giovedì 31 marzo 2011

Un’occasione eccezionale

 

WISŁAWA SZYMBORSKA

UN APPUNTO

La vita - è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un'occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l'erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d'importante.

(da Attimo, 2002 – Trad. di Pietro Marchesani)

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Lo stupore attraversa le poesie di Wisława Szymborska come un filo rosso: è probabilmente il filo che la poetessa polacca Premio Nobel 1996 utilizza per districarsi nel labirinto della vita. È lo stupore dell’esistenza: “nel frattempo accadono fatti” dice in un’altra lirica raccolta in Attimo. E in un’altra ancora: “Un miracolo, basta guardarsi intorno: / il mondo onnipresente”. Ecco la vita allora, con le sue piccole e grandi cose che ci stupiscono: le foglie che cadono d’autunno, una corsa sulla spiaggia, le carezze sul dorso di un cane, i discorsi fatti distesi a letto, la disavventura di perdere le chiavi, di bagnarsi sotto la pioggia. L’assoluto che piomba nel quotidiano.

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Edvard Munch, “Il ballo della vita”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Non so agli altri – / per essere felice e infelice / a me basta e avanza questo: //una dimessa provincia / dove anche le stelle sonnecchiano / e ammiccano nella sua direzione / non significativamente.
WISŁAWA SZYMBORSKA, Attimo

mercoledì 30 marzo 2011

Non solo d’amore

 

ALDA MERINI

L’IRA DI DIO

E quando noi ci amavamo
e pensavamo a T.S. Eliot
e alle belle parole.
Allora andiamo tu ed io
tenendoci per mano
come un paziente in preda alla narcosi.
Avremo narcotizzato il male
che ci ha sepolti
perché con questi morti
abbiamo scoperto che il mondo
non è fatto solo d’amore
e che noi ci siamo ingannati
dimenticando gli altri.
Quanto siamo stati superbi
nel pensare che le nostre tracce
non venissero cancellate dall’acqua.
Ma Dio che ci osservava
ha sentito intollerabili le nostre pretese.
Anche noi siamo morti
insieme a tanti innocenti.

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Il 2011 non ha ancora completato il suo quarto e già ne abbiamo viste parecchie: le rivolte nei paesi arabi, l’insurrezione della Cirenaica che Gheddafi ha tentato di reprimere, l’operazione Odissea all’alba con i bombardamenti sulla Libia divenuta ora sotto l’ombrello NATO Unified Protection, il violentissimo terremoto in Giappone con conseguente tsunami e l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima scatenato dal sisma. “Abbiamo scoperto che il mondo / non è fatto solo d’amore” per dirla con Alda Merini, di cui questa è una poesia di circostanza scritta sull’onda dell’emozione per un altro tsunami, quello enormemente più catastrofico in costo di vite umane del 26 dicembre 2004 nel Sud-est asiatico. Siamo piccoli davanti alla natura, infinitesimamente piccoli: siamo disorientati quando accadono tragedie di queste proporzioni - “Siamo oltre il suo limite” scrisse in quel frangente Mario Luzi, “non sopportiamo, subiamo”.

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Fotografia © Resimle.net

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LA FRASE DEL GIORNO  
Così l’ondata incalza / Achille senza sosta, benché corra / veloce: gli dèi sono più potenti / degli uomini.
OMERO, Iliade, XXI

martedì 29 marzo 2011

Nere schiume

 

MIGUEL HERNÁNDEZ

GUERRA

Le madri del mondo il ventre
nascondono tremanti,
vorrebbero isolarsi
nel buio della verginità,
dell'origine solitaria
in un passato senza futuro.
Si vedono le vergini
pallide di terrore.
Ha sete il mare, ha sete
di farsi acqua la terra.
La fiamma dell'odio cresce
e l'amore spranga le porte.
Voci vibrano come lance,
voci punte di baionetta.
Farsi le bocche pugni,
i pugni farsi elmetti.
I cuori rauchi muri,
le gambe orride zampe.
Sconvolto, vorticante
il cuore scoppia. Agli occhi
scaglia schiume di colpo,
nere schiume.

(da Obra completa, Calpe, 1992 - Trad. Guido Ceronetti)

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Terribile è la guerra. Uomo contro uomo - o fratello contro fratello secondo l’accezione cristiana. Quando Miguel Hernández (1910-1942) scrive questa durissima poesia, la guerra di Spagna è in corso, è al suo apice, nel 1938. Due anni prima il Fronte Popolare formato da repubblicani, comunisti, socialisti e anarchici, aveva vinto le elezioni e avviato riforme agrarie e anticlericali invise ai conservatori, scatenando la rivolta militare del generale Franco, appoggiata da Germania, Italia e Portogallo, che inviarono uomini e armi. E leggendo questi versi l’associazione con Guernica è inevitabile: il dipinto di Picasso per la città rasa al suolo dall’aviazione tedesca il 26 aprile del 1937 -  in origine una tauromachia, trasformato in scena di guerra - esprime l’identico orrore di Hernández. È un mondo rovesciato, dove l’odio trionfa sull’amore, dove è la morte a vincere la vita, e anche terra e mare sono sconvolti.

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Pablo Picasso, “Guernica”

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LA FRASE DEL GIORNO  
Chi fu  colui che per primo inventò le orribili spade? / Quanto fu spietato, quanto davvero inumano!
ALBIO TIBULLO, Elegie, I, 10

lunedì 28 marzo 2011

Dunque ora baciamoci

 

EDWIN ESTLIN CUMMINGS

TRA MONTAGNE…

t
ra
mon
tagn
e che v
anno sv
anendo v
agano cri
stiane soa
vissime cam
pane e noi ci
saremo, tu
ci sarai,
io ci sar
ò?? Dun
que or
a bac
iam
oc
i

(da Che cos’è per me la tua bocca)

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Abbiamo incontrato E.E.Cummings (1894-1963) con la sensuale Mi piace il mio corpo quand’è col tuo corpo e abbiamo parlato dello sperimentalismo grafico del poeta americano. Questa sua poesia d’amore porta ancora un passo in là la bizzarria: il gioco di Cummings sconfina nella poesia visiva, di cui già furono maestri Corrado Govoni e i Futuristi e Guillaume Apollinaire. Una poesia fatta a fettine, disposta matematicamente a formare un disegno la cui essenza però è e resta l’amore.

