domenica 31 gennaio 2010

Ricordando J.D. Salinger

Qui lo dico e qui lo nego: “Il giovane Holden” non mi è mai piaciuto. Probabilmente per lo stile, anche se sono conscio che solo così poteva esprimersi il ragazzo Holden Caufield. Probabilmente perché ho avuto un’adolescenza diversa dalla sua. Probabilmente perché i gusti sono gusti. Probabilmente perché il titolo originale “The Catcher in the Rye” fu cambiato in quello italiano, così insulso e anonimo. Ho apprezzato molto invece la domanda su dove vadano le anatre in inverno, tanto da averci poi scritto una poesia.

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Ma quello che veramente ho apprezzato di J.D. Salinger, morto il 27 gennaio a 91 anni nella sua casa di Cornish, nel New Hampshire, è stata la sua riservatezza, il non voler apparire. Così si crea il mito. Come Lucio Battisti svanito nella sua villa di Molteno. Come Mina, ritiratasi a Lugano all’apice della carriera. Salinger ha avuto il coraggio di farlo, tenendosi lontano dai salotti televisivi, dalle beghe delle interviste ai giornali, dai dibattiti, dai premi letterari. Si è isolato dal mondo, ha scelto di vivere lontano dai riflettori, dal facile apparire, ed è una cosa che in questi tempi ammiro davvero molto. Così come il non aver mai concesso i diritti del libro per un film. Sono certo che i suoi eredi provvederanno.

Quanto al “Giovane Holden”, credo che sia come i cachi: o li si ama alla follia o li si detesta… Ah, neanche i cachi mi piacciono: troppo dolci e maturi.

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LA FRASE DEL GIORNO
Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.
J. D. SALINGER, Il giovane Holden

sabato 30 gennaio 2010

Ricette letterarie - 9

Mousseline alle fragole

GEORGES PEREC
LA VITA. ISTRUZIONI PER L’USO

Prendere trecento grammi di fragoline di bosco o quattrostagioni. Passarle al setaccio fitto. Mescolare con duecento grammi di zucchero grezzo. Mescolare e incorporare al composto mezzo litro di panna montata a neve. Riempire con il detto preparato delle coppette di carta e metterle al fresco per due ore in un portaghiaccio piuttosto stretto. Al momento di servire, guarnire ogni coppetta con una grossa fragola.

In quel pot-pourri letterario che è “La vita. Istruzioni per l’uso” di Georges Perec, tra i vari pezzi che compongono l’insieme – ognuno dei 99 capitoli un appartamento di un caseggiato parigino – non poteva mancare una ricetta.

Siamo all’inizio, è il terzo capitolo: tre uomini stanno compiendo i primi passi dell’iniziazione per entrare in una setta, quella dei “tre uomini liberi”, la “Seura nami”. I tre novizi, davanti al maestro Yoshimitsu, seduti sui calcagni, in equilibrio su grossi cubi metallici spigolosi, devono superare la prova della meditazione che consente di ignorare il dolore: per fare ciò devono contemplare un oggetto banale. A uno dei tre, un divo francese della canzone, tocca un antico libro culinario inglese…

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Fotografia © L’anima nel piatto

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LA FRASE DEL GIORNO
Non riesco a sopportare quelli che non prendono seriamente il cibo.
OSCAR WILDE

venerdì 29 gennaio 2010

L’amore ai tempi dell’automazione


NELO RISIimage

UNO+UNO=UNO

Da solo
uno può ma non molto
da solo uno beve
e da solo uno canta
da solo uno
se crede deve pregare.
In due
si grida meglio
con zelo di larve
con gesti di gomma
su letti di bronzo
prima e dopo il saccheggio.

La somma
dei due vuoti ci somiglia.

(da "Civilissimo 1", 1958)

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Gli aspetti salienti della poesia di Nelo Risi sono i toni satirici e moralistici: con il suo stile nudo ed essenziale spoglia i versi di ogni orpello letterario e da acuto osservatore denuncia il vivere meccanico e volgare della società contemporanea (è il periodo che precede il boom economico dei Sessanta), analizza con ferocia comportamenti che diventano grotteschi e ipocriti, ne coglie il lato volgare con un’amara sfiducia.

Così la coppia raccontata in questa poesia assurge a simbolo dell’amore ai tempi dell’automazione: Risi conclude che “la somma / dei due vuoti ci somiglia”, ovvero l’unione di due persone non forma una coppia ma rimane un’unità. Anche la matematica viene stravolta: quell’uno+uno non dà quindi due come somma, ma rimane una monade. E se da soli ci si può ubriacare e cantare e pregare, in due si fa l’amore come macchine, “con gesti di gomma / su letti di bronzo”, rimanendo vuoti…

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Fotografia © Jacob Charles Dietz

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LA FRASE DEL GIORNO
(La poesia) è sempre in allarme sempre in ascolto, mette l’accento sulla ferita, si accende da sé il rogo piuttosto di finire bruciata viva.
NELO RISI, Prefazione alle “Poesie scelte”

giovedì 28 gennaio 2010

Poesie nella nebbia

La nebbia è un elemento ben conosciuto alle genti del nord: un velo che scende improvviso e cela tutto quanto, annulla il paesaggio rendendolo simile a un’informe bolgia dell’Inferno dantesco. Un disastro per chi circola in auto e si trova all’improvviso accecato in questo “buio chiarore”. Eppure la nebbia ha una sua poesia: scende come una metafora del nostro passato e del nostro futuro, il primo avvolto dal tempo a cancellare i ricordi, il secondo informe e indefinito allo stesso modo. “Ricordi il gioco dentro la nebbia / tu ti nascondi e se ti trovo ti amo là” recita una delle più note canzoni di Roberto Vecchioni, “Luci a San Siro”. Ecco un altro aspetto della nebbia: nasconde questo mondo che troppo spesso ci soffoca e al contempo ci nasconde al mondo nel suo bozzolo freddo. Poi arriva il sole ad asciugarla o sopraggiunge il vento a spazzarla via, e tutto ritorna com’era…

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CORRADO GOVONI

EFFETTO DI NEBBIA


Nella nebbia luminosa del mattino
la casa dolcemente indietreggia e s'appanna;
si piegan sullo stelo, nel giardino,
dolci fiori di spuma e di manna.


(da "Il quaderno dei sogni e delle stelle", 1924)

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imageFotografia © Daniele Riva
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GIUSEPPE ROSATO image

ANCORA IL TRENO


Ancora il treno punta alle paludi
del riso, ancora romba sui passaggi,
fischia come in un sogno alla campagna.

S'avverte il trapassare dei paesaggi
da un grigio, grigio nero, luce, buio,
e la notte più densa quando il mare
s'incurva e s'allontana, quando il segno
del nostro sud si lascia dietro ad esso
e la pianura ha luci troppo rade,
troppo chiuso silenzio.
Il treno pare
caduto all'improvviso, ora la nebbia
innalza dietro a noi tacitamente
una soglia già tesa ad aspettarci.


(da “Ars oratoria e altro”, 1974)

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LA FRASE DEL GIORNO
La nebbia a gl’irti colli / piovigginando sale / e sotto il maestrale / urla e biancheggia il mare. GIOSUE CARDUCCI, San Martino

mercoledì 27 gennaio 2010

Etty Hillesum

La Giornata della memoria si celebra oggi, 27 gennaio, ricordando il giorno in cui nel 1945 l’Armata Rossa liberà il campo di sterminio di Auschwitz. Dopo aver fatto parlare gli scorsi anni la poesia con Primo Levi e Maria Luisa Spaziani, quest’anno propongo alla meditazione sull’orrore della “soluzione finale” voluta da Hitler e dai suoi gerarchi la figura di Etty Hillesum, una giovane donna ebrea di Amsterdam che, nonostante gli inviti degli amici ad abbandonare l’Olanda – tentarono addirittura di rapirla, volle seguire il doloroso percorso della sua famiglia. Etty e i suoi famigliari vennero rinchiusi nell’agosto 1942 nel campo di Westerbork, il “Durchganslager”, un campo di smistamento al confine tra Olanda e Germania. Vi rimase un anno. Il 7 settembre del 1943 salì con la madre, il padre e il fratello Mischa sul treno che ogni settimana deportava i prigionieri di Westerbork ad Auschwitz: là morirà il 30 novembre. E vi moriranno anche il padre, la madre e Mischa, mentre l’altro fratello Jaap, sopravvissuto al campo, morirà tornando in Olanda.

