrice Aliénor. Astrolabe e Aliénor vivono in un appartamento senza riscaldamento in pieno inverno e Zoïle, nella sua precarietà di vita è attratto da questa scelta. Il filo conduttore della vicenda è il “viaggio” degli stupefacenti e le pagine che lo descrivono sono davvero molto efficaci, pazze e psichedeliche.

Resta tuttavia un senso di “déja-vu”, come se la Nothomb replicasse se stessa – e in effetti  scrive un libro all’anno…  Il romanzo è però scorrevole e si legge con velocità, anche per la brevità, solo 144 pagine.

L’uscita in Italia è prevista per il febbraio 2010, ma potrebbe slittare a maggio se l’autrice parteciperà alla Fiera del Libro, come indicato sul sito italiano dedicato dall’editrice Voland alla Nothomb.

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Chi crede che leggere sia una fuga è all'opposto della verità: leggere è trovarsi di fronte il reale nella sua massima concentrazione, il che, stranamente, è meno spaventoso che avere a che fare con le sue eterne diluizioni.
AMÉLIE NOTHOMB, Antichrista

domenica 30 agosto 2009

Vetro

Eravamo sul finire degli Anni ‘30. Il sole splendeva forte sugli scavi nel deserto. Scavavamo nelle vicinanze dell’antica Babilonia in un sito che avrebbe potuto essere tutto ciò che restava della torre di Babele. La ricerca archeologica era guidata dal professor Jonas Seizmore dell’Università di Harvard. Allora ero un suo giovane studente, aitante e pronto a seguire il mio maestro in capo al mondo.

“La nostra missione” ci aveva detto Seizmore dopo averci radunati in cerchio attorno alla sua figura rivestita di un cappellaccio con le falde larghissime “è di accertare fino a quale profondità giungono tutti questi strati di ruderi e di manufatti”. Così scavammo un pozzo di prova proprio nel punto dove il professor Seizmore si era bilanciato sui massicci talloni allenati da anni di scavi mentre ci catechizzava sulle procedure da compiere.

Catalogammo le nostre scoperte man mano che uscivano dalla voragine aperta nel terreno sabbioso: il lavoro fu lungo e durò parecchie settimane; intanto il mondo stava alimentando la follia della guerra, che sarebbe scoppiata di lì a qualche mese, con l’invasione della Polonia da parte delle truppe di Hitler. Ma allora, in quella primavera del 1939, ancora non lo sapevamo, e dissotterravamo e spolveravamo e catalogavamo epoca per epoca i reperti strappati alla terra.

Sotto gli strati delle grandi rovine trovammo un ammasso di argille sabbiose alluvionali. Volevamo fermarci, considerando che il nostro lavoro fosse finito, ma il professor Seizmore, cui gli occhi brillavano come se avesse una forte febbre, ci esortò a proseguire. Scavammo ancora ed enorme fu la sorpresa quando scoprimmo al di sotto di questo strato i resti di una città ancora più antica e ancora sotto di questa poveri villaggi che testimoniavano la presenza di una remota civiltà contadina. Si trattava probabilmente di ruderi risalenti a circa diecimila anni prima di Cristo.

Proseguimmo ancora a scavare: l’eccitazione del professore si era trasmessa a studenti e assistenti. Rinvenimmo manufatti ancora più primitivi, tutto lasciava supporre che si trattasse di una comunità di pastori e di cacciatori. Saremmo arrivati fino al centro della terra se Seizmore ce lo avesse ordinato. Invece, sotto quest’ultimo livello, fummo bloccati da un misterioso strato di vetro verde, limpido e spesso. Non ci capacitammo, nessuno seppe dare una risposta. La stagione degli scavi finì e riportammo migliaia di casse negli Stati Uniti. Sarebbero occorsi anni per analizzare e catalogare i reperti.

Invece scoppiò la guerra, i giapponesi ci attaccarono a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 e fui chiamato a servire la patria. Le vicende della guerra e le mie competenze mi portarono ad Alamogordo. Lì, all’inizio del 1945, i fisici fecero esplodere la prima bomba atomica sperimentale. Quando mi capitò di vedere le fotografie del luogo della conflagrazione, mi si rizzarono i capelli: la sabbia del deserto non c’era più, si era fusa: al suo posto c’era uno strato di vetro verde, limpido e spesso…

 

 

© W. Andrae

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Noi tutti abbiamo creduto di poter trattare la Storia come un esperimento di fisica. La differenza è che in fisica si può ripetere l'esperimento migliaia di volte, ma nella Storia si può farlo solo una volta.
ARTHUR KOESTLER, Buio a mezzogiorno

sabato 29 agosto 2009

Uomini e donne (II)


“Gli uomini non comprendono la complicità delle donne” scrive Maurice Denuziére in “Louisiana”: ecco spiegato il motivo di tante tensioni e incomprensioni. Uomini e donne ragionano in maniera diversa e non vogliono rendersi conto che l’altra metà non pensa e non “sente” allo stesso modo.

Così André Malraux nella “Condizione umana” valuta che “Nessun uomo può parlare di donne, perché nessun uomo capisce che ogni nuova truccatura, ogni vestito nuovo, ogni nuovo amante, suggeriscono alla donna un'anima nuova”. Noi maschietti non siamo attrezzati per questo genere di cose: “È una delle grandi difficoltà della vita d'indovinare ciò che una donna vuole. Ascoltarne le parole non serve, perché tutto un discorso può essere annullato da uno sguardo e neppure questo sa dirigerci quando ci si trova con lei, per suo volere, in una comoda buia stanzuccia” scrive Italo Svevo nella “Coscienza di Zeno” e così rendiamo difficili le cose alle donne: “Essere donna è un compito terribilmente difficile, visto che consiste principalmente nell'avere a che fare con uomini”, come rileva Joseph Conrad, così che “L'inferno delle donne è più terribile di quello degli uomini” secondo Francis Scott Fitzgerald, “Maschiette e filosofi”.

Finora gli autori citati sono solo uomini. Ma che ne pensano le donne? Ecco Charlotte Wilson: “Le donne devono fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini per essere giudicate brave la metà. Per fortuna non è difficile!”. E Erica Jong in “Fanny”: “Sanno bene le donne che esse spesso fioriscono nonostante i loro uomini, piuttosto che grazie ad essi”.