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Henri Matisse, “Jeune femme le visage enfoui dans les bras”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Che cosa è per me la tua bocca? / Un calice di incenso desolato, / un albero di foglie smaniose, / un alto vascello impaziente, / una faretra di splendide frecce.
EDWARD ESTLIN CUMMINGS, Che cos’è per me la tua bocca

domenica 27 marzo 2011

Una gomma per cancellare

 

GIORGIO ORELLI

GINOCCHI

Ma tu che sol per cancellare scrivi
Dante, Par. XVIII 130

Io sono uno studente e studio su una terrazza contro prati in pendio
dove errano galline su cui possono piombare falchetti detti
sciss.
Il fucile è qui, accanto a me.
Da un pezzo una ragazza bruna di fuorivia va in altalena, ogni poco
mi vengono incontro i suoi ginocchi lucenti.
Fingo di scrivere qualcosa e ad un tratto, nell'attimo che giunge alla mia altezza, le chiedo una gomma per cancellare.
Lei subito salta giù, corre in casa, torna fuori e mi dà sorridendo una gomma biancicante.
Cancello il bianco e poi col lapis scrivo sulla gomma, in stampatello: T'AMO.
La dichiarazione è così netta che arrossisco, l'attenuo fregandovi il pollice.
Adesso forse va bene, posso restituire la gomma.
La ragazza scappa in casa, non si fa più vedere.

(da Sinopie, Mondadori, 1977)

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Pier Vincenzo Mengaldo, a proposito di questa poesia del ticinese Giorgio Orelli, dice che “fa proprio pensare a uno squisito raccontino di Cechov, del genere di Uno scherzetto, ridotto in miniatura”. In effetti la descrittività è quella, impressione probabilmente dettata dall’uso del verso lungo, dalla metrica informale che sconfina nella prosa: si legge tutto d’un fiato per arrivare a vedere come finirà questa storia tra due ragazzi, e intanto immaginiamo un giardino d’estate, quella terrazza, quell’altalena, entriamo nella favola, parteggiamo per l’uno o per l’altra, magari per l’amore. Ma non è che uno spezzone cinematografico, un momento fermo nel tempo, una poesia…

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Fotografia © Ray of Moon

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LA FRASE DEL GIORNO 
Forse sarà per questo il dir d'amore / più dolce dell'amore che ci stanca.
CARLO BETOCCHI, Poesie, “All’amata”

sabato 26 marzo 2011

Donna di sogno


MARIO BENEDETTI

DONNA OSTAGGIO


La donna di quel sogno era un ostaggio
era sua almeno finché lui
non l'avesse venduta al suo risveglio
cosa che mai avrebbe fatto mai

la donna di quel sogno era di sogno
e i suoi seni sognati erano
insopportabili da quanto erano belli
il suo pube da brama era sognato
e sognate le labbra a custodire
la dolcissima lingua anche sognata

La donna di quel sogno era un ostaggio
era sua almeno finché lui
non l'avesse venduta al suo risveglio
cosa che mai avrebbe fatto mai

ma all'improvviso il mai ebbe una fine
e quando aprì gli occhi lei non c'era


(da La vita una parentesi, 1998 – Trad. Martha Canfield)

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È un viaggio nei territori magici del sogno quello che compie Mario Benedetti (1920-2009), uno dei massimi poeti dell’Uruguay, del quale fu anche voce sociale per le denunce contro il regime militare tra il 1973 e il 1986. Questa poesia sembra il perfetto assioma di un paio di versi di un sonetto di Shakespeare: “Io ti ho avuta come un sogno lusinghiero, / nel sonno un re, un niente da sveglio”. Il sogno ingannevole sembra non avere mai fine, realizza tutti i nostri desideri, la bellezza è tanto grande da risultare insopportabile, la donna di questa meravigliosa fantasia è una dea di perfezione e di passione. Poi, come una bolla di sapone che scoppi, il sogno inesorabilmente ha fine e il risveglio ci fa piombare di nuovo nel reale, ci ritrasforma da re in mendicanti.

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Immagine © Cute Wallpaper

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LA FRASE DEL GIORNO 
La poesia dice / profondità che a volte / la prosa tace.
MARIO BENEDETTI

venerdì 25 marzo 2011

L’Isola-Non-Trovata


GUIDO GOZZANO

LA PIÙ BELLA


I.

Ma bella più di tutte l'Isola Non-Trovata:
quella che il Re di Spagna s'ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma sugellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.

L'Infante fece vela pel regno favoloso,
vide le fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
quell'isola cercando... Ma l'isola non c'era.

Invano le galee panciute a vele tonde,
le caravelle invano armarono la prora:
con pace del Pontefice l'isola si nasconde,
e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.


II.

L'isola esiste. Appare talora di lontano
tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:
«...l'Isola Non-Trovata!» Il buon Canarïano
dal Picco alto di Teyde l'addita al forestiero.

La segnano le carte antiche dei corsari.
...Hifola da - trovarfi? ...Hifola pellegrina?...
È l'isola fatata che scivola sui mari;
talora i naviganti la vedono vicina...

Radono con le prore quella beata riva:
tra fiori mai veduti svettano palme somme,
odora la divina foresta spessa e viva,
lacrima il cardamomo, trasudano le gomme...

S'annuncia col profumo, come una cortigiana,
l'Isola Non-Trovata... Ma, se il pilota avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell'azzurro color di lontananza...