 

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Etty Hillesum nel 1941, a ventisette anni, iniziò a tenere un diario per tentare un’introspezione psicologica dopo l’incontro con lo “psicochirologo” Julius Spier: “Nel profondo di me stessa, io sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato, e con tutta la mia chiarezza di pensiero a volte non sono altro che un povero diavolo impaurito”. Era dunque un viaggio nel suo mondo interiore di donna tormentata. Ma improvvisamente la crescita e la liberazione di Etty devono fare i conti con la storia, con gli eventi esterni che danno una linea diversa alla sua testimonianza: dopo lo sciopero anti-pogrom del febbraio 1941, i nazisti inasprirono la repressione contro gli ebrei olandesi. Ai maltrattamenti e alle umiliazioni di essere cacciati dal lavoro e di non poter comperare nei “normali” negozi seguirono l’obbligo di portare la stella di David, i ghetti e quindi i campi di lavoro e le deportazioni di massa.

Il diario, naturalmente più compiuto e maturo di quello pur commovente della quattordicenne Anna Frank, venne presentato da alcuni amici di Etty a vari editori ma trovò pubblicazione solo nel 1981. È un altro documento che testimonia l’orrore di cui fu capace la Bestia Umana. Un orrore da non dimenticare per non essere costretti un giorno a doverlo rivivere.

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DAL “DIARIO” DI ETTY HILLESUM

Non siamo nient’altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo.

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24 ottobre 1941. Stamattina Levi. Non dobbiamo contagiarci reciprocamente coi nostri cattivi umori. Questa sera una nuova ordinanza che colpisce gli ebrei. Mi sono concessa mezz’ora di depressione e di ansia per queste notizie. Una volta mi sarei consolata mettendomi a leggere un romanzo e lasciando perdere il mio lavoro.

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Paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia in me stessa. Repulsione. Paura.

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18 maggio 1942. Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più “raccolta”, concentrata e forte.

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9 giugno 1942, martedì sera, le dieci e mezzo. Stamattina alla prima colazione notizie più o meno circonstanziate dal ghetto. Otto persone in una cameretta, con la comodità che si può immaginare. Non si capisce, non si riesce a concepire che tutto questo succeda a poche strade da qui, che possa diventare il tuo proprio destino.

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E ora sembra che gli ebrei non potranno più entrare nei negozi di frutta e verdura, che dovranno consegnare le biciclette, che non potranno più salire sui tram né uscir di casa dopo le otto di sera. Se mi sento depressa per queste disposizioni – come stamattina, quando per un momento le ho avvertite come una minaccia plumbea che cercava di soffocarmi – non è, però, per le disposizioni in sé. Mi sento semplicemente molto triste, e allora questa tristezza cerca conferme.

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Si può benissimo credere nei miracoli in questo ventesimo secolo. E io credo in Dio, anche se tra breve i pidocchi mi avranno divorata in Polonia.

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3 luglio 1942. Dobbiamo trovare posto per una nuova certezza: vogliono la nostra fine e il nostro annientamento, non possiamo più farci nessuna illusione al riguardo, dobbiamo accettare la realtà per continuare a vivere. Oggi, per la prima volta, sono stata presa da un gran scoraggiamento, mi toccherà fare i conti anche con questo, d’ora in poi. E se dobbiamo andare all’inferno, che sia con la maggior grazia possibile!

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In un campo di lavoro so che morirei in tre giorni. Mi coricherei, morirei, eppure non troverei ingiusta la vita.

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Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano.

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Il mio cuore è una chiusa che ogni volta arresta un flusso ininterrotto di dolore.

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Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite.


QUI un sito dedicato a Etty Hillesum

 

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LA FRASE DEL GIORNO
In futuro, quando la mia casa non sarà più un giaciglio di ferro in un luogo circondato dal filo spinato, voglio avere una lampadina sopra il mio letto, così di notte ci sarà luce ogni volta che lo vorrò.
ETTY HILLESUM, Lettere da Westerbork, 11 agosto 1943

martedì 26 gennaio 2010

Nikolajewka, fuori dalla sacca

È il terzo anno che questo blog celebra l’anniversario della battaglia di Nikolajewka, una delle pagine più epiche della storia degli Alpini. L’uscita dalla sacca, spezzato l’accerchiamento dei sovietici, costò altri uomini, dopo quelli abbandonatisi stremati nel ghiaccio della steppa e quelli caduti sui campi di battaglia nel corso di oltre un anno sulla linea del Don.
Dopo le memorie cronachistiche di Mario Rigoni Stern e il malinconico e struggente canto “L’ultima notte”, quest’anno ho deciso di dare la parola alla poesia: naturalmente poesia della memoria, quella di un reduce che con fierezza ed emozione testimonia ancora oggi a novant’anni la sua presenza nel gelo infernale e il ricordo degli amici e dei commilitoni che non sono tornati. Quel reduce dai lunghi capelli bianchi e dalla voce ferma è Nelson Cenci, tenente del Vestone con Rigoni Stern.


NELSON CENCI

NIKOLAJEWKA


Un'alba che nell'anima del sole
aveva la speranza.
Per immensi pascoli di neve
sotto un cielo arato di morte
più volte sui tuoi dossi
si logorò l'audacia
a cercarvi la vita.
Solo al finire del giorno,
con disperato grido, epica schiera di fantasmi
passò tra mesto mormorio di preghiere.
Scende ora il sole sull'alto del crinale
bagnando di luce i tuoi morti
e, in un vento di nuvole, fugge
il tuo solitario pianto
verso cieli lontani.
Non più aspre terre e profili di monti
nei loro occhi di vetro
ma lunghe file mute di uomini
su sentieri di ghiaccio.
La pista si è fatta di stelle
e cristalli di luna si spengono
su misere croci senza nome.





Nelson Cenci, nella prefazione alle sue memorie di quegli eventi, intitolate come l’Anabasi di Senofonte, “Il ritorno”, nel 1996 scriveva: “Ma per noi, non più giovani, il ritornare al passato vuol dire spesso riuscire a dare di esso una immagine ed un giu­dizio meno turbati dalle animosità di allora delle quali il trascorrere degli anni ha spesso attenuato le asprezze; vuol dire mantenere vivo il ricordo, e quindi onorare la memoria, dei molti compagni che ebbero a lasciare la loro esuberante giovinezza in terre così lontane per un profondo e radicato amore di Patria; vuol dire asciugare le lacrime di quelle madri che consumarono gli anni sperando e pregando per un loro impossibile ritorno; vuol dire infine insegnare ai giovani l'amo­re, cercando di trasferire in essi il nostro grande desiderio di pace. Sì perché solo chi ha sopportato le miserie e le angosce di una guerra, solo chi ne ha vissuto il dolore e le privazioni ed ha visto questa umanità sconvolta, indifesa, sperduta cercare disperatamente conforto, solo chi ha sofferto tutto questo, meglio di ogni altro può indicare quali siano le vie dell'altru­ismo, della fratellanza, della pacifica convivenza perché qua­lunque sia la fede che ci guida, qualunque il pensiero, il volto, la stirpe dalla quale discendiamo, siamo, in questa microsco­pica parte dell'universo, accomunati in un unico, uguale destino”..




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LA FRASE DEL GIORNO Ci hanno detto che fummo meravigliosi. Forse sarà vero ma una lunga strada è stata segnata: ossa, zaini, scarponi, armi e sangue. Ora su queste cose il vento dondola i grani. MARIO RIGONI STERN, Epoca, n. 456, 28 giugno 1959

lunedì 25 gennaio 2010

Éluard e lo sguardo

PAUL ÉLUARD

LA CURVA DEI TUOI OCCHI


La curva dei tuoi occhi intorno al cuore
ruota un moto di danza e di dolcezza,
nimbo del tempo, arca notturna e fida,
e non so più tutto quello che vissi
è che non sempre i tuoi occhi m'hanno visto.

Foglie di luce e spuma di rugiada
canne al vento, risa profumate,
ali che il mondo coprono di luce,
navi che il cielo recano ed il mare,
caccia dei suoni e fonti dei colori,

profumi schiusi da cova di aurore
sempre posata su paglia degli astri,
come la luce vive d'innocenza
il mondo vive dei tuoi occhi puri
e va tutto il mio sangue nei tuoi sguardi.