Vedi anche: “Uomini e donne”


Illustrazione © Kathy Osborn


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LA FRASE DEL GIORNO
Le donne rappresentano il trionfo della materia sull'intelletto, gli uomini rappresentano il trionfo dell'intelletto sulla morale.
OSCAR WILDE, Una donna senza importanza

venerdì 28 agosto 2009

La leggenda dell’ulivo

Una nuova città stava nascendo sulle mosse colline dell’Attica: il destino aveva preparato per essa molte glorie. Non aveva ancora nome quando due divinità lottarono per contendersi l’onore di darle il proprio. Ma come scegliere? Zeus quel giorno era di ottimo umore, non doveva tenere a bada gli amanti di Era né trasformarsi in pioggia per amare una donna: decise di intitolare la nuova città a chi tra Poseidone e Atena avesse portato il dono migliore.

Il dio del mare scosse il tridente e si mise a percuotere la sabbia bagnata della battigia: ne scaturì un meraviglioso cavallo bianco che incominciò a correre sul bagnasciuga. Poseidone pensò di avere ottenuto la palma della vittoria con quell’utile animale: poteva condurre lontano, tirare l’aratro, essere usato in combattimento.

Pàllade Atena invece si portò a ridosso delle mura in costruzione e sfiorò la terra con la sua lancia: d’incanto tutta la collina si ricoprì di piante dalle foglie d’argento con delle bacche verdi, centinaia e centinaia di ulivi. Era quello il dono migliore, come sentenziò Zeus: luce, alimento e simbolo di pace. In onore della dea la città venne chiamata Atene.

 

Vincent Van Gogh, “Ulivi e cielo giallo”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
I miti non costituiscono soltanto l’armatura della vita umana, ma sono per di più i portatori di una vera e propria «metafisica teorica».
MARCEL DETIENNE, Il mito - Guida storica e critica

giovedì 27 agosto 2009

Gli ex libris

Oggetto di molte collezioni e ormai considerati come una forma d'arte grafica, gli ex libris sono un talloncino di carta che si incolla sul primo foglio di risguardo di un libro per significarne la proprietà. Più invasivo certo del nome scritto a penna, ma altrettanto più raffinato e più difficile da cancellare.

"Ex libris" è espressione latina che si può tradurre come "dai libri di..." e testimonia l'antichità di questo uso: se ne trovano addirittura sui codici redatti dagli amanuensi e sui primissimi libri stampati nel Quattrocento dopo l'invenzione di Gutenberg. Nel Seicento e nel Settecento erano diffusissimi.

La loro esecuzione venne affidata sempre più spesso ad artisti, che li realizzavano con la tecnica della xilografia o dello sbalzo su rame. Generalmente riportano un motto latino e naturalmente l'indicazione Ex libris, seguita dal nome del proprietario.






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LA FRASE DEL GIORNO
Non importa la quantità dei libri che hai, ma la loro qualità.
SENECA, Lettere a Lucilio, 45, 1

mercoledì 26 agosto 2009

Il sonno di Penna

Sandro Penna è un poeta difficilmente collocabile nella letteratura del ‘900: non ha certo subito l’influenza di Ungaretti, lo si può forse avvicinare a Saba. In realtà, Penna, nella sua semplicità di dizione che trasforma le poesie in un diario che racconta stati d’animo, è una specie di moderno poeta alessandrino con il suo eros ingenuo e spontaneo che fa da sfondo ai versi, eros come felicità e gioia di vivere anche quando diventa, come spesso accade, dolore…

E chiaro appare in questo distico che sembra essere un manifesto programmatico della sua poetica:

«IO VIVERE VORREI ADDORMENTATO»

Io vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita.

Una vita di sensazioni, di pura poesia, è quella cui Penna ambisce e che fece dire al critico Anceschi di una “poetica dell’indolenza”. Almeno è quello che appare dagli endecasillabi di un’altra sua famosa lirica:

«NEL SONNO INCERTO DORMO ANCORA UN POCO»

Nel sonno incerto dormo ancora un poco.
È forse giorno. Dalla strada il fischio
di un pescatore e la sua voce calda.
A lui risponde una voce assonnata.

Trasalire dei sensi - con le vele,
fuori, nel vento? - Io sogno ancora un poco.

 

Sandro Penna © Il Caffè Illustrato

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La vita è un sonno, l'amore ne è il sogno e avrete vissuto se avete amato.
ALFRED DE MUSSET

martedì 25 agosto 2009

Gozzano e il gallo

RISVEGLIO SUL PICCO D’ADAMO

Cantare udivo un gallo in sogno… Sognavo un villaggio
canavesano forse l'aurora improvvisa mi desta.

Mi ridesta nel rifugio di stuoia sul Picco Selvaggio:
d’un tremolio d’acquario scintilla la selva ridesta.

Le felci arborescenti contendono i raggi all’aurora,
dall’uno all’altro fusto s’allaccia la flora demente.

spezzo ghirlande azzurre gialle sanguigne, m’irrora
la coppa del calladio, l’orciuolo della nepente.

Cantava un gallo in sogno… Ma un gallo ben vivo risponde.
Sobbalzo. Ascolto. Il cuore col battito colma le tregue.

Regna il Re dei cortili le vergini selve profonde?
M’illude un negromante per gioco? Il mio sogno prosegue?

Non il Re dei cortili qui regna, ma l'avo selvaggio
(già cantava sul Picco d’Adamo che Adamo non era).

Canta il “gallo banckywa” l’aurora del Tropico, il raggio
d’oro che scende obliquo dove la jungla è più nera.

Adam’s Peak – Rest-House
Ceylon, 1912


È un Guido Gozzano ventinovenne quello che nel 1912 intraprende un viaggio in India per tentare di recuperare la salute, minata dalla tisi. Tutte le poesie scritte durante quell’avventura esotica furono distrutte dall’autore stesso, che le riteneva oscene. Solo due scamparono al massacro: “Supini al rezzo ritmico del panka” e appunto questo “Risveglio sul Picco d’Adamo”.

