martedì 31 maggio 2011

Il miracolo del ricordo


MEIRA DELMAR

IL MIRACOLO


Ti penso.
La sera,
non è più una sera;
è il ricordo
di quell'altra, azzurra,
in cui amore
si fece in noi
come un giorno
si fece luce nelle tenebre.
E proprio allora fu più brillante
la stella, il profumo
del gelsomino più vicino,
meno
pungenti le spine.
Adesso
quando la invoco credo
di essere stata testimone
di un miracolo.


(Traduzione di Giulia Spagnesi)

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C’è chi ha paura dei ricordi e li fugge come fantasmi, come orribili spettri: Gesualdo Bufalino scrisse che “I ricordi ci uccidono. Senza memoria, saremmo immortali”. E c’è chi invece come Guido Gozzano li invoca: “Nel mio cuore amico scende il ricordo”, è un verso dalla celeberrima Signorina Felicita. La consolazione del già vissuto, la dolcezza del noto, del rivivere con la memoria momenti che ci hanno reso felici, che ci hanno fatto sentire bene. Al partito di Gozzano si iscrive certamente anche la scrittrice colombiana Meira Delmar (1921-2009) che in questa poesia descrive la miracolosa meraviglia del ricordo.

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Fotografia © Skyrock

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LA FRASE DEL GIORNO
Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere, 28/1/1942

lunedì 30 maggio 2011

Paese a cui ritorno


RAFAEL CADENAS

BELOVED COUNTRY

Quanto di te non si sviluppa come musica perduta in me.
Paese a cui ritorno ogni volta che mi impoverisco.
Sigillo, fasto, coperchio dei forzieri.
Nulla mi ha negato il tuo latte di vergine.
Mio riflusso, mia fonte segreta, mio volto reale.
Ignoro la portata del tuo odore, ma so che sei stato  
in tutti i miei punti di partenza, avvolgendomi,
Oriente sollecito, come una cerimonia.
Paese dove vanno le linee della mano, luogo dove sono un altro,
mio anello di nozze, sei vicino al centro.

(da Falsas maniobras, 1966)

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Due settimane fa ho proposto una poesia di Ruth Bidgood sul tema della casa come rifugio cui si torna. Anche il poeta venezuelano Rafael Cadenas (Barquisimeto, 1930) esprime un concetto simile: non è però la casa, ma il paese natale, lo stato cui ritorna l’emigrante, ritrovando le proprie radici e le proprie memorie. Per quanto si vada lontano, per quanto tempo si resti distanti, c’è comunque sempre un legame con quella terra, con un punto del mondo in cui ci si può considerare “del posto”, in cui si comprende la lingua anzi, di più, il dialetto, in cui si è al corrente delle tradizioni, delle superstizioni, dei proverbi, del quale si conoscono i nomi delle piante e degli animali e si può dire quale sia l’uccello che canta o dove porti una strada. Un posto del quale si può dire, come Cesare Pavese: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

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Fotografia © Fotothing

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LA FRASE DEL GIORNO  
Dovunque si trovi, dovunque vada, l’uomo continua a pensare con le parole, con la sintassi del suo paese.
 
ROGER MARTIN DU GARD, I Thibauld

domenica 29 maggio 2011

Questa pietra sonora


ANTONIN ARTAUDimage

PENDOLO

Non sono un mietitore, checché se ne dica.
Accomodo sulle mie ginocchia la luna, mia promessa
E l'ora del pastore risuona in qualche angolo
Dietro il paravento dipinto della collina,
Sotto le palme verdeggianti del cielo deserto. Sono incline
A pensare che è senza dubbio per dosare meglio
La lenta instillazione del vino annerito del dubbio
In sentieri infiniti di cieli incrociati
Che nell'acqua del silenzio questa pietra è gettata,
Questa pietra sonora nell'attesa e nel dubbio.

(da Premiers poèmes, in Oeuvres complètes)

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Antonin Artaud nel 1938 scrisse un’opera fondamentale, Il teatro e il suo doppio, nella quale fissò i criteri dell’estetica del teatro, inteso come messa in discussione delle certezze di chi vi partecipa. Un testo base per le avanguardie. Ma prima, molto prima, tra il 1913 e il 1923, un periodo in cui lo scrittore e regista attraversò  l’adolescenza e la prima giovinezza, era la poesia ad attrarlo. I suoi testi non ebbero pubblicazione ma portarono il giovane marsigliese, attore dedito agli stupefacenti e con problemi psichiatrici, a contatto con Jacques Rivière e poi con André Breton e i surrealisti. Sono ancora lontani i tempi in cui Artaud scriverà la Revolte contre la poésie: qui non è che un poeta, che tenta attraverso i suoi versi di esprimere il suo disagio esistenziale, di trovare un mezzo per trascenderlo.

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Jackson Pollock, “The Moon-Woman cuts the circle”

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LA FRASE DEL GIORNO   
In principio era il mito. Come il grande Iddio poetava e andava in cerca di espressione nelle anime degli indiani, dei greci e dei germani, così va ripoetando tutti i giorni nell'anima di ogni fanciullo. 
HERMANN HESSE, Peter Camenzind

sabato 28 maggio 2011

Il turbamento di Karin Boye

 

 

KARIN BOYE

COME POSSO DIRE...