(da Poesie sparse)

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“Il mio sogno è nutrito d'abbandono, / di rimpianto. Non amo che le rose / che non colsi. Non amo che le cose / che potevano essere e non sono / state…”: la poetica di Guido Gozzano (1883-1916) ruota tutta attorno a questi versi tratti da Cocotte. Questa Isola Non-Trovata che ispirò a Francesco Guccini l’omonimo album del 1970 è quel senso di nostalgia e di vana ricerca dell’illusione che permea gran parte dell’opera gozzaniana, è l’inseguimento di una felicità cui si aspira ma che non si riuscirà mai a raggiungere, è il miraggio di quelle terre remote dove il poeta cercò invano di sfuggire alla tubercolosi che lo avrebbe ucciso ancora prima di compiere i 33 anni. Quasi… Come la fiabesca Isola che non c'è di Peter Pan, celebre anche per la bella canzone di Edoardo Bennato, come l’isola televisiva di Lost, che alla fine si rivelerà essere un luogo onirico o un limbo, questa Isola-Non-Trovata  attinge alle sfere del sogno, del misterioso desiderio. È un territorio che non si può comprare con il denaro, che non si può ottenere con la potenza, con la forza imposta dalla legge. Non si palesa ai re e ai principi, ai conquistadores, ma al popolo, al pescatore delle Canarie che la vede da lontano.

Una storia che ricorda l’Isola Ferdinandea, apparsa al largo di Sciacca l’11 luglio del 1831 e  così battezzata in onore di Ferdinando II di Borbone e che quasi stava per scatenare una guerra tra il Regno delle Due Sicilie, gli inglesi e i francesi, che ne rivendicavano la sovranità. Una notte del gennaio 1832, all’improvviso, però l’Isola Ferdinandea pensò bene di scomparire, risolvendo la questione. Rimasero i nomi che ogni stato le aveva dato: Ferdinandea, Graham e Iulia.


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LA FRASE DEL GIORNO 
Nulla bramiamo tanto quanto ciò che non ci è consentito.
PUBLILIO SIRO, Sentenze

giovedì 24 marzo 2011

Come foglie verdi bagnate

 

 

LAWRENCE FERLINGHETTI

UN LUNA PARK DEL CUORE, 23

Gli innamorati sotto il porticato

(prima pioggia primaverile)

Si tenevano per cuore

Come foglie verdi bagnate

l’una all’altra appiccicate

che nemmeno in tropicale calore

Si sarebbero staccate

(da Un luna park del cuore, 2000)

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L’analogia è il pezzo forte di questa breve poesia di Lawrence Ferlinghetti, una delle voci più importanti della Beat Generation e del movimento noto come San Francisco Renaissance. La poesia è tutta lì, è in quell’avvinghiarsi di due innamorati sotto il portico, nel rigoglio dell’inizio della primavera, mentre scende la pioggia: restano allacciati come foglie nuove bagnate, impossibili da staccare, e replicano in quel loro bacio il risveglio della nuova stagione, l’amore che avvolge la terra.

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Oxford © Richard Eldred

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LA FRASE DEL GIORNO 
L'amore, come il fuoco, una volta acceso diventa ben presto una fiamma.
HENRY FIELDING

mercoledì 23 marzo 2011

L’orchidea e la lucciola

 

LUCÍA RIVADENEYRA

SEI UNA LUCCIOLA

Ho deciso di strapparmi la memoria a pugni
e dimenticarti come il giornale di ieri
anche se resto senza oroscopo     mordendomi le unghie

perché mentre io
spruzzo i cimiteri con cannella
cammino con Truffaut sul bordo dei marciapiedi
e sono un'orchidea che sa scegliere le sue albe
tu
mi offri l'amore col coprifuoco
adorni il mio letto con lattughe
tessi angoli retti con parole
e crei favole senza pane

e poi
che peccato
non sai baciarmi dentro
non hai guardato mai le palme delle mie mani
e non comprendi il mio modo di sequestrare la luna

sei una lucciola nei miei giorni
e un poco di mercurio nella mia estate.

(da Rumor de tiempos. Antología, 2006)

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Dopo “Dicono”, "Suonando i tuoi silenzi” e “Solidarietà”, ecco un’altra poesia della poetessa messicana Lucía Rivadeneyra (Morelia, 1957), giornalista e docente all’Università Autonoma del Messico: ancora versi d’amore dove l’eros rimane però più sfumato rispetto alle altre composizioni.

Due universi che non collimano quelli di Lucía e del suo innamorato: come l’alba e il tramonto non si incontrano pur vivendo nello stesso giorno. Lei comprende che l’amante non condivide la sua stessa sensibilità e riesce a individuare con lucidità la linea di demarcazione che non consente all’amore di esprimersi nella sua pienezza. “Che peccato” – dice – non può funzionare, è effimero questo amore, come il volo delle lucciole che accende di puntini luminosi le brevi notti di giugno.

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Robin-Street Morris, “Firefly night”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Siamo una coppia di quelle / che lasciano in un albergo di sabbia / l’umore di due sagome che si amarono.
LUCÍA RIVADENEYRA, Rumor de tiempos. Antología

martedì 22 marzo 2011

Dal calice di ogni fiore

 

GIUSEPPE VILLAROEL

PRELUDIO DI PRIMAVERA

Primo sospiro di rose, nell'aria purificata,
serenità dilagata nel sonno di tutte le cose.

Le strade, stanche di sole, sconfinano nell'azzurro;
passano, in dolce sussurro, sui fili incomprese parole.

Le case, in silenzio, spalancano le loro finestre alla sera,
dove in un cielo che annera le prime stelle si imbiancano.

E noi, pellegrini d'amore, sentiamo nel cuore una grande
felicità, che si spande dal calice d'ogni fiore.

Seguiamo il notturno viaggio, cercando un bene ignorato;
quello che abbiamo sognato in un meraviglioso miraggio;

quello che sempre c'invita, senza lasciarsi scoprire,
perché bisogna morire per ritrovare la vita!