Gozzano si trova a Ceylon, dove svetta l’Adam’s Peak, noto agli indigeni come Samalakanda, un monte di 2.243 metri, e prova la nostalgia dell’emigrante confondendo il gallo sognato con il “Banckywa”, il “gallo dello Sri Lanka”, esemplare tipico della fauna dell’isola. L’illusione travalica il sogno, il gallo nostrano che cantava nel sonno sembra essere uscito, addentrarsi in quella vegetazione lussureggiante e bizzarra, le enormi felci della foresta tropicale, le orchidee, i grandi fiori colorati. Il cuore torna a pompare dopo essersi quasi fermato all’idea di essere in Italia. Ma no… È solo il tipico galletto dei tropici e l’alba già va a tingere con il suo chiarore l’oscurità delle giungle. “È vano che tu m’illuda, o vagabonda notturna! Sono a Ceylon; so d’essere a Ceylon! È vano che tu mi porti ad ogni risveglio un lembo di paesaggio ligure o canavesano, il sorriso di un amico, il profilo di mia madre. So di sognare”. (Un Natale a Ceylon)


Gallo dello Sri Lanka (Gallus Lafayetii) © Wikipedia


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LA FRASE DEL GIORNO
Ma anche coloro che non hanno nessuno, i più liberi, solitari, irresponsabili, privi di legami - anche coloro per i quali la patria non contiene né un viso caro né una voce familiare - anche loro devono fare i conti con lo spirito che risiede in quella terra, sotto il suo cielo, nella sua aria e nelle sue valli, sulle sue alture e nei suoi campi, nelle sue acque e nei suoi alberi - un muto amico, giudice e ispiratore…
JOSEPH CONRAD, Lord Jim

lunedì 24 agosto 2009

I libri proibiti

Nel corso di “Cortonantiquaria”, la mostra di antiquariato che si svolge nella città toscana dal 22 agosto al 6 settembre, c’è un interessante evento collaterale, un ‘esposizione organizzata dalla libreria inglese Quaritch e dalla fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano, “I libri proibiti”.

È un percorso che scorre la censura attraverso i secoli: motivi politici, religiosi, civili oppure  leggi e costumi sono all’origine dell’alt imposto agli autori - o in taluni casi addirittura autoimposto, come capitò a Galileo. La nota sul sito di Palazzo Vagnotti, sede della mostra di Cortona, sottolinea: “Tutte le storie di rogo, soppressione, mutilazione o tacito boicottaggio, insieme alla più sistematica e coerente operazione di elenco di libri ‘perniciosi’, l’Index, hanno in realtà concorso a costruire un lista che, per ironia della storia, ha procurato immortalità a questi testi, trasformando gli strumenti di repressione in cataloghi di opere da possedere e leggere”.

Ecco allora le edizioni pirata del “Principe” di Machiavelli, con altri testi politicamente o moralmente scomodi, potenzialmente sovversivi per lo stato e la religione: il “Leviatano” di Hobbes, il “Contratto sociale” di Rousseau, il “Defensor pacis” di Marsilio da Padova, i “Diritti dell’uomo” di Thomas Paine. I tempi più recenti sono rappresentati da un volantino programmatico degli studenti di Piazza Tienanmen. Il “Saggio sul suicidio” di Hume attinge alla sfera etica, “Pane e vino” di Silone, in tedesco, a quella della sovversione.

C’è poi tutta la censura dell’erotismo e del licenzioso: l’anonimo “Grigri”, una parodia di Voltaire sulla vicenda di Giovanna d’Arco, “Pot-Bouille” di Victor Hugo, il cui testo non poté neppure essere letto al processo per oscenità, la traduzione francese di “Lady Chatterley” di Lawrence.

Ma, per dirla con Oscar Wilde: “Non ci sono libri morali o immorali. Ci sono libri scritti bene e libri scritti male. E questo è tutto”.

© Rob Van Kleef

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Se tutti gli editori fossero determinati a non stampare alcunché fino a che saranno sicuri di non offendere nessuno, ben poco sarebbe stampato.
BENJAMIN FRANKLIN

domenica 23 agosto 2009

Finché uomini respirano

Devo paragonarti a una giornata estiva?
Tu sei più incantevole e mite.
Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate è fin troppo breve.

Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo
e spesso il suo aureo volto è offuscato,
e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore,
sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.

Ma la tua eterna estate non sfiorirà,
né perderai possesso della tua bellezza;
né morte si vanterà di coprirti con la sua ombra,

poiché tu cresci nel tempo in versi eterni.
Finché uomini respirano e occhi vedono,
vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

WILLIAM SHAKESPEARE, Sonetti, XVIII

 

Il tempo e l'oblio hanno cancellato
ormai quel sorriso d'incanto
gli anni hanno spento la freschezza
muffa e umidità sfigurano il volto.
Ma la ciocca di capelli di seta
ancora intrecciata sotto il ritratto
dice quale fosse un tempo quel viso
ne ritrae l'immagine alla memoria.
Bianca la mano che ha vergato quel verso
"Amore sappimi sempre fedele"
veloci correvano le belle dita
quando la penna tracciava quel motto.

EMILY BRONTË

 

Il passare del tempo è protagonista di queste due poesie, un sonetto di William Shakespeare dedicato come molti dei primi 126 al giovane W.H. e una lirica dell’autrice di “Cime tempestose”, Emily Brontë. Il Bardo e la giovane poetessa, che morirà di tubercolosi a soli 30 anni, sanno che la poesia è eterna, o almeno più duratura della vita umana: se la gioventù si trasforma in vecchiaia nel breve volgere di alcuni decenni e la bellezza appassisce, neppure la morte riuscirà a cancellare la gloria e la memoria. La profezia di Shakespeare, invero un po’ presuntuosa, è però la migliore testimonianza: il misterioso Mr W.H. rivive , a distanza di quattrocento anni nei meravigliosi sonetti del Cigno dell’Avon.

 

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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte fa soltanto dei versi, solo il cuore è poeta.
ANDRÉ CHENIER, Elegie

sabato 22 agosto 2009

Ungaretti innamorato

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GIUSEPPE UNGARETTI
IL LAMPO DELLA BOCCA


Migliaia d'uomini prima di me, 
Ed anche più di me carichi d'anni,
Mortalmente ferì
Il lampo d'una bocca.

Questo non è motivo
Che attenuerà il soffrire.

Ma se mi guardi con pietà,
E mi parli, si diffonde una musica,
Dimentico che brucia la ferita.