(da "Capitale del dolore", 1926)

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Paul Éluard fu probabilmente, nel limitato periodo in cui appartenne a quella corrente, il poeta che fornì al Surrealismo la sua espressione migliore. La rivoluzione dello spirito subentra allo sperimentalismo kitsch e al linguaggio antipoetico e dissacrante del Dadaismo: Éluard, ha ormai trent’anni e approda dai giochetti semantici e dall’assurdo di Tzara a uno sviluppo delle sue capacità espressive e fantastiche. Fonde la scrittura automatica con l’onirismo, aggiunge il subconscio e l’irrazionale alla sua poetica, innerva di questa nuova linfa il suo dramma di poeta, la solitudine angosciosa che lo pervade, il senso di sradicamento che lo attanaglia.
Questa meravigliosa poesia d’amore è il risultato delle tecniche citate: Éluard, fondendo realtà e sogno, natura ed esaltazione visionaria, dispiega tutte le immagini per celebrare l’amata e decantarne la bellezza ineffabile, originando un vortice di analogie che stordisce, proprio come fa la bellezza. Egli stesso indica questa lettura: quel verbo “ruota” fa pensare subito al movimento sfrenato, alla trance orgiastica delle Baccanti. La donna è tutto quanto: è la vita stessa, se la vita lontano dai suoi occhi non esiste; è l’espressione di tutti i sensi umani: luce, vento, risa, cielo, mare, suoni, colori; è il mondo stesso che si manifesta, e basta uno sguardo dei suoi occhi per comprenderlo…


Fotografia © Frank Ritter


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LA FRASE DEL GIORNO
Un uomo suppone una donna, la donna.
CESARE PAVESE, Feria d’agosto

domenica 24 gennaio 2010

Vivere ancora

LOUIS ARAGON

AH, È IL BENE DI DOMANI...

Ah, è il bene di domani
tutto come ieri
nulla sarà mai come
lo si vede nelle pietre
Eppure tutto ci aspetta
al ritorno dell’ora di ieri
Si dovrà pur amare
come ancora mai
La nostra vita sarà tutta
com’è da allora
Temete il cielo indifferente
o il gioco dell’amore
E non è un gioco stasera
o domani sera
Si dovrà vivere ancora
anche nei giorni neri.

(da “Poesie d’amore”, trad. Francesco Bruno)

Una poesia ciclica e circolare come il tempo questa del surrealista francese Louis Aragon: alla fine quello che se ne ricava è l’invito a non disperare, per quanto il passato e il futuro sembrino talora intercambiabili e la tristezza di ieri non lasci intravedere cieli rosati… Questa indecifrabilità del domani, che non si può comunque leggere con certezza alla luce delle conoscenze del nostro ieri e del nostro oggi, non ci deve però turbare…

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Fotografia © Borissov

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LA FRASE DEL GIORNO
La vita accade indipendentemente da noi: possiamo solo accettarla o non accettarla.
GIORGIO SAVIANE, Il terzo aspetto

sabato 23 gennaio 2010

Che la festa cominci

 

Con “Che la festa cominci” Niccolò Ammaniti torna sui passi di un romanzo come “Branchie”, innervando quella comicità spesso delirante e fantasiosa sulla sua capacità di dipingere personaggi borderline e sgangherati. Ammaniti non abbandona la provincia che ha fatto da sfondo a “Come Dio comanda”, “Io non ho paura” e “Ti prendo e ti porto via”, ma la trapianta direttamente nel cuore di Roma, in una Villa Ada tramutata da un imprenditore parvenu in un incredibile parco dei divertimenti ad uso e consumo di vip sempre più dediti al vizio.

La commedia umana è il tratto distintivo di Ammaniti, che qui porta il suo solito zoo in un vero e proprio “zoo”, quello ricostruito con vecchi animali dei circhi dal palazzinaro Sasà Chiatti nel parco di Villa Ada (nella realtà la zona è in un inconcepibile degrado e Ammaniti, nei ringraziamenti finali, lancia un appello alle istituzioni perché intervengano). Qui si intrecciano le vicende di Saverio Moneta, un disgraziato ragioniere succube della moglie ricca, che per evadere da quel mondo, si è inventato con il nome di Mantos come capo di una setta satanica composta da soli quattro elementi (e uno di essi è la “vittima” di una messa nera, stuprata e sepolta viva, che, sopravvissuta, si è unita agli altri tre), e di Fabrizio Ciba, uno scrittore in gravissima crisi di ispirazione, volubile, alcolizzato e sempre in cerca di donne dall’avventura facile.

La festa è l’inaugurazione del parco di Villa Ada con dispendio di effetti speciali, dall’illuminazione a giorno al concerto della cantante italiana più celebre nel mondo, Larita, dai fuochi d’artificio alla caccia alla tigre, alla volpe e al leone. Le cose non andranno come avrebbe voluto il palazzinaro, ma si trasformeranno in tragedia e in rovina, a simboleggiare il disfacimento di una società che vive ormai sull’orlo del precipizio. Dopo l’Armageddon finale la vita riprende nel solito modo: le bassezze, le miserie e i vizi ricominceranno a emergere dalle macerie e, come sempre, sarà dagli umili a giungere una scintilla di speranza.

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Einaudi - Collana Stile libero big
Prezzo € 18,00
Data uscita 27/10/2009
Pagine 270
 

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LA FRASE DEL GIORNO
La prima regola di ogni vero scrittore è: mai e poi mai, nemmeno in punto di morte, nemmeno sotto tortura, rispondere alle offese. Tutti aspettano che tu cada nella trappola della risposta. No, bisogna essere intangibili come un gas nobile e distanti come Alpha Centauri.
NICCOLÒ AMMANITI, Che la festa cominci

venerdì 22 gennaio 2010

Il tramonto di Aleixandre

 

VICENTE ALEIXANDRE

LENTA UMIDITÀ

Felice ombra dei capelli
che serpeggia quando il sole è al tramonto,
simile a giunchi aperti - è tardi; fredda
umidità lasciva, quasi polvere -.
Delicata una cenere,
il grembo segreto del giunco,
serpente tenero senza veleno
di cui lo sguardo verde non fa male.
Addio. Dondola il sole
i quasi rossi, quasi verdi raggi.
La triste fronte aureolata immerge.
Umido, freddo, sapore di terra.

(da “La distruzione o amore”, 1935)

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“La distruzione o amore” è una raccolta di poesie del sivigliano Vicente Aleixandre molto meditata e dolorosa: quella “o” disgiuntiva nel titolo è già il risultato finale, la conclusione che l’amore è sì la forza radicale dell’essere e della vita, ma raggiungibile solo con la dissoluzione della forma e della vita stessa. Molti critici hanno ravvisato analogie con l’estasi amorosa di Santa Teresa, coronata dalla morte. Alla luce di tale equazione amore=morte, del resto non nuova in quanto sviluppata ad esempio da Giacomo Leopardi e da Guido Gozzano, va allora letta questa lirica, la più breve delle 54 che compongono il volume.

Aleixandre esprime il suo surrealismo romantico dipingendo una scena serale, tappezzando di analogie dal vago sentore di muschio il lento tramontare del sole: dissoluzione della forma, si è detto sopra, ed ecco che, come in un dipinto di Picasso, l’elemento naturale del tramonto viene scomposto in un delirio di parti e di colori che si confondono, dall’ombra dei capelli alle radici dei giunchi, dalla loro verde cima alla fronte del sole; i rossi e i verdi si uniscono e si disperdono in un gioco quasi psichedelico. E sullo sfondo rimane quel triste odore di morte: la cenere, l’umidità, la polvere, il freddo, il sapore della terra…

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FOTOGRAFIA © SINOPSIS

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Voglio sapere se il cuore è una pioggia o un confine, / quel che resta da parte quando due si sorridono, / o è solo la frontiera tra due mani recenti / che stringono una pelle calda che non divide.
VICENTE ALEIXANDRE, La distruzione o amore

giovedì 21 gennaio 2010

Il vizio della poesia

L’altra sera ho visto un episodio dell’ottava stagione della serie “Criminal Intent”: il brutale assassinio che è oggetto di ogni puntata stavolta avveniva nel mondo dei poeti. Scattavano allora le battutine: “Ma esistono ancora i poeti?”, “Chi può andare ad assistere a una lettura di poesie? Saranno stati davvero in pochi…”, “Ma la poesia non era morta?”.