(da La bellezza intravista, Mondadori, 1923)

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Un’altra primavera che comincia: astronomicamente l’inizio è stato alle 0.20 del 21 marzo. E siamo qui come ogni anno a rinnovarci anche noi come le piante, usciamo dal torpore invernale, presi dalla voglia di uscire, di stare al sole, di respirare il nuovo tepore. Ritroviamo la vita, insomma, come ci ricorda il poeta catanese Giuseppe Villaroel, dopo aver dipinto un bozzetto pittorico crepuscolare: la gioia di vivere, la forza che sprigiona da ogni fiore, in fondo, sono un po’ anche nostre.

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Fotografia © DR

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LA FRASE DEL GIORNO 
Mi sembra d’essere uscito da me, / Di vibrare leggero con i suoni esili nell’aria / E un soave stupore mi fa prezioso l’istante.
ALDO CAPASSO, Recitativi, quasi meditazioni

lunedì 21 marzo 2011

Sei haiku di primavera

 

Il tratto essenziale dell’haiku è lo yūgen, un vocabolo giapponese composto da due caratteri che in italiano si può rendere pressappoco con “profondità misteriosa”: resta sempre qualcosa di non espresso in quelle diciassette sillabe, pur perfettamente compiute, ed è in quell’inespresso che si nasconde la poesia, come dietro una coltre di nebbia. Anche ciò che sembra privo di significato serve a rendere invece l’intensità di uno stato d’animo, l’essenzialità di un’atmosfera. La primavera, i ciliegi in fiore, sono uno dei temi cari agli autori di haiku, sempre attenti alla relazione che lega una cosa all’altra, una stagione alla successiva.

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BASHO

*

Al profumo dei pruni,
d'improvviso, appare il sole,
sul sentiero montano!

 

 

KYOROKU

*

Una brezza soave spira:
sui campi verdi,
ombre di nuvole.

 

 

CHIYO JO

*

Le impronte
sono quelle d'un uomo -
i primi ciliegi in fiore.

.

 

TAIGI

*

Cose avvolte nel buio,
ciliegi in fiore di notte:
la porta del tempio.

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BOSHA

*

Come il mio spirito,
la magnolia fiorisce,
e la malattia è dolce.

.

*

Nel roseto di quarzo,
come si riflettono
le foglie verdi!

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Jenny Christensen, “Spring flowers III”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Commentare un haiku è dunque impossibile: si può solo dire che, in tutta semplicità, qualcosa avviene, e basta.
LEONARDO VITTORIO ARENA, Haiku

domenica 20 marzo 2011

Erano davvero felici?

 

DINO BUZZATI

GIUGNO 1947

Che tempi beati, quelli, si dice, non torneranno mai più; e non perché oggi si sia miseri, o malati o afflitti da altre sciagure. Bellissimi sembrano gli anni lontani perché allora si era più giovani e la riserva delle speranze verosimili era molto più grande mentre adesso si è assottigliata e il futuro per quanto lungo possa essere non conterrà in alcun modo le immense cose che si erano sognate. Ma io mi chiedo: erano davvero felici? Non lasciatevi suggestionare dalle apparenze. Pensateci su bene. Cercate di ricordarvi, a titolo di campione, uno di quei giorni lontani, uno dei migliori, anche, se volete, specialmente adatto a simboleggiare la felicità. Rivivetelo nella memoria ora per ora, provate a localizzarne il punto migliore. Un giorno di vacanze, per esempio, in alta montagna. Svegliati che il sole era già alto, vi ricordate?, e batteva sulle grandi pareti. Scesi a far colazione all’aperto, pensavate alle prossime ore, alla gita dell’indomani, alla ragazza che tra poco sarebbe comparsa, con cui andare a fare il bagno nel lago. Proprio di queste banalità sono fatte le antiche gioie. Poi lei veramente è comparsa, solo che si attardava un poco e voi invece avevate premura di andare subito al lago, altrimenti non avreste fatto in tempo. Non in quel punto dunque la felicità, ma un poco più tardi. Eppure anche più tardi, quando eravate con lei in riva al lago, già il desiderio correva avanti, anticipando la vera gioia. D’ora in ora, questa la verità, si correva dietro a qualcosa. E neppure il giorno successivo ci fu l’ora tanto desiderata; all’alba eravate impazienti di essere all’attacco della parete, qui di aver superato il punto più difficile, poi di essere in cima, poi di aver compiuto felicemente la discesa, e discesi si sarebbe voluto essere già al rifugio, e al rifugio nasceva una strana amarezza come quando ci si accorge che una cosa bella è passata. E soprattutto, in ogni istante della giornata, anche nei periodi più placidi, una specie di ansia, una aspettazione dell’indomani, una impazienza. D’ora in ora sospinti con la sensazione che fermarsi è impossibile, che il buono ci aspetta più avanti e conviene affrettarsi. Così di giorno in giorno, mese in mese, anno in anno, senza la più piccola pausa, a perdita di fiato. Ed eccoci finalmente qui e siamo sempre gli stessi, non ci sono state interruzioni né fratture, si tratta sempre della stessa corsa per cui partimmo giovanetti, puntando sull’indomani. A quei tempi lontani dunque, che ci piace ritenere felici, ci lega l’ininterrotta progressione delle ore; le quali non è vero che un dì fossero rosa o celesti e adeso grigie, bensì sempre le stesse pressappoco, fatte in modo che standoci dentro non sembrano nulla di speciale, mentre a guardarle dal di fuori, quando si sono fatte lontane, splendono misteriosamente.

(da In quel preciso momento, Neri Pozza, 1950)

 

Leggendo questo breve racconto di Dino Buzzati ho pensato subito al paradosso di Achille e della tartaruga, ideato da Zenone di Elea, che qui riporto nella bella descrizione fatta in Altre inquisizioni da Jorge Luis Borges: “Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla”.