Splendida questa poesia d’amore di Giuseppe Ungaretti, follemente innamorato alla soglia degli ottant’anni: fa parte di “Dialogo”, una plaquette pubblicata nel 1968 in pochissime edizioni fuori commercio, con un’opera di Burri.
La scoperta del poeta ormai anziano è che l’amore non si potrà estinguere che con la morte. Il sorriso della donna amata è un’arma prodigiosa, un’irresistibile strumento di seduzione. Capita a tutti di cadere, di lasciarsi piacevolmente abbattere. La sofferenza è tutta nell’assenza, nella certezza dell’abbandono – la donna di Ungaretti è molto più giovane del poeta. Ma basta che quella bocca si spalanchi, che parli con dolcezza, che si associ allo sguardo, per far dimenticare tutto quanto…


Frank Ritter, “Elegance”



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LA FRASE DEL GIORNO
Confesso che l’amo; se ciò è peccato, anche questo confesso.
TERENZIO, Andria

venerdì 21 agosto 2009

Aloha, Hawaii

 

© Eisenhower Archives

Il 21 agosto del 1959, cinquantacinque giorni dopo il referendum di adesione, le Hawaii diventarono il 50° stato degli USA. Le isole, patria dell’attuale presidente Barack Obama e luogo natale dell’attrice australiana Nicole Kidman, erano territorio associato all’Unione già dal 1896, dopo il rovesciamento della regina di origine polinesiana Liliuokani da parte di ricchi imprenditori bianchi.

Agli Stati Uniti di fine Anni Cinquanta le Hawaii portarono in dote la loro identità multietnica e multirazziale e la ferita allora ancora aperta dell’attacco giapponese alla flotta americana ormeggiata a Pearl Harbor il 7 dicembre del 1941.

1.283.388 abitanti sparsi sui 16.759 kmq delle otto isole distanti 4.000 km dal territorio continentale della California. Isole dai nomi che fanno pensare a un oceano azzurro e limpido sul quale si affacciano montagne vulcaniche, palme e grattacieli, a collane di fiori, a ragazzi che cavalcano le onde con i loro surf: Maui, Oahu, Molokai, Kaho’olawe, Lanai, Nihau, Kanai e naturalmente Hawaii.

E un melting pot che vede insieme animisti e cristiani, buddhisti ed ebrei, bianchi, asiatici, neri e nativi, tutti accomunati da una sorta di calma zen che consente la pacifica convivenza in quel piccolo paradiso: la flemma “cool” di Obama dicono derivi proprio dalla sua infanzia trascorsa a Honolulu.

Aloha, Hawaii…

Tramonto a Waikiki © Hamish2k (GNU License)

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Le Hawaii non sono uno stato della mente ma uno stato di grazia.
PAUL THEROUX

giovedì 20 agosto 2009

E-book Mondadori gratuiti


L’e-book, ovvero il libro in formato elettronico, qualche anno fa sembrava avere il potenziale per una larga diffusione. Invece, mi sembra che si sia arenato: il suo utilizzo forse aumenta nelle biblioteche e nelle scuole, ma certo è molto più agevole leggere un libro in edizione cartacea che sforzarsi gli occhi davanti a uno schermo. Per non parlare della fisicità del libro, del suo odore di carta e inchiostro, delle sensazioni tattili che danno le pagine…

La versatilità dei libri elettronici tuttavia li rende utili per le ricerche: infatti, secondo uno studio dell’Università dell’Illinois, solo il 10% degli utilizzatori di e-book, hanno dichiarato in un sondaggio a risposte multiple di usarli per il piacere di leggere, mentre il 78% dava come risposta la ricerca e il 58% lo studio; il 10% se ne serve anche per l’insegnamento.



Mondadori, sin dai primi tempi, ha avuto una selezione di classici in formato elettronico da scaricare gratis: adesso sono una dozzina, da “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad a “La serenità” di Seneca, passando per “Le avventure di Pinocchio” di Collodi, “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain, il “Discorso sul metodo” di Cartesio e “Le relazioni pericolose” di Choderlos de Laclos.

Basta seguire questo link, inserire nome e cognome e una casella e-mail ed eseguire gratuitamente il download dei libri scelti. Naturalmente bisogna avere un lettore portatile di e-book o un lettore da installare sul computer o sul palmare, come Microsoft Reader, che si può scaricare anche dal link della casa editrice. Poi, naturalmente, è possibile acquistare dal vasto catalogo Mondadori anche gli ultimi best-seller.


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LA FRASE DEL GIORNO
Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è la fatica
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GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

mercoledì 19 agosto 2009

Genio prima, babbeo dopo

“Dove hai messo i fiori?”
“Nella valigia”
“Nella valigia?”
“Avevo paura che si sciupassero”
“Figlio mio, non ti far sentire, quando dici queste cose. Ti ho fatto studiare, ho speso per la tua istruzione migliaia di lire, ed ecco il risultato. Speriamo che la sposa non se ne accorga prima del matrimonio”
“E se se ne accorge dopo?”
“Dopo, troverà che sei l'ideale dei mariti. Ma, prima, ti rifiuterebbe”
“Come mai?”
“Così sono le donne. Prima di sposarlo, vogliono che il marito sia un genio. Quando l'hanno sposato, vogliono che sia un babbeo”.

Da “Agosto, moglie mia non ti conosco”, 1930

Sempre surreale la comicità di Achille Campanile. Qui, in una pagina degna di Oscar Wilde, trancia un giudizio formidabile sul matrimonio mettendo in scena un dialogo tra un padre sveglio e un figlio particolarmente stordito. È un argomento che spesso ritorna nella letteratura, in particolare nelle opere teatrali, che vivono dell’equivoco e del colpo di scena per sopperire all’esigua estensione del palcoscenico. William Shakespeare arriva a dire in “Molto rumore per nulla”: “Corteggiarsi, sposarsi e pentirsi sono come la giga scozzese, la pavana e la gagliarda: il primo tempo è ardente; il secondo, il compassato matrimonio, è una pavana, solenne e dignitosa; poi viene il pentimento che, barcollando, si butta nella gagliarda saltando sempre più a precipizio, finché salta nella tomba”. Molière, nel “Medico per forza”, fa dire a uno dei personaggi: “Un marito è un impiastro che guarisce tutti i mali delle ragazze”.