Mi è poi capitato di leggere uno stralcio del saggio postumo “Il reato di scrivere”, pubblicato pochi giorni fa da Adelphi, del poeta italo-argentino Juan Rodolfo Wilcock, scomparso nel 1978: “I promotori di un’inchiesta mi hanno domandato «Che cosa significa per Lei, oggi, Dante?». Poiché Dante fu il poeta massimo della letteratura europea, per me è come se mi domandassero: «Che cosa significa per Lei, oggi, la poesia?». (…) La domanda su Dante, cioè sulla poesia, non solo mi riguarda, ma mi coinvolge. Allo stesso modo coinvolge migliaia di persone che scrivono o hanno scritto poesie, che si occupano o si sono occupate di poesia. (…) La domanda interessa quasi tutti noi, perché fino a poco tempo fa quasi tutti noi partecipavamo a questa produzione, o al suo simulacro, e l’abbiamo vista scomparire sotto i nostri occhi. Scomparire come mestiere per diventare vizio”.

Allora, ha ancora senso scrivere poesie, leggere poesie, emozionarsi di fronte all’emozione di un poeta, immettere in quei versi anche le proprie emozioni? O è meglio piantare baracca e burattini e affidarsi agli SMS, a Facebook, a Twitter, a un linguaggio base di 800 parole che trasforma le nostre vite in pianure piatte come la Val Padana, lontano dalle vette eccelse e fuori moda della poesia?

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Immagine © The Grizzly Den

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è un nesso tra due misteri: quello del poeta e quello del lettore.
DÁMASO ALONSO

mercoledì 20 gennaio 2010

Il profeta canuto di Milosz

 

CZESLAW MILOSZ

CANZONE DELLA FINE DEL MONDO

Il giorno della fine del mondo
L'ape gira sul fiore del nasturzio,
Il pescatore ripara la rete luccicante.
Nel mare saltano allegri i delfini,
Giovani passeri si appoggiano alle grondaie
E il serpente ha la pelle dorata che ci si aspetta.

Il giorno della fine del mondo
Le donne vanno per i campi sotto l'ombrello,
L'ubriaco si addormenta sul ciglio dell'aiuola,
I fruttivendoli gridano in strada
E la barca dalla vela gialla si accosta all'isola,
Il suono del violino si prolunga nell'aria
E disserra la notte stellata.

E chi si aspettava folgori e lampi,
Rimane deluso.
E chi si aspettava segni e trombe di arcangeli,
Non crede che già stia avvenendo.

Finché il sole e la luna sono su in alto,
Finché il calabrone visita la rosa,
Finché nascono rosei bambini,
Nessuno crede che già stia avvenendo.
Solo un vecchietto canuto, che sarebbe un profeta,
Ma profeta non è, perché ha altro da fare,
Dice legando i pomodori:
Non ci sarà altra fine del mondo,
Non ci sarà altra fine del mondo.

Varsavia, 1944

(da “Poesie scelte”, 1931-1987)

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Tutte le religioni e tutte le culture hanno un traguardo escatologico, quella che in parole più accessibili è chiamata “la fine dei giorni”. I Maya, per esempio, credono che avverrà il 21 dicembre del 2012, i cattolici fanno riferimento al vangelo di Matteo (“nessuno conosce l'ora o il giorno”) e all’Apocalisse, gli ebrei attendono il loro settimo millennio, che avrà inizio tra oltre 1200 anni, i protestanti e gli avventisti sono in attesa dell’Armageddon, anche gli islamici hanno il loro giorno del giudizio.

Il poeta polacco Czeslaw Milosz, premio Nobel per la Letteratura nel 1980, emigrato negli Stati Uniti nel 1960 per sfuggire al regime comunista e divenuto dieci anni dopo cittadino statunitense, dipinge una scena minimalista di questo giorno finale: nulla di diverso, tutto come al solito, quasi che ogni giorno possa esserlo senza neppure saperlo. Solo un vecchio contadino conosce la verità…

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Vincent Van Gogh, “Seminatore col sole che tramonta”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla.
LAO TZU

martedì 19 gennaio 2010

L’uso politico delle parole

Le parole non sono né di destra né di sinistra e tantomeno di centro: sono pure e semplici parole, convenzioni fonetiche che servono ad esprimere fino nei più piccoli dettagli le sfaccettature della realtà visibile e invisibile nella quale siamo immersi. Però la politica le piega ai suoi scopi, così come piega anche le coscienze, e non solo quelle.

Prendiamo “laico”: è un periodo in cui molti si proclamano laici, intendendo dire che sono atei e non gliene frega niente della Chiesa Cattolica e vorrebbero che la Chiesa Cattolica non si interessasse a loro. Sono fatti personali. Però in termini strettamente semantici “laico” significa “non consacrato” e perciò in effetti tutto il mondo è composto da laici, anche i credenti. Gli unici a non potersi dire “laici” sono i preti, le suore, i vescovi, i cardinali, il papa. La radice etimologica di “laico” risale al greco “laós”, popolo, contrapposto a “klêros”, parte eletta della comunità. Cioè, laico è chi non riveste cariche.

Da un po’ di tempo, rilanciata anche dalla Chiesa, in particolare dalla CEI, c’è poi la parola “migranti”, opposta a “clandestini” e a “extracomunitari”: i disperati che lasciano la povertà e la fame africana per venire in Italia su barche di fortuna a soffrire una nuova fame e una nuova povertà. A seconda del giornale o del parlante, si riesce a capire per chi vota alle elezioni. Così è anche per l’uso della definizione “governo di Tel Aviv” o “governo di Gerusalemme”: un giornale di sinistra scriverà la prima per indicare Israele, uno di destra la seconda, è in ballo il riconoscimento del diritto dello stato ebraico a esistere. Punti di vista, sponde opposte…

Poi c’è un uso strumentale delle parole, ed è quello di non farsi comprendere, di lasciare aperte alternative e scappatoie, di pararsi con la via di fuga della smentita. C’è una bellissima tabella dell’italianista Cesare Marchi in cui le varie frasi possono essere mescolate a piacere, il “Prontuario di frasi a tutti gli usi per riempire il vuoto di nulla”. Qui il generatore online. Si può ottenere ad esempio questa bella frasetta:

La valenza epidemiologica
prefigura
la ricognizione del bisogno emergente e della domanda non soddisfatta
senza precostituzione delle risposte
non sottacendo ma anzi puntualizzando
quale sua premessa indispensabile e condizionante
il coinvolgimento attivo di operatori ed utenti…

Politici veri e propri, ma anche politici sportivi, come il presidente della Lega Calcio, Giancarlo Abete: qualche sera fa l’ho sentito rispondere all’intervistatore sul problema del razzismo negli stadi. Non ci ho capito niente ed è proprio quello che voleva: non scontentare i tifosi, le società e i giocatori. C’è riuscito perfettamente, peccato che così si mantiene sempre lo status quo. Politica…

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LA FRASE DEL GIORNO
Nelle parole c’è qualcosa d’impudico.
CESARE PAVESE, La casa in collina

lunedì 18 gennaio 2010

Arturo Onofri

Il “frammento” fu un genere evocativo in voga circa un secolo fa, a cavallo dei primi due decenni del Novecento: una lirica molto descrittiva e molto prosastica dall’evidenza alquanto formale, il momento che viene colto nel suo breve essere. Un rigoroso e coerente rappresentante di questo stile fu il romano Arturo Onofri, nato nella Capitale nel 1885 e lì morto a 43 anni. Nel 1912 aveva fondato con Baldini, Fracchia e De Santis la rivista letteraria “Lirica”, fu poi collaboratore di “La Diana”, “Nuova Antologia” e “La Fiera Letteraria”. I suoi versi sono, come detto, prosastici; così come, del resto, le sue prose sono abbellite da un’illuminazione lirica. In questi pochi esempi riportati si può notare l’evoluzione dello stile di Onofri, che dal 1907 al 1927 va perdendo via via quell’incrostazione classicheggiante a vantaggio di un più fluido e più moderno scorrere.

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da “LIRICHE”, 1907

RISVEGLIO DEL BOSCO

Risorge, dalla notte che dirada,
la prima voce d'alberi tranquilla;
sull'intrisa ramaglia, a stilla a stilla,
s'aggòcciola brillando la rugiada.