Dunque corriamo sempre, inseguiamo di continuo la felicità, ma essa si ritrova sempre un passo avanti a noi. C’è un certo cinismo, sì, ma velato da uno sguardo malinconico, cioè dolorosamente dolce, come quella sensazione provata al rifugio, l’amarezza per una festa finita, un po’ come ci si sente la domenica sera con il lunedì lavorativo incombente e la stanchezza per il week end.

Ci dobbiamo abbattere, allora? Commiserarci? No, continuiamo a vivere il momento, a lasciarci trasportare nel tempo considerando però che Buzzati su una cosa ha ragione: la felicità è un susseguirsi di desideri.

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Disegno di Dino Buzzati

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LA FRASE DEL GIORNO 
Non credere, amico mio, che l'uomo sia capace di sentire tanta felicità quanta ne può concepire; c'è nel desiderio e nell'immaginazione meno forza che nella sensibilità.
SULLY PRUDHOMME
, Diario intimo

sabato 19 marzo 2011

E ho portato il tuo nome

 

SALVATORE QUASIMODO

AL PADRE

Dove sull'acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo i binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da tre giorni, è dicembre d'uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele disseccate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei ginocchi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.

La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po' più in là dell'odio e dell'invidia.
Quel rosso sul tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d'aquila.

E ora nell'aquila dei tuoi novant'anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d'Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo - difficile affinità
di pensieri - per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
«Baciamu le mani». Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

(da La terra impareggiabile, Mondadori, 1958)

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19 marzo, festa del papà. Ho scelto questa poesia di Salvatore Quasimodo perché è una rivalutazione della figura paterna e raffigura bene quello che è capitato a molti di noi: il padre è un elemento importante durante l’infanzia – e quella che cita Quasimodo è la terribile realtà del terremoto di Messina del 28 dicembre 1908, quando il poeta ha sette anni e il padre Gaetano, capostazione delle Ferrovie, riesce a infondere coraggio in quei momenti difficili. Poi, naturalmente, ci si stacca dal padre, si entra anche in conflitto con lui – “difficile affinità di pensieri” a - salvo ritrovarne nella maturità quell’affettuosa predisposizione. E alla fine della poesia, lontano dalla sua Sicilia, Quasimodo riesce finalmente ad esprimere tutto il rispetto per il padre, con quella formula, “Baciamu le mani”, tipica dei contadini verso il padrone.

“La tua pazienza fu lezione” dice Quasimodo. Permettetemi di citare un brano dal libro che sto leggendo adesso, Bella Napoli, opera di un amico, Vincenzo Moretti. Sembra fatto apposta per commentare questo verso. Nell’introduzione – sono storie di lavoratori napoletani – Vincenzo ricorda i suoi maestri, e tra questi annovera in primis il padre Pasquale: “Sapevo che quello che mi diceva papà era importante. Sì, importante anche solo per il fatto che me lo diceva lui e anche se poi negli anni della contestazione le cose che mi diceva lui ho avuto una gran fretta di cancellarle tutte, negli anni della maturità ne ho recuperate molte e in quelli della perdita ho cominciato persino a custodirle”.

Certo, ho fatto anch’io un regalo a mio papà, ma il regalo più bello è quello che forse per pudore non sono mai riuscito a dirgli: che ho imparato tante cose da lui, e che soprattutto mi ha insegnato il rispetto per gli altri, che sono fiero di cominciare a somigliargli.

Auguri, papà!

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Fotografia © The National Trusy

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LA FRASE DEL GIORNO 
L'avere un figlio ingrato è più doloroso del morso del serpente.
WILLIAM SHAKESPEARE, Re Lear

venerdì 18 marzo 2011

Cos’è l’arte? (XX)

 

ALBERTO SAVINIO

“L'arte porta il ricordo in sé del paradiso perduto
ma insieme porta la promessa del paradiso ritrovato”

Alberto Savinio, “Il sogno di Achille”
olio su tela, 1929 / collezione privata

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VINCENT VAN GOGH

“In un quadro io vorrei dire qualcosa di consolante come una musica”

Vincent Van Gogh, “La vigne rouge”
olio su tela, 1888 / Mosca, Museo Puskin

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VASSILY KANDINSKY

“L'arte è il linguaggio che parla all'anima, nella forma che le è
propria, delle cose che sono il pane quotidiano dell'anima
e che essa non può ricevere che sotto questa forma”

Vassily Kandinsky, “Mosca I”
olio su tela, 1916/ Mosca, Galleria Tretyakov

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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte è il trionfo sul caos.
JOHN CHEEVER, The Stories of John Cheever Knopf

giovedì 17 marzo 2011

Italia 150

 

150. Eccoci qui. L’Italia , questa “espressione geografica” che va dalla Testa Gemella occidentale sulle Alpi Aurine a Punta Pesce Spada a Lampedusa e dal Monte Chardonnet sulle Alpi Cozie al Capo d’Otranto, lo Stivale che è la nostra Patria, che spesso denigriamo, dal quale vogliamo fuggire e al quale restiamo invece abbarbicati come un mitilo allo scoglio. E oggi compie 150 anni: era il 17 marzo del 1861 quando veniva proclamata la costituzione del Regno d’Italia, un mese dopo la riunione del primo Parlamento italiano a Torino, cinque mesi dopo il plebiscito che univa il Regno delle Due Sicilie a quello di Vittorio Emanuele II. Mancavano ancora il Veneto, il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia e la questione romana era ancora aperta, ma già l’Italia era fatta. Gli italiani sarebbero arrivati in seguito, un miscuglio di parlate e di mentalità caratterizzato da nord a sud e da ovest a est da quattro cose: il genio, la buona tavola, il gusto della polemica e l’arte di arrangiarsi.

Buon compleanno, Italia!