Anche gli aforisti ci si mettono: Roberto Gervaso scrive: “L’uomo ama la donna; la donna, il matrimonio”. Oscar Wilde invece: “Non sono favorevole al lunghi fidanzamenti: danno l'opportunità di scoprire il carattere l'uno dell'altro prima del matrimonio, il che non è mai auspicabile”. Il filosofo e teologo Erasmo da Rotterdam invece ritiene che “In gran parte i mariti sono come li fanno le mogli”. Dino Buzzati, in uno dei brevi racconti di “Siamo spiacenti di” commenta: “Se desse retta alla Natura, l’uomo cambierebbe moglie a ogni stagione; e viceversa”. Cesare Pavese, disincantato e provato da esperienze fallite, in data 3 agosto 1937 rileva nel “Mestiere di vivere”, il suo diario: “Una donna che non sia una stupida, presto o tardi incontra un rottame umano e si prova a salvarlo. Qualche volta ci riesce. Ma una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce a rottame. Ci riesce sempre”.


© Crown Rental & Sales


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LA FRASE DEL GIORNO
La donna più spensierata ama al servizio di un'idea, mentre l'uomo ama al servizio di un bisogno. Persino la donna che sacrifica soltanto a un bisogno altrui è moralmente superiore all'uomo che serve soltanto il proprio.
KARL KRAUS, Detti e contraddetti

martedì 18 agosto 2009

Città dei Mille

La scuola dove ho frequentato i cinque anni del liceo si trova in via Garibaldi, pochi metri prima che questa sbocchi nella Rotonda dei Mille. Questo incipit autobiografico per dire quanto Bergamo sia legata alla spedizione che nel 1860 portò alla distruzione dello Stato Borbonico e consentì l’annessione della Sicilia e dell’Italia meridionale al Piemonte, necessaria premessa all’Unità del 1861.

Centosettantotto furono i bergamaschi, della città e della provincia, che partirono per Quarto, dove si imbarcarono nell’impresa. Circa il 20% del totale. Tra loro Francesco Nullo, Giovanni Battista Camozzi e Francesco Cucchi, cui sono dedicate altre vie cittadine, cinque volontari di Pontida (udite, udite!) e un sedicenne di Caprino ucciso a Calatafimi dai soldati borbonici.

Una viva contraddizione per la città dove sono nato, divisa tra la fierezza per quei suoi eroi che compirono un’epica azione risorgimentale e la voglia di indipendenza economica che ha fatto attecchire meglio che altrove le radici della Lega.

 

Bergamo, Rotonda dei Mille, il monumento a Garibaldi
© Comune di Bergamo

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.
GIUSEPPE GARIBALDI, Lettera a Adelaide Cairoli

lunedì 17 agosto 2009

Kind of blue

Mezzo secolo. È il tempo trascorso dall'uscita di un album che ha cambiato la storia del jazz e della musica: “Kind of blue” di Miles Davis usciva il 17 agosto 1959. Da allora ha venduto oltre quattro milioni di copie. Con il grande trombettista avevano suonato il sassofonista John Coltrane e il contrabbassista Paul Chambers, già suoi collaboratori nel fortunato “Round about midnight” del 1955. A questi aveva aggiunto il sax alto di Julian “Cannonball” Adderley, la batteria di Jimmy Comb e il piano dell'unico bianco del gruppo, Bill Evans. Ad uno dei brani, “Freddie Freloader” partecipò anche un altro pianista, Wynton Kelly.

E pensare che il trentatreenne Miles Davis si presentò in sala d'incisione con solo qualche abbozzo dei brani che intendeva registrare: gli furono sufficienti solo dieci ore, divise in due sessioni il 2 marzo e il 22 aprile di quell'anno, per realizzare questa pietra miliare. Lo studio era quello della Columbia, nella Trentesima Strada di New York, sorto sui resti di una chiesa armena: l'acustica era resa eccezionale dalle pareti di legno. Ma a rendere memorabile il disco furono la bravura e l'abilità dei musicisti: incisero una sola volta ciascuno dei cinque brani inseriti nell'album, fatto inusuale anche per quel periodo. L'improvvisazione e la sperimentazione erano ben note alla band di Miles Davis, che aveva praticato la musica modale, quella cioè basata sulle scale, già nella colonna sonora di “Ascensore per il patibolo” di Louis Malle nel 1957 e in “Milestones” nel 1958.

“Kind of blue” è divenuto quello che viene comunemente definito “un disco di riferimento”: i cinque brani non rappresentano una semplice successione di canzoni, ma un vero e proprio viaggio sonoro. In breve si pose come un punto da cui partire per fare nuova musica: vi si ispirarono anche i Beatles per “Sgt. Pepper's”.

 

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Cos'è il jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai!   
LOUIS ARMSTRONG

domenica 16 agosto 2009

L’esistenza delle Sirene

Questo blog si chiama “Il canto delle Sirene” in onore all’Odissea, a quell’episodio celebre nel quale Odisseo, legato all’albero maestro ascolta il canto melodioso delle Sirene, mentre i suoi compagni, con la cera nelle orecchie per non essere ammaliati e condannati a sfasciare la nave sugli scogli, danno con forza ai remi e superano l’ostacolo. Delle Sirene ho già parlato in questo post.

È chiaro che non potevo passare sotto silenzio questa notizia, giunta qualche giorno fa da Gerusalemme: il piccolo comune di Kiryat Yam, che si trova nei pressi di Haifa, ha promosso un’iniziativa sorprendente, ha offerto un premio di un milione di dollari, pari a più di 700.000 euro, a chi sarà in grado di provare l’esistenza delle Sirene! Questo in seguito a numerosi avvistamenti da parte di privati cittadini della mitologica creatura mezzo pesce e mezza donna – ma in realtà abbiamo visto nel post citato che le Sirene erano metà donne e metà uccelli rapaci.

 

Veduta di Kiryat Yam © Finschonnd

«Molte persone ci dicono che sono certe di aver visto una sirena e si tratta di persone che non hanno alcun rapporto tra loro» ha dichiarato il portavoce del consiglio comunale di Kiryat Yam, Natti Zilberman, aggiungendo:  «La gente  dice di aver visto una figura femminile, metà giovane donna e metà pesce che salta come un delfino e compie diverse acrobazie prima di scomparire». Kiryat Yam è una località sulla costa: incentivare il turismo è un fine, il mezzo è l’espediente pubblicitario. O davvero le Sirene (che non esistono) sguazzano come tonni nel mare davanti a Israele?