Murmuri vaghi d'erbe e di ruscelli
tra il rosicchìo d'un ghiro ancor famelico;
in un cespuglio, un indistinto anelito
fra uno sfrullare tacito d'uccelli.

E dall'orror silvano, l'ombre a sciami
fuggono ai loro mattutini esilî;
piovendo, fra il fogliame nero, fili
tremuli d'oro sui vocali rami.

Melodia della luce, incerta e varia
in un languore ancora vanescente;
pur, tra le fronde grigie e sonnolente
già s'inazzurra il palpito dell'aria.

E d'improvviso, nel silenzio, un coro
scoppia dal folto, echeggia in tutto il cielo,
mentre, lungi da un fluido roseo velo
balzano monti sfolgoranti d'oro.

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da “ARIOSO”, 1921

CAPINERA

La capinera cuce cuce e cuce.
Dalla quercia solitaria
con le acce lunghe lunghe del suo canto
ombra e sole in terra cuce,
cuce sereno e nuvole nell'aria,
finché tra i tronchi l'erba è tutta luce
e il cielo è tutto eguale liscio e bianco
come una pura conchiglia di canto.

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da "TERRESTRITÀ DEL SOLE", 1927

ARMONIE DEL MATTINO ALTOLUCENTI

Armonie del mattino altolucenti!
Lo sparso arcobaleno dei colori
sogna sé lungo il brivido dei venti,
nel grembo delle nuvole e dei fiori,
____________nel sospiro d'un prato
____________che sembra oro soffiato.

La luce ascolta il proprio metter ali,
che tramuta crisalidi in farfalle,
e dal buio dei bozzoli invernali
risorge in melodie blu rosse gialle,
____________svegliando sugli steli
____________mille piccoli cieli.

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BIBLIOGRAFIA POETICA

  • Liriche, Roma, Vita letteraria, 1907.
  • Poemi tragici, Roma, Vita letteraria, 1908.
  • Canti delle oasi, Roma, Vita letteraria, 1909.
  • Disamore, Roma, Vita letteraria, 1912.
  • Liriche, Napoli, Ricciardi, 1914.
  • Orchestrine, Milano, La Diana, 1917.
  • Arioso, Roma, Bragaglia, 1921.
  • Le trombe d'argento, Lanciano, Carabba, 1924.
  • Terrestrità del sole, Firenze, Vallecchi, 1927
  • Vincere il drago!, Torino, Ribet, 1928.
  • Simili a melodie rapprese in mondo, Roma, Al tempio della Fortuna, 1929.
  • Zolla ritorna cosmo, Torino, Buratti, 1930.
  • Suoni del graal, Roma, Al Tempio della Fortuna, 1932.
  • Aprirsi fiore, Torino, Gambino, 1935.

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LA FRASE DEL GIORNO
La parola di un poeta è essenza del suo essere.
ALEKSANDR PUSKIN

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domenica 17 gennaio 2010

Proverbi per Sant’Antonio

Sant'Antonio abate, noto anche con gli appellativi di sant'Antonio il Grande, sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto, sant'Antonio l'Anacoreta e Sant’Antonio del Porcello, fu un eremita egiziano, uno dei padri del deserto. Visse in una grotta della Tebaide in meditazione e contemplazione tra il 251 circa e il 17 gennaio del 357.

Il santo, da non confondere con l’omonimo del 13 giugno, Sant’Antonio da Padova, è molto venerato e la sua festa è presa a pretesto per numerosi proverbi sulla stagione invernale. Naturalmente, spesso a gennaio nevica, e anche copiosamente – la famosa “nevicata del secolo” del 1985 in Lombardia si protrasse dal 15 al 17 spargendo un manto bianco di 80 centimetri, avverando il detto “Sant’Antoni de la barba bianca, se ‘l piöf mea la nef no manca” (se non piove, la neve non manca), che si può udire un po’ in tutto il paese: “Sant'Antonio dalla barba bianca s' n' chiov la nev n' manca” in Ciociaria, “Sant'Antoniu cu la barba bianca, ci nu chioe la nie nu manca” in Salento. In Romagna c’è la variante “Sant'Antoni d'la berba bienca se un la ia us sla fa” (se non l’ha, se la fa)…

Il freddo è ancora notevole: e infatti in Trentino dicono: “Sant’Antoni, san Bastian e santa Agnes i é i marcanti da la nef”, accomunando i santi del 20 gennaio (Sebastiano) e del 21 (Agnese). A Milano si arriva fino a San Biagio, il santo del 2 febbraio: A Sant’Antoni, frècc da demoni, a San Sebastian, frècc da can, a San Bias, el frècc l’è ras (A Sant’Antonio freddo da demonio, a San Sebastiano freddo da cane, a San Biagio il freddo è colmo). In Lunigiana è attestato “Sant Antòn gran ferdüra, San Lurénzu gran kóudüra o yön o l àtr póg u düra” (A Sant’Antonio gran freddo, a San Lorenzo – il 10 agosto – gran caldo; l’uno e l’altro poco durano), identico al siciliano “Sant'Antoniu gran friddura, San Lurenzu gran calura; l'unu e l'àutru pocu dura”. Sempre in Sicilia c’è questo detto: “O ricissetti 'i Sant'Antoniu nesci 'a gran friddura e trasi 'a gran calura”, il diciassette di Sant’Antonio esce il gran freddo ed entra il gran caldo. Beati loro…

C’è poi un altro dato puramente astronomico che comincia a farsi visibile: il solstizio d’inverno è passato da ormai un mese e le giornate cominciano ad allungarsi: ecco allora i bergamaschi dire “Nedàl ü pass de gàll, Pasquèta ün urèta, Sant'Antóne ün'ura gròsa” (A Natale il passo di un gallo, all’Epifania un’oretta, a Sant’Antonio un’ora buona). In Brianza il proverbio diventa “A Sant'Antoni un'ura e un grögn” (A Sant’Antonio un’ora e un pezzo di pane) oppure “A Sant'Antoni un'ura e un glori” (un’ora e un Gloria). In Valsesia “Sant 'Antoniu da Quaruna n'ora buna” (a Quarona -è un paese – un’ora buona). In Umbria c’è una tabella completa da Santa Lucia a Sant’Antonio: “Santa Lucia, la giornata più corta che ce sia; Natale 'na sbattuta d'ale; annu vecchiu, passu d'un vecchiu; annu nôu passu d'un bôe; Pasquarella (Epifania) un'orarella; Sant'Antonio, un'ora bona”.

Per quanto riguarda la tradizione dei falò, molto diffusa in tutta Italia, rimando al post dello scorso anno.

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Pontormo, “Sant’Antonio abate”

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LA FRASE DEL GIORNO
Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra e dissi gemendo: – Chi mai potrà scamparne? E udii una voce che mi disse: – l'umiltà.
SANT’ANTONIO ABATE, in “Vita e detti dei Padri del deserto”

sabato 16 gennaio 2010

La macchia rossa, il segno blu

MARIO BENEDETTI

AMORE, LA SERA

È un peccato che tu non sia con me
quando guardo l’orologio e sono le quattro
e finisco la pagina e penso dieci minuti
e stiro le gambe come tutte le sere
e faccio così con le spalle per allentare la schiena
e piego le dita e ne ricavo menzogne.

È un peccato che tu non sia con me
quando guardo l’orologio e sono le cinque
e sono una maniglia che calcola interessi
o due mani che saltano su quaranta tasti
o un orecchio che ascolta come latra il telefono
o un tipo che fa numeri e ne ricava verità.

È un peccato che tu non sia con me
quando guardo l’orologio e sono le sei.
Potresti avvicinarmi di soppiatto
e dirmi “Come va?” e resteremmo
io con la macchia rossa delle tue labbra
tu con il segno blu della carta carbone.

(da “Inventario tres”)


L’amore sognato, desiderato. Un’assenza di cui a mancare maggiormente è la tenerezza. Ecco il poeta al lavoro – in questo caso l’uruguayano Mario Benedetti – nell’era precedente al computer: macchina per scrivere, fogli bianchi, carta carbone, vecchia calcolatrice con maniglia. Il tempo scorre, il lavoro avanza affaticando il corpo: le dita danzano sui tasti della macchina, le bozze crescono foglio dopo foglio. Il tempo scorre e l’amore è lontano, non è lì a confortare con la sua sola presenza. Basterebbe poco, un bacio, una carezza, la macchia del rossetto sulla guancia del poeta, il segno blu lasciato dalle dita sporcate dalla carta carbone sul viso di lei…


Fotografia © Eye-Makeup

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LA FRASE DEL GIORNO
La lontananza è il fascino dell’amore.
CORRADO ALVARO, Quasi una vita

venerdì 15 gennaio 2010

Haiti

“Io descrivo ciò che sembra inaccettabile”. Risuonano come una triste profezia queste parole, che sono il motto dello scrittore haitiano Lyonel Trouillot.