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GIUSEPPE UNGARETTI

ITALIA

Locvizza, l'1 ottobre 1916

Sono un poeta
un grido unanime
sono un grumo di sogni

Sono un frutto
d'innumerevoli contrasti d'innesti
maturato in una serra

Ma il tuo popolo è portato
dalla stessa terra
che mi porta
Italia

E in questa uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la culla di mio padre

(da Allegria di naufragi, 1919)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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LA FRASE DEL GIORNO 
Con l’Italia si vive come con un’amante: oggi in grande collera e domani in adorazione.
ARTHUR SCHOPENAUER

mercoledì 16 marzo 2011

Sull’Italia (III)

 

Un terzo florilegio di frasi sull’Italia e sugli italiani. Era doveroso, per celebrare il centocinquantenario dell’Unità. E ancora una volta, diviso in due: la visione dall’interno, cioè la nostra, spesso tesa a denigrarci, e quella dall’esterno, che fotografa i nostri vizi e le nostre virtù con un po’ d’invidia da parte di chi italiano non è.

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L’ITALIA E GLI ITALIANI VISTI DALL’INTERNO

La Repubblica, ad essere sinceri
a un grande e bel cocomero somiglia:
è tonda, è verde, è bianca ed è vermiglia
e i semi del cocomero son neri.

CURZIO MALAPARTE

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L'Italia è il paese del luogo comune. La pigrizia mentale, l'ignoranza e la natura ignorante spingono l'italiano a contentarsi di entusiasmi accademici.
MARIO SIRONI, Scritti editi e inediti

 

Gli italiani hanno solo memoria per le loro squadre di calcio. La memoria storica degli italiani è il calcio.
ANDREA CAMILLERI, La Stampa, 1° maggio 2009

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La bella Italia, dove, sullo sfondo delle rovine delle antiche regole, oscillano le canne di palude delle interpretazioni delle regole.
ANDREA DE CARLO, Mare delle verità

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Gli italiani sono un popolo grande nei momenti di miseria, ma si smarriscono in quelli di fortuna. Appena c'è un po' di benessere, subito si confondono, si smarriscono, si contentano.
ELSA MORANTE, Il Giorno, 4 settembre 1963

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Che cosa pensano gli italiani? Difficile dirlo. Si ha molta fiducia nella nostra incapacità.
LEO LONGANESI, Parliamo dell'elefante

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In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l'arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi.
ENNIO FLAIANO, La solitudine del satiro

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Bassano del Grappa, 81a Adunata Nazionale Alpini, 11 maggio 2008 – Foto © DR

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L’ITALIA E GLI ITALIANI VISTI DALL’ESTERNO

Gli italiani in genere non sono molto precisi.
BANANA YOSHIMOTO, Chie-chan e io

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Tutti gli italiani sono attori straordinari, con l'eccezione di quelli che lo fanno per professione.
ORSON WELLES

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L’Italia è tutta fuoco, nudità, apertura e neri preti che vanno e vengono per le strade. È anche strano come non ci si possa liberare delle ville.
VIRGINIA WOOLF, La camera di Jacob

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«Tutti quelli che scrivono dovrebbero essere capaci di scrivere sull'Italia».
«Dovrebbero, sì. Ma è difficile perfino per gli italiani, Più difficile per loro che per gli altri. Se un italiano scrive bene parlando dell'Italia è un fenomeno. Le migliori cose su Milano le ha scritte Stendhal.

ERNEST HEMINGWAY, Vero all'alba

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Con l'Italia si vive come con un'amante: oggi in grande collera e domani in adorazione.
ARTHUR SCHOPENHAUER

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La terra dei mamma-mia.
LEONOR FLEISCHER, Rain Man

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Gli italiani, sotto tale rispetto, sono il popolo ideale: per loro le feste sono vere feste.
ALEXANDRE DUMAS PADRE, Il conte di Montecristo

..

Fotografia © DR

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vedi anche Sull’Italia (I), Sull’Italia (II) e Sugli italiani

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LA FRASE DEL GIORNO 
In Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio.
GIUSEPPE PREZZOLINI

martedì 15 marzo 2011

Fragile tripudio

 

PIERO BEVILACQUA

QUANDO SI DILEGUÒ LA NOTTE

Quando si dileguò la notte
la mimosa rimase
in mezzo al campo
fra le case stupite.

Era sola
fiorita
un firmamento di polline
tremante
nel gelo del mattino.

All’alzarsi del vento
che ondeggiava
fra i rami del fico
ancora nudo
e il melograno secco
rabbrividì all'inganno.

Una febbre di primavera
un errore maligno
fremendo nelle vene
del suo tronco
l’aveva destata anzi tempo
spinta a quel fragile tripudio.

E ora
sulla terra ancora nera
spoglia d'uccelli
gemeva luminosa
nel cuore dell'inverno.

(da Il vento nella città, Donzelli, 2010)

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Piero Bevilacqua è un noto storico dell’ambiente, docente di storia contemporanea all’Università La Sapienza, autore di saggi quali  La mucca è savia. Ragioni storiche della crisi alimentare europea e La terra è finita. Breve storia dell'ambiente. Ma è anche poeta, come testimoniano questi versi che mettono in scena quasi una favola, quella della mimosa che fiorisce anzitempo, sospinta da un desiderio di primavera, dalla frenesia che brucia nelle vene, dall’impazienza di fiorire e distendersi al sole caldo che viene frustrata da un mattino di gelo. Forse seccherà, forse riuscirà a resistere, ma quanta gioia, quanta allegria sa dare quel giallo in mezzo al bianco della brina.

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Fotografia © TravelPod

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LA FRASE DEL GIORNO 
Guardi! La bellezza - ma quella è niente - guardi la precisione, l'armonia. È così fragile! È così forte! È così esatta! È questa la Natura - l'equilibrio di forze colossali. È così ogni stella - è così che si regge ogni filo d'erba - e il Cosmo possente in equilibrio perfetto produce questo! Questa meraviglia, questo capolavoro della Natura - la grande artista.
JOSEPH CONRAD, Lord Jim

lunedì 14 marzo 2011

Un uomo che amasti

 

NICANOR PARRA

LETTERE AD UNA SCONOSCIUTA

Quando passeranno gli anni, quando passeranno
gli anni e l'aria avrà scavato un fosso
fra la tua anima e la mia; quando passeranno gli anni
e sarò soltanto un uomo che amasti
un essere che restò un istante di fronte alle tue labbra,
un pover'uomo stanco di camminare per i giardini,
dove sarai tu ? Dove
sarai, oh figlia dei miei baci!