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho fatto naufragio per amore di una sirena. Ho visitato i mari più lontani e sconfinati, e nessuno era grande come il nostro prato.
STEFANO BENNI, Margherita dolcevita

sabato 15 agosto 2009

Medley di Ferragosto


ALBERTO BERTONI

FERRAGOSTO IN CITTÀ

Nubi senza pioggia
uno stento dal cielo
ride la barista che ha riaperto
su questo mondo fermo

Tutti fuori i pochissimi cristiani
e la città è degli altri
raggruppati nei parchi
– ucraini, islamici, africani

Fra loro scivola mio padre
con aria tempestosa, poi
si accontenta di un gelato
crema, nocciola e cioccolato


UN FERRAGOSTO DEGLI ANNI ‘60

da “Il sorpasso” di Dino Risi (1962)



GIANNI MORANDI – NOTTE DI FERRAGOSTO (1966)




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LA FRASE DEL GIORNO
Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l'immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.
PIER PAOLO PASOLINI, Lettere luterane

venerdì 14 agosto 2009

Tango!

 

Il tango è prossimo a essere proclamato “patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO. Il classico ballo sudamericano, presentato dalle città di Buenos Aires e Montevideo al comitato di esperti , ha passato la prima selezione. Ora si attende che la riunione di fine settembre ad Abu Dhabi dia il responso. Un primo risultato positivo è stato quello di mettere d’accordo Argentina e Uruguay: entrambi rivendicano di essere la culla del tango. “Che la cultura serva come linguaggio, che la cultura serva come strumento d’intesa, è per noi molto importante” ha sottolineato il ministro argentino della Cultura, Hernán Lombardi, fiducioso che la dichiarazione dell’UNESCO possa portare turismo in Argentina. La notizia è stata data alla presentazione del Festival y Mundial de Baile de Tango, che si tiene da oggi al 31 agosto a Buenos Aires: 500 ballerini di spicco parteciperanno alla gara.

Il tango non è un semplice ballo: è pura passione, uno stato di vita che fonde il sangre caliente dei latini con la nostalgia di quelle terre lontane. I testi stessi dei tanghi assurgono a poesie, i ballerini sono già arte con la loro sensualità, con i loro vestiti e le loro scarpe. Jorge Luis Borges ne fu un cantore appassionato, come si può apprezzare in questi versi:

 

IL TANGO

Dove saranno? chiede l'elegia
Di quelli che non sono, come se
Vi fosse una ragione dove l'Ieri
Potesse essere Oggi, Ancora e Sempre.

Dove saranno (io ripeto) i teppisti
Che fondarono in polverose strade
Di terra o in dimenticati villaggi
La setta del coltello e del coraggio?

Dove saranno quelli che passarono
Lasciando all'epopea un episodio,
Una favola al tempo, e che senz'odio,
Senza guadagno o amore si assalirono?

Li cerco nella leggenda, nell'ultima
Brace che, a modo d'una vaga rosa,
Serba qualcosa di quei coraggiosi
Dei Corrales e di Balvanera.

Quali vicoli oscuri o che deserto
Nell'altro mondo abiterà la dura
Ombra di quegli ch'era un'ombra oscura,
Juan Muraña, il coltello di Palermo?

E quell'Iberra fatale (che i santi
Lo perdonino) che ammazzò su un ponte
Il Ñato suo fratello, che ne aveva
Uccisi più di lui, saldando i conti?

Una mitologia di pugnali
Lentamente si annulla nell'oblio;
Una canzone di gesta s'è persa
In sordide notizie poliziesche.

Un'altra brace, incandescente rosa,
E' nella cenere che li tramanda;
Son lì i superbi gli accoltellatori
E il peso della daga silenziosa.

Benché la daga ostile o un'altra lama,
Il tempo, li abbiano spenti nel fango,
Oggi, di là dal tempo e dall'infausta
Morte, quei morti vivono nel tango.

Nella musica stanno, nelle corde
Della chitarra dal suono ostinato
Che trama nella milonga felice
La festa e l'innocenza del coraggio.

Gira nel vuoto la dorata ruota
Di cavalli e leoni, e odo l'eco
Dei vecchi tanghi di Arolas e Greco
Che vidi già ballare sulla strada

In un istante che emerge isolato,
Senza prima né poi, contro l'oblio,
Ed ha il sapore di ciò ch'è perduto,
Di quanto è stato perso e ritrovato.

In quegli accordi sono antiche cose:
L'altro cortile e l'intravista pergola
(Dietro le sue pareti sospettose
Il Sud serba un pugnale e una chitarra).

Questa raffica o sortilegio, il tango,
Gli affaticati anni sfida; e l'uomo,
Fatto di polvere e di tempo, dura
Meno della leggera melodia

Che è solo tempo. Il tango crea un confuso
Irreale passato, forse vero,
Un assurdo ricordo d'esser morto,
Battendomi, a un cantone del sobborgo.

(da “Fervore di Buenos Aires”)

E ancora, sempre di Borges:

Senza vergogna, spigliato
guardavi in faccia e fiero
tango che fosti la gioia
d’esser uomo per davvero.
Tango che fosti felice
come sono stato anch’io
secondo quanto mi narra
il ricordo o l’oblio.

(da" “Alguien le dice al tango”)

 

 

FABIAN PEREZ, “TANGO”

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Il giovane Cesare Pavese invece in una sala dove si balla il tango constata la sua impossibilità di aderire al reale, di intrecciare rapporti con gli altri:

TANGO

Mi son visto una notte
in una sala chiusa
e l'abbraccio dei corpi che danzavano,
sollevati e schiantati dalla musica,
sotto la luce livida
che filtrava nei muri, di lontano,
mi soffocava il cuore
come in fondo a un abisso, sotto il buio,
tra bagliore e bagliore,
giungono spaventose
scosse di una tempesta,
che impazzisce là in alto, sopra il mare.

Mi giungevano a tratti,
pallide e stanche,
le ombre dei danzatori,
vibrazioni di un mare moribondo.

E vedevo i colori,
delle donne abbraccianti
illividirsi anch'essi,
e tutto rilassarsi
di spossatezza oscena,
e i corpi ripiegarsi,
strisciando sulla musica.

Solo ancora splendeva
su quella febbre stanca
il corpo di colei
che fiorisce in un volto
tanto giovane e chiaro
da fare male all'anima.

Ma era solo il ricordo.
Io la guardavo immobile
e la vedevo, dolorosamente,
nella luce del sogno.