Il paese, i 27.700 chilometri quadrati più poveri dell’intero continente americano toccati in sorte a nove milioni di abitanti, ha non solo una travagliatissima storia di dittature e di colpi di stato, ma deve anche dividere l’isola di Hispaniola su cui si trova con la ricca e turistica Repubblica Dominicana, stesso numero di abitanti e superficie doppia, storia meno intensa e migliore fortuna con gli eventi naturali.

Ora, la catastrofe si è abbattuta su Haiti: come se non bastassero i quattro uragani che nel 2008 seminarono morti e carestia. Il terremoto di 7.0 gradi sulla scala Richter che ha colpito Port-au-Prince radendola al suolo e provocando un numero di vittime stimato in mezzo milione, ha avuto una potenza trenta volte superiore al sisma dell’Aquila che ci ha tanto impressionato.

“Haiti è la storia di una catastrofe”. Lo sanno bene gli haitiani: questa frase è di un altro scrittore ed editore dell’isola, Rodney Saint-Eloi. Conoscono il colonialismo che ebbe il volto degli spagnoli assetati d’oro: annientarono gli indigeni Taìno e Arauachi sostituendoli con gli schiavi africani importati dai negrieri. Conoscono il colonialismo americano che nel 1915 si impadronì del paese e lo occupò militarmente fino al 1934, mantenendone il controllo anche nel secondo dopoguerra. E conoscono la delusione subentrata al processo di decolonizzazione: non fu libertà, ma una dittatura che si perdeva nei mille rivoli della corruzione, della violenza incontrollata e sanguinaria, della gestione feroce del potere da parte della famiglia Duvalier, dal 1957 al 1986. Conoscono infine e soprattutto la povertà, visto che questi eventi l’hanno prodotta come risultato: l’indice di sviluppo umano è di 0,521 e colloca Haiti al 148° posto nel mondo, contro lo 0,768 e il 91° posto della vicina Repubblica Dominicana; la mortalità infantile è assurdamente alta, 57% – si pensi che in Italia è del 3% – la speranza di vita è di 58 anni per i maschi e di 61 per le femmine.

“Haiti è il regno della poesia, noi scrittori siamo lettori dell’universale”. Nonostante tutte queste tragedie, agli haitiani non è mai mancata l’allegria caraibica, la voglia di manifestare le proprie emozioni: lo testimonia questa descrizione della sua patria fatta da Lyonel Trouillot, scampato al terremoto, così come Saint-Eloi. Il mondo si è già messo in moto per aiutare la popolazione colpita da uno dei più devastanti sismi degli ultimi duecento anni: generi di prima necessità, cani da macerie, ospedali da campo, tende. Servirà ben altro, questa volta occorrerà non abbandonarli ancora. Forza, Haiti!

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Fotografie © La Stampa

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LA FRASE DEL GIORNO
Le disgrazie cercano e trovano il disgraziato anche se si nasconde nell’angolo più remoto della terra.
MIGUEL DE CERVANTES, Colloquio dei cani

giovedì 14 gennaio 2010

Le nostre Termopili

KONSTANTINOS KAVAFIS

TERMOPILI

Onore a quanti nella propria vita
si proposero la difesa di Termopili.
Mai allontanandosi dal dovere;
giusti e retti in tutte le azioni,
con dolore perfino e compassione;
generosi se ricchi e, se poveri,
anche nel poco generosi,
pronti all'aiuto per quanto possono;
sempre con parole di verità
ma senza odio per chi mente.

E ancora maggiore onore è loro dovuto
se prevedono (e molti lo prevedono)
che alla fine apparirà un Efialte
e i Medi infine passeranno.

1903

(Traduzione di Paola Maria Minucci)


Quella delle Termopili è forse la battaglia più celebre della storia. Era la seconda metà di agosto del 480 avanti Cristo quando trecento Spartani, sostenuti da settecento soldati tespiesi, sotto il comando del re di Sparta, Leonida, bloccarono a lungo l’avanzata dei guerrieri persiani, approfittando della conformazione geologica dello stretto passo: le popolazioni elleniche riuscirono così a organizzarsi e a porsi in salvo.

Serse e Mardonio, che guidavano i Persiani e potevano contare su almeno 300.000 uomini armati di lance e giavellotti (il cielo si oscurava quando venivano lanciati, sostiene Erodoto), mandarono all’assalto le loro truppe in schiere di 10.000 soldati, che venivano regolarmente massacrati nel corpo a corpo, dopo che la formazione a testuggine degli scudi spartani aveva reso vane le armi da lancio. Persino le truppe scelte, i diecimila Immortali guidati da Idarne, dovettero soccombere ai soli mille greci.

La resistenza incredibile degli Spartani e dei Tespiesi fu stroncata solo dalla viltà: i Persiani riuscirono a sfondare e a cogliere alle spalle i greci grazie al tradimento di uno di loro, Efialte, che indicò ai Medi una strada alternativa che mise allo scoperto i suoi compatrioti.

Konstantinos Kavafis trae una metafora universale da questo episodio storico: le Termopili, la resistenza eroica diventano il trionfo dell’onestà, della rettitudine, della solidarietà, dell’amore di verità, del principio che gli uomini riescono a praticare nelle loro vite anche di fronte alle tentazioni. Le nostre Termopili personali, dunque. E anche qui, molto spesso basta un nuovo emulo del traditore Efialte a vanificarle…

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Jacques-Louis David, “Leonida alle Termopili”, 1814

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LA FRASE DEL GIORNO
Il mondo saprà che degl'uomini liberi si sono opposti a un tiranno, che pochi si sono opposti a molti, e prima che questa battaglia sia finita, che persino un dio-re può sanguinare.
ZACK SNYDER, KURT JOHNSTAD e MICHAEL GORDON, 300

mercoledì 13 gennaio 2010

Ciò che volevamo e non avemmo

ALESSANDRO PARRONCHI

LIDO

Cara, cerchi laggiù due che s'aggirano
e nel vento che sbianca il lungomare
si soffermano, poi lenti riprendono
l'uno all'altro sorretti in un respiro.

Credi di riconoscere la traccia
d’un cammino che va, oscilla nell'ombra,
dici che noi per sempre siamo là
in un tempo che non balza né affonda.

Ma io ti dico che quelli non esistono.
Non furon vivi nemmeno in sogno.
Quel che fu non è vero. Non è vero
che ciò che volevamo e non avemmo.

(da "Coraggio di vivere", 1956)

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“La vita mi ha profondamente modificato” scriveva Alessandro Parronchi nella prefazione a “Diadema”, l’antologia delle sue poesie da lui stesso raccolta nel 1997. E raccontava la presa di coscienza del realismo, del “vero” come “unica possibile scelta”. Questo suo realismo poetico risalta qui, in “Lido”, dove la sua visione si contrappone a quella di una donna amata – e si noti che quando scrive questi versi il poeta fiorentino ha appena superato i trent’anni. Il ricordo, il suo fascino consolatorio, non appartiene – o non appartiene ancora – a Parronchi: se la donna riesce a riconoscere nella memoria un punto fermo, una giornata ventosa sul lungomare, il poeta si scopre invece disincantato, non è il passato che rincorre ma il passato come avrebbe dovuto svolgersi nel desiderio. E, come Gozzano, si scopre a desiderare “le rose che non colsi / le cose che potevano essere / e non sono state”.


Diane Romanello, “Palm Beach”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quanto è più propinquo l’uomo a un suo desiderio, più lo desidera; e non lo avendo, maggior dolore sente.
NICCOLÒ MACHIAVELLI, Clizia, I, 2

martedì 12 gennaio 2010

Cos’è l’arte? (V)

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PIETRO ANNIGONI

L'impulso da solo non crea un'opera d'arte”.