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“Il tempo cambia molte cose nella vita, il senso, le amicizie le opinioni”: non sono i versi di una poesia, ma l’inizio di Segnali di vita, una delle più belle canzoni di Franco Battiato. Ed è a questo passaggio che ho pensato subito per associazione di idee leggendo la poesia di Nicanor Parra, poeta cileno nato nel 1914: di fronte al tempo tutti i nostri eventi diventano insignificanti; anche l’amore, anche quello che avevamo ritenuto eterno o immutabile a lungo andare si trasforma, si modifica, si consuma. E ne resta soltanto la memoria, ne resta soltanto la poesia.

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David Graux, “Désir accordé”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Sembra che il tempo ci metta tanto a passare e invece fugge come il vento.
DINO BUZZATI

domenica 13 marzo 2011

Il cuore un ciottolo

 

CAMILLO SBARBARO

ORMAI SOMIGLIO A UNA VITE...

Ormai somiglio a una vite che vidi un dì con stupore. Cresceva su un muro di casa nascendo da un lastrico. Trapiantata, sarebbe intristita.

Così l’anima ha messo radice nella pietra della città e altrove non saprebbe più vivere. E se ancora m’avviene di guardar come a scampo ai monti lontani, in realtà essi non mi parlano più.

Mi esalta il fanale atroce a capo del vicolo chiuso. Il cuore resta appeso in ex voto a chiassuoli a crocicchi. Aspetti di cose mi toccano come nessun gesto umano potrebbe.

Come la vite mi cibo di aridità. Più della femmina, m’illudono la sete e gli artifizi. Il lampeggiar degli specchi m’appaga.

A volte, a disturbare l’inerzia in cui mi compiaccio, affiora, chi sa da che piega di me, un mondo a una sola dimensione e, smarrita per esso, l’infanzia.

Al richiamo mi tendo, trepidante mi chino in ascolto… Ah non era che il ricordo di un’esistenza anteriore!

Forse mi vado mineralizzando.
Già il mio occhio è di vetro, da tanto non piango; e il cuore, un ciottolo pesante.

(da Trucioli, 1920)

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Questo è il frammento che apre Trucioli, raccolta di prose liriche che Camillo Sbarbaro pubblicò nel 1920, espandendo ulteriormente i temi già trattati nelle poesie di Pianissimo: solitudine, alienazione, incomunicabilità, il muro invalicabile che ci divide dal resto del mondo. Sbarbaro fa saltare anche l’ultimo ponte, il legame che rappresentava la possibile via di fuga: l’uomo scopre di essere un oggetto tra gli oggetti, indifferente alla realtà e non ne resta sgomento, ma addirittura se ne compiace, si nutre di questa negatività, se ne esalta. Resta però un esile barlume di speranza, quello dell’infanzia, il paradisiaco regno smarrito che il poeta racconterà in Voze, soave voce.

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Fotografia © The state of my mind

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LA FRASE DEL GIORNO 
Un cieco mi par d’essere, seduto / sopra la sponda d’un immenso fiume.
CAMILLO SBARBARO, Pianissimo

sabato 12 marzo 2011

Un viso

 

MARIO LUZI

DOVE L'OMBRA

Dove l'ombra procede e le strade ristanno
tra i fiori, ricordarmi le parole
e le grida dell'uomo è forse un inganno.
Ma sempre sotto il cielo consueto
ritrovo le mie tracce, il mio sole
e gli alberi remoti del tempo
fissi dietro le svolte. E sempre,
ancor che mi sia noto il dolce segreto,
sulla polvere quieta, tra le aiuole,
m'indugio ad aspettare che sporga
un viso inenarrabile dal sole.

(da Un brindisi, Sansoni, 1946)

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È il dramma dell’umana condizione esistenziale che percorre tutta l’opera poetica di Mario Luzi: li esprime spesso con paesaggi naturali sotto climi avversi – le famose “ondate” di Sulla riva, le “burrasche” di Notizie a Giuseppina dopo tanti anni, “l’aspro vento di Quaresima” di Nella casa di N. compagna d’infanzia. Qui invece il gioco è tra l’ombra e la luce: il poeta avanza in quel territorio ostile, quello del dubbio, quello degli interrogativi sulla solitudine, sull’incomunicabilità, sull’inevitabile scacco finale; ma nel paesaggio consueto, nel percorso familiare delle cose più care, ritrova quel barlume di speranza, quella partecipazione comune che risolve il dilemma in una comunione: è l’Altro che può sostenerci in questa espiazione che è la vita, è il viso della donna amata che si sporge alla finestra in pieno sole.

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Pablo Picasso, “Casetta in un giardino”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Mi reggo tra passato ed avvenire / o come è giusto o come il cuore tollera.
MARIO LUZI, Onore del vero

venerdì 11 marzo 2011

Amando un’altra

 

SERGEJ A. ESENIN

IO LO RICORDO, AMATA, IO LO RICORDO

Io lo ricordo, amata, io lo ricordo,
Lo splendore dei tuoi capelli;
Non fu allegra vicenda, né leggera,
Per me l'abbandonarti.

Delle notti autunnali mi ricordo,
Del murmure nell'ombra di betulle:
E se allora più corti erano i giorni,
Più a lungo dava luce a noi la luna.

Ed io ricordo che tu mi dicevi:
”Questi anni azzurri se ne andranno via,
E tu, mio amato, dimenticherai,
Per sempre, per un'altra”.

Ma oggi il tiglio che va rifiorendo
Di nuovo ha ricordato ai sentimenti
Come teneramente cospargevo
A quel tempo i tuoi riccioli di fiori.

E il cuore, non disposto a raffreddarsi,
E amando un'altra con malinconia,
Va ricordando con quell'altra te,
Come un lungo racconto prediletto.