Ma passava strisciando,
senza scatti più, languida,
con un respiro lento
e mi pareva un gemito d'amore,
ma l'uomo a cui s'abbandonava nuda
forse non la sentiva.
E un'ubbriachezza pallida
le pesava sul volto,
sul volto tanto giovane e stupendo
da fare male all'anima.

Tutti tutti tacevano di ebbrezza,
travolti dentro il gorgo
di quella luce livida,
posseduti di musica,
nelle carezze ritmiche di carne,
e stanchi tanto stanchi.

Io solo non potevo abbandonarmi:
cogli arsi occhi sbarrati,
mi fissavo smarrito
su quel corpo strisciante.

[23-26 giugno 1928]

(da “Le poesie”)

 

 

.

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LA FRASE DEL GIORNO
La vita è un tango e se scivoli, continua a ballare.
PROVERBIO ARGENTINO

giovedì 13 agosto 2009

Cos’è la poesia? (XI)

IL SUD

Da uno dei tuoi cortili aver guardato
le antiche stelle,
dal sedile in ombra aver guardato
quelle luci disperse
che la mia ignoranza non ha imparato a nominare
né a ordinare in costellazioni,
aver sentito il cerchio dell'acqua
nella segreta cisterna,
l'odore del gelsomino e del caprifoglio,
il silenzio dell'uccello addormentato,
l'arco dell'androne, l'umidità
- tali cose, forse, sono la poesia.

(da “Fervore di Buenos Aires”, 1923)

Anche per Jorge Luis Borges, lo scrittore argentino autore di questi versi, la poesia è sensazione, in questo caso nel suo vero significato, ossia quello di espressione sensoriale: il poeta racconta un luogo della memoria, un’intera regione, attraverso i sensi, quello che ha visto, che ha udito, che ha sentito, che ha annusato, che ha toccato. E dalle stelle, dal rumore dell’acqua, dal profumo dei fiori, dal silenzio – si noti la finezza di quel verso che vale un ossimoro – dal contatto con la pietra umida, Borges costruisce un intero microcosmo che altro non è se non poesia.

 

Weiss, “Posy patio”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
I sensi – come il fuoco – possono purificare o distruggere.
OSCAR WILDE, Il delitto di Lord Savile

mercoledì 12 agosto 2009

Il romanico ad Arlate

Ad Arlate, frazione del comune di Calco, in provincia di Lecco, su un piccolo poggio che domina la vallata dell’Adda, sorge uno dei monumenti più importanti della zona: la chiesa dei Santi Gottardo e Colombano, un gioiello del romanico lombardo.


© Cruccone


Le prime notizie della chiesa, che allora faceva parte del monastero cluniacense di San Colombano, proprietà dell’Abbazia di Pontida, risalgono al 1162 e si suppone che la sua edificazione sia avvenuta intorno alla metà dell’XI secolo. Prima di allora però doveva esserci un sistema di fortificazione con torre di segnalazione allineata con il vicino castello di Cisano Bergamasco. Nel corso dei secoli vi furono anni di abbandono e di degrado, soprattutto dopo lo spostamento del monastero a Milano, seguiti a periodi di restauro e abbellimento, fino all’istituzione della chiesa in parrocchia autonoma nel vicariato di Brivio.

La costruzione, in pietra locale, ha una facciata a capanna con lesene e un portale sormontato da monofore. Una linea semplice e lineare che si ripete all’interno e invita alla preghiera e al raccoglimento. La navata centrale, ricoperta con capriate di legno, è la più larga; le due minori e il presbiterio sono voltati a crociera. Gli archi sono sorretti da pilastri in pietra viva. La navata di sinistra appare la parte più antica della chiesa. Sulla semicupola dell’abside si può ammirare quel che rimane di un affresco raffigurante il Cristo Pantocrator, restaurato una decina di anni fa, datato intorno alla fine del XIII secolo. Il campanile è opera del XIX secolo, ai tempi dell’istituzione in parrocchia.

La chiesa dei Santi Gottardo e Colombano è inserita nel “Cammino di Agostino” e merita una visita, magari durante una gita alle meraviglie del medio corso dell’Adda.

Immagine mappa


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LA FRASE DEL GIORNO
Diciamo così: Dio è il pittore, la nostra fede è la pittura, i colori sono la parola di Dio, il pennello è la Chiesa.
SAN FRANCESCO DI SALES, Controversie

martedì 11 agosto 2009

Fiducia nel domani


IL PIÙ BELLO DEI MARI

Il più bello dei mari

è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

(da “Lettere dal carcere a Munevver”, 1942)


È un inno alla speranza e al desiderio questa poesia molto nota del turco Nazim Hikmet. Forse è per questo che piace tanto, perché ci dice di non accontentarci di quello che abbiamo, di non fare il muschio sulla condizione presente. La apprezziamo perché ci dice che il meglio non è ancora venuto, non sta dietro le nostre spalle, ma può essere là fuori, in attesa di noi, nell'avvenire.

E se abbiamo navigato e visto terre lontane, altri paesi e altre meraviglie ci aspettano, altri divertimenti in città sconosciute. E altri incontri e altra gente. Così, come Hikmet, dovremmo affidarci con entusiasmo al domani, golosi dei frutti che tiene in serbo per noi...


© Atlas Travel & Tourist Agency



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LA FRASE DEL GIORNO
Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte.
KARL POPPER, La lezione di questo secolo

lunedì 10 agosto 2009

Andavo, anzi, essendomi recato


"Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L'interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po' balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: "Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata". Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: "Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l'avviamento dell'impianto termico, dichiara d'essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l'asportazione di uno dei detti articoli nell'intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell'avvenuta effrazione dell'esercizio soprastante".


Ovvero, quando invece di una semplice parola si usa una parafrasi per sembrare colti e si finisce invece per ingarbugliare inutilmente il discorso. Un linguaggio parallelo all’italiano che diventa di volta in volta “burocratese”, “politichese” o “legalese”. Il brano riportato qui sopra risale a più di quarant’anni fa ed è un articolo di Italo Calvino pubblicato sul “Giorno” del 3 febbraio 1965. Settantadue parole usate dal solerte brigadiere invece delle quarantadue adoperate dall’interrogato, invero alquanto sospetto, ma sicuramente non reo di violentare l’italiano.