Pietro Annigoni, “La bella italiana”
tempera grassa su tavola, 1951 / collezione privata

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FRIDA KAHLO

“Dipingo autoritratti perché
sono la persona che conosco meglio”.

Frida Kahlo, “Self-Portrait as a Tehuana (Diego on my mind)”   
olio su masonite, 1943 / Città del Messico, Collezione Gelman

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HENRI MATISSE

“Dipingere è fare un gesto espressivo
con il vantaggio della permanenza”.

Henri Matisse, “La fenêtre ouverte, Collioure”   
olio su tela, 1905 / Washington, National Gallery

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LA FRASE DEL GIORNO
L'Arte è assolutamente sviluppo della propria personalità.
KATHERINE MANSFIELD, Diario

lunedì 11 gennaio 2010

Camus nel ricordo della figlia

Le Figaro Littéraire, in occasione del cinquantenario della morte di Albert Camus, ha intervistato la figlia dello scrittore, Catherine, che aveva 14 anni quando il genitore scomparve in un incidente automobilistico.

La bambina spaurita della fotografia in bianco e nero con un cavallo a dondolo e un giovane Camus si è trasformata in una signora pacata che parla lentamente e con autoironia, dopo aver vissuto nel ricordo del padre.

© Le Figaro Littéraire

LE FIGARO LITTÉRAIRE. – Che cosa pensa dell’omaggio a sua padre, a cinquant’anni dalla sua scomparsa?

CATHERINE CAMUS. – Non mi capacito. È un magnifico riconoscimento, non me lo aspettavo affatto.  Però l’agitazione provocata da questo anniversario mette a soqquadro il mio quotidiano. Quanto alla vicenda di «Camus al Panthéon», non so più che cosa rispondere… Chi sono io per dire no a un tale omaggio? È un simbolo, il più grande omaggio della Repubblica a un ragazzo di strada. Va al di là della mia persona. Contrariamente agli altri, io non ho mai parlato al posto di mio padre né ho mai detto cosa avrebbe potuto pensare o non pensare…

Ieri è stato trasmesso un telefilm sulla vita di suo padre che lo presenta solo dal lato delle sue conquiste femminili. Che cosa ne ha pensato?

L’unica cosa che voglio dire è che non ho partecipato per niente a questo film. Mi sono volutamente tenuta a distanza…

Aveva quattordici anni quando suo padre è morto. Che ricordo conserva di lui?

Il ricordo di un uomo rigoroso, serio, ma al contempo pieno di vita, divertente, generoso. Ci si dimentica che aveva molto humour, che amava scherzare. Mi ricordo anche un momento che mi ha segnato – avevo otto anni, era il 1953. Mio padre era visibilmente triste, sono andata a vederlo e gli ho chiesto «Sei triste, papà?», mi ha risposto: «Sono solo», senza aggiungere altro. Sa, Camus non è stato sempre considerato come oggi. Ha scalato una salita incredibile.

Quando ha scoperto lo scrittore che rappresentava?

Ho visto “Caligola” a dodici anni, ma ho scoperto tutti i suoi titoli a diciassette, quando non c’era più. “La caduta” e il suo “discorso di Svezia” mi hanno molto segnato, li trovavo magnifici. Aderivo completamente al suo modo di intendere la missione di un artista, che consiste nell’essere libri e nell’essere «l’ossigeno del mondo». Ho amato molto anche la sua raccolta di racconti “L’esilio e il regno”. penso che si ha la tendenza a dimenticare di parlare dello stile di Camus, della sua bellezza: scriveva straordinariamente bene e teneva alla precisione delle parole, alla chiarezza. Ancora oggi leggo tutti gli adattamenti che mi propongono – e mi assicuro che non ci siano tradimenti –, leggo anche le traduzioni in inglese, spagnolo e italiano, eh sì, c’è sempre qualcosa da scoprire.

Non si stanca mai di essere sempre nella sua ombra?

Non è il genere di persona che ti fa ombra. E la luce non mi interessa! Faccio il mio lavoro il meglio possibile. È vero, vorrei avere più tempo per me e non sono per niente libera… Ma c’è di peggio.

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Fotografia © Mediathèque

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LA FRASE DEL GIORNO
Sono un uomo semplice, io. Dev'essere per questo che sono un incompreso.
ALBERT CAMUS, Caligola

domenica 10 gennaio 2010

Ombre di pura luce

DIEGO VALERI

UNA VETTA

Eran disciolti veli di diafana bianchezza,
lievi come respiro, che passavano via,
sfiorando nevi e rocce d’una breve carezza
e subito svanendo nell’azzurra chiaría.

Nebbie del piano ardente, che il gran vento del mare
recava su le vette... Ma nell’ora beata
io sentivo e vedevo angeli trasvolare
su la terra in offerta tutta al cielo levata:

ali ali ali vedevo apparire e sparire
sul mio capo, com’ombre di pura luce, e un canto
divinamente triste mi pareva d’udire
d’ogni parte fluire dentro il silenzio santo...

Oh, l’anima era sopra di sé, sopra la vita,
alta sul suo soffrire, come in un paradiso!
Alta sopra la stessa soavità smarrita
delle tue mani, o amore, posate sul mio viso.

(da “Ariele”,1924)

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“Ariele, come immagine dell’aria, è proprio lo spirito leggero e trasparente, che aleggia nelle più aerate sue fantasie ed è degna dell’invocazione, che il poeta le rivolge, dicendola tutta chiara come un’acqua sorgiva, fresca e risplendente come la brezza di levante, colorata come la nuvola ardente, tenera come il primo fiore di primavera, gioiosa e lieve come l’anima della rondinella”: così scriveva Carlo Calcaterra di questa raccolta di Diego Valeri. E l’evanescenza e la volatilità di Ariel, personaggio della “Tempesta” di Shakespeare, dominante che attraversa tutta l’opera (tra le altre poesie ci sono titoli come “Stellato”, “Sera”, “Croda rossa” ), appare chiara in questo bozzetto montano: uno spettacolo che eleva l’anima e che è paragonabile solo all’amore.

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Vetta della Grigna © DR

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LA FRASE DEL GIORNO
La Bellezza, come la Sapienza, ama l'adoratore solitario.
OSCAR WILDE, Il giovane re

sabato 9 gennaio 2010

Dell’abitudine

Cos’è l’abitudine? È la comoda disposizione a compiere con regolarità e sistematicità un determinato atto. Svegliarci sempre alla stessa ora, andare a correre, passare ogni sabato pomeriggio allo stesso centro commerciale, percorrere sempre la medesima strada… significa, in breve, accontentarci del conforto ovattato che la routine ci può dare.
“Nella routine c’è un certo conforto”, scrive infatti John Steinbeck in “Quel fantastico giovedì” e l’insospettabile Raymond Radiguet nel “Diavolo in corpo” gli dà ragione: “I più grandi piaceri si trovano non nella novità, ma nell’abitudine”. Il cornetto e il cappuccino del mattino, il caffè dopo pranzo, la tisana calda nelle lunghe sere d’inverno… Molti altri sono d’accordo: il filosofo scozzese del Settecento David Hume dice che “L’abitudine è la grande guida della vita umana”, il favolista greco Esopo sottolinea che “L’abitudine rende sopportabili anche le cose spaventose”. Honoré de Balzac nel “Cugino Pons” ironizza: “Nessuno osa dire addio alle proprie abitudini. Più di un suicida s’è fermato sulle soglie della morte pensando al caffè dove andava a giocare tutte le sere la sua partita a domino”.  Una corazza dunque, l’abitudine, che indossiamo per far fronte alla realtà, per avere modo di sconfiggere i fantasmi del mutamento. Per Aleksandr Puskin nell’”Eugenio Onegin”, è addirittura “un buon surrogato della felicità”.
È bellissima allora l’abitudine? No, non lo è. È tranquillizzante, confortevole come un paio di scarpe portate a lungo che hanno ormai preso la forma del piede. E infatti per Erasmo da Rotterdam “l’abitudine rende sopportabili anche le cose spaventose”. È quello che pensiamo quando i giornali ci danno notizie di abusi prolungati e subiti per mesi e mesi, per anni interi. Perché l’abitudine diventa ferma, immobile, rischia di diventare come l’acqua di uno stagno, cui non giunge l’apporto delle sorgenti, la purezza della novità. “Di banalità è fatto l’uomo e chiama l’abitudine sua balia” dice un verso di Friedrich von Schiller. E Marcel Proust in “Sodoma e Gomorra” coglie questo aspetto: “L’abitudine è una seconda natura che ci impedisce di conoscere la prima di cui non ha né le crudezze né gli incanti”. Un’aurea mediocrità insomma, dalla quale non abbiamo la forza di evadere se “si cambia più facilmente la religione che il caffè” per dirla con Georges Courteline

 
Una celebre opera di Andy Warhol

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LA FRASE DEL GIORNO
L’abitudine si vince con l’abitudine.
TOMMASO DA KEMPIS, L’imitazione di Cristo, I, 21

venerdì 8 gennaio 2010

Conchiglie

Gli uomini e le donne nel corso dei secoli ne hanno ottenuto armi, monete, elementi decorativi, gioielli; i poeti ne sono avvinti da tempi immemorabili. Che cosa avrà mai per attrarci tanto questo involucro di carbonato di calcio, fosfato di calcio e di una sostanza organica chiamata conchiolina? Cos’è che ci meraviglia in questo mantello formato da vari strati, prodotto dai molluschi e dai brachiopodi? La forma particolare? La spirale? I riflessi madreperlacei? La provenienza da quel mare misterioso e profondo che fu la prima casa di tutti noi?