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C’è una malinconia velata, una dolcissima nostalgia in questi versi di Sergej Esenin: non è solo l’amata di un tempo che rimpiange, ma tutta una civiltà, quella della Russia contadina e patriarcale, un’Arcadia spazzata via dalla rivoluzione bolscevica che peraltro aveva salutato come una gioiosa rinascita. E suona infatti come una canzone popolare, questa poesia: ne ha gli accenti melodiosi e la tristezza.

Esenin nel 1922 sposò Isadora Duncan, ma il matrimonio con la celebre danzatrice fu un effimero fuoco di paglia - forse è proprio la Duncan “l’altra amata con malinconia”: il poeta lasciò quasi subito lei e gli Stati Uniti per tentare di riappropriarsi dell’idillica Russia di un tempo. Non ci riuscì, adeguarsi alla realtà sovietica non gli era possibile: “Ad ognuno qui sono sconosciuto / e chi ricordavo m’ha scordato. / L’abituro materno è ormai diruto, / e vi giace la polvere e il fango del selciato” scrisse in una poesia. Non resse: nel 1925, alla soglia dei trent’anni, si uccise impiccandosi in una stanza d’albergo di San Pietroburgo.

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Gustav Klimt, “Donna con ventaglio”

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LA FRASE DEL GIORNO 
La lontananza blandisce, arde la nostalgia.
HERMANN HESSE, Vagabondaggio

giovedì 10 marzo 2011

Tutti i giorni cominciare


DARIA MENICANTI

VIVERE È


Vivere è non sapere le ragioni.
Dopo un silenzio da contarsi a mesi
o anni, questa sera
ho una cena ridente affollata.
Al vino amaro si riscalda, a belle
donne, alle rose alte la cena.
Seduta accanto a lui, commensale adulato,
mi sento al sole. Affilo le mie spade
per la prima apertura di guardia.
Vivere è tutti i giorni cominciare.


(da Poesie per un passante, Mondadori, 1978)

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“Vivere è non sapere le ragioni”, “Vivere è tutti i giorni cominciare”: tra questi due versi, piazzati strategicamente come aforismi all’inizio e alla fine, si svolge la poesia della piacentina Daria Menicanti (1914-1995), traduttrice di Sylvia Plath e di Dylan Thomas. È un “momento sì” quello che la Menicanti racconta, una cena di gala che viene dopo tempi bui ma che finalmente illumina i giorni: è nel sole, accanto all’uomo amato, ammirata, felice. Ed ecco che quei due versi assumono tutto il loro filosofico ruolo: vivere altro non è che un nuovo inizio, ogni giorno, senza neppure domandarsi perché. Basta prepararsi e lottare.

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JOHN SINGER SARGENT, "IL BICCHIERE DI PORTO"
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LA FRASE DEL GIORNO 
Io mi sento il palloncino / fuggito dal suo grappolo: una cosa / ironica e leggera e all’apparenza / felice.
DARIA MENICANTI, Poesie per un passante

mercoledì 9 marzo 2011

Uno che ben conosce la notte

 

ROBERT FROST

CONOSCENZA DELLA NOTTE

Io sono uno che ben conosce la notte.
Ho fatto nella pioggia la strada avanti e indietro.
Ho oltrepassato l'ultima luce della città.

Sono andato a frugare nel vicolo più tetro.
Ho incontrato la guardia nel suo giro
Ed ho abbassato gli occhi, per non spiegare.

Ho trattenuto il passo e il mio respiro
Quando da molto lontano un grido strozzato
Giungeva oltre le case da un'altra strada,

Ma non per richiamarmi o dirmi un commiato;
E ancora più lontano, a un'incredibile altezza,
Nel cielo un orologio illuminato

Proclamava che il tempo non era né giusto, né errato.
Io sono uno che ben conosce la notte.

(da West-running Brook, 1928 – Traduzione di Giovanni Giudici)

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Chi è colui che conosce la notte? E che cos’è la notte? La notte è il mistero della vita, è l’immersione nel reale, e dunque la conoscenza della notte è la poesia, colui che conosce la notte è il poeta. Nella sua dichiarazione poetica Robert Frost precisa: “Sono in un posto, una situazione, come materializzato da una nuvola o sorto da terra. V’è un felice riconoscimento del lungamente perduto e il resto segue. (…) La logica è retrospettiva, dopo l’evento. Deve essere sentita piuttosto che vista in anticipo come una profezia. Deve essere una rivelazione, o una serie di rivelazioni, per il poeta quanto per il lettore”. Ecco allora che si conosce la notte, la si riconosce alla fiammella della poesia.

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Max Ferguson, “Reservoir nocturne, 1986”

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LA FRASE DEL GIORNO 
La figura che una poesia crea. Comincia nel piacere e finisce nella saggezza.
ROBERT FROST

martedì 8 marzo 2011

Una poesia per l’8 marzo

 

Come direbbe Fonzie, “Chiariamo un punto”: non è che l’8 marzo siamo tutti gentili e porgiamo mimose e poi per un anno facciamo come se nulla fosse… Altrimenti questa giornata non è altro che l’ennesima festa commerciale, come San Valentino o la Festa della Mamma, buona soltanto per i fiorai, le pizzerie e i locali di spogliarello maschile…

Chiarito il punto, ecco una poesia per l’8 marzo, che offro come omaggio a tutte le lettrici del Canto delle Sirene (anche ai lettori maschi, si intende, ma perché ne facciano buon uso): è del poeta genovese Edoardo Sanguineti, scomparso un anno fa.

Perché ogni donna sia gioia, pace, culla, vita e compagna…

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EDOARDO SANGUINETI

BALLATA DELLE DONNE

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

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Fotografia © L’Arena

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LA FRASE DEL GIORNO 
Donna è il nome più nobile / che si può dare all’anima. / Molto più nobile che vergine.
MAURIZIO CUCCHI, La luce del distacco

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