L’antilingua, come lo stesso Calvino la ribattezzò: "Ogni giorno, soprattutto da cent'anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un'antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d'amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell'antilingua. Caratteristica principale dell'antilingua è quello che definirei il "terrore semantico", cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato […]. Nell'antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente […]
Chi parla l'antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: "io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso". La motivazione psicologica dell'antilingua è la mancanza d'un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l'odio per se stessi. La lingua invece vive solo d'un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d'una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l'antilingua - l'italiano di chi non sa dire "ho fatto" ma deve dire "ho effettuato" - la lingua viene uccisa."

I governi succedutisi nel nuovo millennio hanno tentato di estirpare questo malanno, ma basta andare, anzi “recarsi” in qualsiasi ufficio pubblico e avere bisogno di qualche documento per rendersi conto che la malerba è ancora ben radicata. Basta leggere questo verbale di multa: “Poiché tale fatto costituisce violazione dell’art. 157 del Decreto legislativo 285/92 il trasgressore può interrompere il procedimento ed estinguere l’obbligazione, con il versamento della somma totale di €… entro 5 giorni dal presente accertamento di cui €… per la violazione alla lettera a) e di €… per quella alla lettera b), avvalendosi…”. Occorre tradurre… Per fortuna c’è il dizionario burocratese-italiano.


Alberto Sordi nel film “Il vigile”


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LA FRASE DEL GIORNO
Ho avuto un incubo: l'ipertrofia della burocrazia in uno Stato che ha appena liquidato l'analfabetismo.
STANISLAW JERZY LEC, Pensieri spettinati

domenica 9 agosto 2009

Il doloroso piacere del ricordo


GIACOMO LEOPARDI

ALLA LUNA


O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l'anno, sovra questo colle

Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!

Il doloroso piacere del ricordo è il tema di questa celebre poesia di Giacomo Leopardi, scritta a Recanati tra il 1819 e il 1820. Del resto, il titolo scelto dal poeta per la pubblicazione sul “Nuovo Ricognitore” nel 1825 fu proprio “La Ricordanza”. La luna è il pretesto, l’immutabile costante nello scorrere del tempo: Leopardi, allora ventunenne, guardandola, ricorda un periodo passato della sua vita, circa un anno prima, ricorda anche il dolore che provava allora, quando il pianto sul ciglio gli annebbiava la vista del pianeta, e sembra voler confermare la massima di Cicerone secondo cui “il ricordo dei mali passati è giocondo”. Era un periodo in cui erano sorti seri problemi agli occhi e la vita a Recanati gli sembrava insopportabile, tanto da ideare un progetto, poi fallito, per fuggire da casa e rifugiarsi nel Lombardo-Veneto.

Ma quel dolore non è ancora superato, la situazione è identica. Differente è una specie di consapevolezza del poeta sull’ineluttabilità del dolore; si affida nella sua gioventù alla speranza, per quanto vana: allora ricordare, per quanto doloroso, risulta gradito, uno dei famosi “piccoli idilli” leopardiani.



Fotografia © Darkplace



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LA FRASE DEL GIORNO
Il piacere è sempre o passato o futuro, non mai presente.
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, 29 settembre 1823

sabato 8 agosto 2009

Abbey Road, la fotografia

 

 
Questa foto celeberrima, la copertina di “Abbey Road”, penultimo album dei Beatles, compie quarant’anni. Il fotografo che la scattò, Iain MacMillan, posizionò la sua scala in quella semideserta via di Londra l’8 agosto 1969 alle 11 e 30 del mattino, ci impiegò dieci minuti e forse neppure sapeva che avrebbe lanciato nel mito la sua opera.
In realtà fu un ripiego: l’album, l’ultimo pensato e ideato dai Beatles prima della rottura (“Let it be” del 1970 contiene pezzi già pronti) si doveva intitolare “Everest” e avere una copertina in tema. La fotografia scatenò dicerie sulla presunta morte di Paul McCartney, l’unico a comparire a piedi nudi – e allora John Lennon in bianco sarebbe l’officiante delle esequie. I complottisti videro un altro segno nel numero di targa del Maggiolino Volkswagen bianco parcheggiato sulla sinistra: 28, come gli anni di Paul.
Fu profetica invece la fotografia: i Beatles che attraversano la strada e lasciano la scena. Pochi mesi dopo si sarebbero sciolti.

Come tutte le icone, anche la copertina di Abbey Road ha generato emuli, tra i quali lo stesso Paul McCartney per il suo disco “Paul is live”. Eccone una piccola carrellata tratta dalla Rete:







 


E, per finire, Abbey Road oggi:




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LA FRASE DEL GIORNO
Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento.
HENRI CARTIER-BRESSON

venerdì 7 agosto 2009

I vasi greci

I vasi greci sono riconoscibili per la loro uniformità: nell’epoca più antica, tra l’VIII e il VI secolo avanti Cristo erano decorati con figure nere su fondo rosso, come in quest’anfora risalente al 530 a.C., esposta al Louvre.

Dal VI secolo, fino al III, si diffuse una nuova tecnica nella pittura vascolare: le immagini si fecero rosse su fondo nero; in realtà le figure venivano delineate campendo quasi tutto il vaso con il nero in modo da fare affiorare il rosso ocra dell’argilla cotta. In pratica una tecnica che, paragonata a quella precedente, rappresenta una specie di negativo. È il caso di questa “pelike” del 370 a.C. visibile al British Museum.

A partire dal III secolo, con l’affinarsi della preparazione artigiana, apparve un terzo stile, caratterizzato da figure disegnate con precise pennellate sulla terracotta, divenuta molto più chiara per l’uso di una differente argilla o per l’accorgimento di trattare il vaso durante una prima cottura in modo da essere facilmente dipinto, come su questa coppa del Museo Archeologico di Delfi.

Quanto al caratteristico effetto lucido dei vasi greci, è probabile che sia dovuto alla stesura di un velo di triossido di ferro (l’ematite) disciolto in acqua e alla successiva cottura in un ambiente ricco di ossigeno. Qui sotto un “dinos” del 540 a.C. dalla collezione del "Louvre.

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LA FRASE DEL GIORNO
La vera opera d'arte non è forse, quella che s'impone senza ambizioni di successo e che nasce da una autentica abilità e da una sicura maturità professionale?
GIOVANNI PAOLO II, Parole sull’uomo

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