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ALCEO

CONCHIGLIA MARINA

O conchiglia marina, figlia
della pietra e del mare biancheggiante,
tu meravigli la mente dei fanciulli.

(traduzione di Salvatore Quasimodo)

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FEDERICO GARCÍA LORCA

CONCHIGLIA

M’hanno portato una conchiglia.
Dentro le canta
un mare di nappa.
Il mio cuore
si riempie di acqua
con pesciolini
d’ombra e d’argento.
M’hanno portato una conchiglia.

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JORGE CARRERA ANDRADE

CONCHIGLIA MARINA

Sulla sabbia c'è una conchiglia
lapide celebrativa
di un gabbiano morto.

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LA FRASE DEL GIORNO
La conchiglia aprì le sue valve, e la madreperla scintillò quasi fosse un cielo profondo.
ENZO SICILIANO

giovedì 7 gennaio 2010

Il nome della neve

Sul principio di questo 2010 un bel post di Vincenzo Moretti sul suo blog “Della leggerezza” riguardante i vari vocaboli napoletani per definire i modi di piovere mi ha fatto riflettere sul fatto che ora, in questi tempi tecnologici, non avvertiamo più la necessità di sottolineare queste sfumature semantiche. Se a Napoli dicono o almeno dicevano schezzechea, chiovellechea, cernoleia, trubbeia, in Sicilia sbrizzìa e piove ad assuppa viddrano  e a Milano sbrisìga, sgutìnna e sgrimùssa, evidentemente c’era, se non il bisogno di definire l’intensità del fenomeno, almeno un gusto poetico di cogliere la realtà nelle sue differenti espressioni.

Gli inuit, popolo della Groenlandia spesso indicato con l’errato “eschimesi”, si dice abbiano una quarantina di termini per descrivere la neve. Mario Rigoni Stern, nel suo piccolo mondo dei cimbri che popolano l’altopiano di Asiago e i Sette Comuni, descrisse in "Sentieri sotto la neve”, edito da Einaudi nel 1998, i vari nomi che la neve assume in quelle lande. Anch’egli lamentava il fatto che queste denominazioni vanno perdendosi, se dell’ultima, che vedremo poi, neppure lui era in grado di fornire il nome esatto. E dunque ecco i nomi della neve che Rigoni Stern cita in “Nevi”, racconto dell’opera citata:

BRÜSKALAN, la prima neve dell’anno, dunque in autunno, quella vera: “Lo si sentiva nell’aria l’odore della prima neve, un odore pulito, leggero, più buono e grato di quello della nebbia”. È la neve che copre i campi, li infarina, che avvolge ogni cosa di un velo bianco.

SNEEA, “neve abbondante e leggera giù dal molino del cielo”: le voci si affievoliscono, il mondo diventa ovattato. È neve da sci e slittini, da caldo del focolare e della “stua”.

HAAPAR, neve di fine inverno, che si scioglie al sole e lascia intravedere il terreno sottostante. Le prime allodole cantano all’imminente primavera.

HAARNUST, “neve vecchia che verso primavera, nelle ore calde, il sole ammorbidisce in superficie e che poi il freddo della notte indurisce”. Neve per escursioni fuori pista a piedi o con gli sci, ma solo fino a metà mattina, fino a che sopporta il peso senza cedere: vi si cammina come sospesi.

SWALBALASNEEA, “la neve della rondine, la neve di marzo che è sempre puntuale nei secoli”, soffice o bagnata, larga o simile a tormenta, volubile come il clima di marzo, neve che è l’ultima resistenza dell’inverno.

KUKSNEEA, la neve di aprile: “Sui prati che incominciano a rinverdire e dove sono fioriti i crochi non si ferma molto perché ancora prima del sole la terra in amore la fa sciogliere”. Neve effimera, neve di fine stagione.

BÀCHTALASNEEA, la neve della quaglia, neve di maggio, non frequente, ma neppure rara: la temperatura cala bruscamente, una grossa nuvola si avvicina e per poche ore butta la neve sui tarassachi e sui miosotidi, allarmando i caprioli, spaventando gli uccelli e uccidendo le api avventuratesi nei prati.

KUASNEEA, la neve delle vacche, la rara neve d’estate, che fa scendere urlanti dai pascoli le vacche affamate: Rigoni Stern dice di averla vista nel 1983 e di non essere sicuro del nome…

“Ho tante nevi nella memoria: nevi di slavine, nevi di alte quote, nevi di montagne albanesi, di steppe russe, di lande polacche. Ma non di queste intendo parlare, dirò di come le nevi un tempo venivano indicate dalle mie parti: nevi dai più nomi, nevi d'antan, non considerate nei bollettini della stazioni meteorologiche”. Così introduceva Rigoni Stern questo racconto di antichi nomi: già a lui, nato nel 1920, risultavano quasi estranei. Perdere questi patrimoni linguistici è davvero un peccato, ma sembra purtroppo inevitabile: a noi basta dire “nevica” oppure “piove” e tutto è risolto, abbiamo ormai sacrificato anche la poesia del vivere sull'altare del progresso.

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Walter Elmer Schofield, “Morning light”, 1922

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LA FRASE DEL GIORNO
La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri. Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio. Ha un nome. Un nome di un candore smagliante. Neve.
MAXENCE FERMINE, Neve

mercoledì 6 gennaio 2010

L’Epifania di Mario Luzi

MARIO LUZI

EPIFANIA

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.
Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.
In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco
Il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.

(da “Onore del vero”, 1957)

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L’Epifania, la festa della “manifestazione”, è quella che proverbialmente chiude il lungo periodo di celebrazioni a cavallo del cambio dell’anno. È un periodo di bilanci, di sospensione del tempo: Mario Luzi, quarantenne all’epoca della stesura di questi versi, scritti l’ultimo dell’anno del 1954, medita, come altrove nei testi di quel periodo su questa età di mezzo che si bilancia tra un passato non ancora del tutto archiviato e un futuro indecifrabile: ecco allora l’ansia e la vertigine del primo verso. La notte viene a significare l’incertezza, il buio nel quale non ci si può muovere. Ma c’è anche un barlume che ci può indicare la strada: il seme che muore per dare frutto, di evangelica memoria, è il segnale che mostra l’uscita da quell’oscurità.

E allora il viaggio è quello dei Magi verso l’umile grotta di Betlemme: la sapienza che si mette in cammino per onorare la Verità e la Vita. Il poeta si unisce simbolicamente a questo convoglio, raccontato da Matteo (2,9-12): “Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese”. La Luce che si manifesta è la sicurezza, anche le mani diventano salde al suo chiarore. Duemila anni fa, come oggi…

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James Tissot, “Journey of the Magi”, 1902

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando tutti furono giunti nella città di Gerusalemme l’astro che li precedeva celò momentaneamente la sua luce. Essi perciò si fermarono e posero le tende. Le numerose truppe di cavalieri si dissero l’un l’altro: - E adesso che facciamo? In quale direzione dobbiamo camminare? Noi lo ignoriamo, perché una stella ci ha preceduti fino ad oggi, ma ecco che è scomparsa e ci ha lasciati nelle difficoltà.
VANGELO DELL’INFANZIA ARMENO, XI, 3

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