Come posso dire se la tua voce è bella.
So soltanto che mi penetra
e mi fa tremare come una foglia
e mi lacera e mi dirompe.

Cosa so della tua pelle e delle tue membra.
Mi scuote soltanto che sono tue,
così che per me non c'è sonno né riposo,
finché non saranno mie.


(da Poesie, Le Lettere, 1994 – Traduzione di Daniela Marcheschi)

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“Se appena ti vedo, subito non posso / più parlare:  / la lingua si spezza: un fuoco / leggero sotto la pelle mi corre: / nulla vedo con gli occhi e le orecchie / mi rombano: /
un sudore freddo mi pervade: un tremore / tutta mi scuote”.
È l’innamoramento di Saffo per una delle ragazze del suo tiaso di Mitilene, raccontato nell’ode “sublime” dalla Decima Musa all’inizio del VI secolo avanti Cristo. Duemilacinquecento anni dopo è con gli stessi toni che un’altra poetessa, la svedese Karin Boye (1900-1941), angosciata dalla propria bisessualità e spesso in preda a crisi depressive, esprime il suo turbamento amoroso: l’amore è universale, senza tempo e senza distinzioni.


William Clarke Wentner, “Cyrene”

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LA FRASE DEL GIORNO   
Immersa nella tua bellezza / vedo spiegata la vita / e la soluzione dell’enigma oscuro / svelata.  
KARIN BOYE, Poesie

venerdì 27 maggio 2011

Lettera a Nausicaa

 

GIOVANNI QUESSEPimage

LETTERA IMMAGINARIA

(Da Ulisse a Nausicaa)

Vivo in un regno millenario. Il cielo
passa sopra le torri come un'acqua
piena di canti. Posso vedere la luna
che avvolge gli uccelli, la pietra
dove qualcuno ha scritto che tutto è vano,
che il filo della tunica svanisce
per non trovarsi più. Tamarindi
c'erano che dalle foglie annunziavano
dolore e musica per le regine
che venivano dall'acqua più profonda.
E c'era la mattina, il mezzogiorno,
i giardini di pietra, il cacto nero.

Conservo ancora in mano un ramo
argentato dalla morte, e una storia
che parla di coloro che furono. Le mura
della città evocano ancora
una nave che a un'altra sponda
fu ancorata dal peso dei miei viaggi
tra ombre, lotofagi, e demoni.

Se tu sapessi, Nausicaa, come è stata
la mia vita da allora: non grata
per chi ha visto i fiori del melograno
sparsi sul proprio letto e nel ricordo,
mentre il cieco cantava e gli offrivano
una sedia di cedro e una favola.

Tu mi portasti nella città, nudo,
soltanto coperto dal mare di sabbia
e da foglie di luce del folto del bosco
per dire la mia gloria, la mia pena.
Io ti seguii credendomi un dio, quindi
sognando la mia isola felice
dove avevo lasciato tre colori
e un patio e una vigna e i miei amici.
Ma la regina non attese la mia nave,
la sognò in fondo alle agognate acque,
e sognò il mio scheletro abbagliato
da mezze luci e pesci e madreperla
dove la sera arriva a un tratto e il legno
non è altro che ponte di un giardino in ombre.

Nel suo sogno mi vidi, re abbattuto
dalla spada che tengo ancora occulta
per il re foraneo. Ho sognato allora
che sarei morto lontano dalla patria,
che non avrei rivisto negli specchi
le strade della mia Itaca né il volo
che propizia il mio arco nella gioia
perfetta dei marosi e delle pietre.

Vivo in un regno millenario, è vero,
un mare di gelsomini mi circonda,
entro nei boschi quando il cielo forma
la mezzanotte, solo e silenzioso
con la mia vita; il destino non mi lascia
lanciare la mia freccia, come vorrei,
dritta al cuore del cinghiale e della luna:
non colpisco il bersaglio e solo posso
pensare a te, Nausicaa. I feaci
non seppero vedere nel racconto
di Demodoco, il cieco, che avevano
nel salone di sandalo il più povero
e il più disincantato dei navigatori.

Io non ascoltai la storia dei miei viaggi,
perché nei tuoi occhi vedevo un'altra storia,
e quella notte sognai di un abito
che le tue mani adoravano, e di una spada.
Il resto, Nausicaa, non vorrei
ricordarlo: la nave fatta a pezzi,
i marinai morti e un fantasma
che vagava nel pineto dell'isola.
Dei pini che erano così belli
non mi rimane ormai nemmeno l'ombra.
Itaca era un giardino, ma oggi sento solo
il canto dei serpenti; rami duri,
prugnoli anziché mandorli e la pietra
dove qualcuno scrisse tutto è vano.

(da Carta imaginaria, 1998 – Traduzione di Martha Canfield)

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Interviste immaginarie, lettere immaginarie: sono un genere in cui si sono cimentati molti scrittori. Qui ci prova il poeta colombiano di origini italiane Giovanni Quessep (San Onofre, 1939). La lettera immaginaria è nientedimeno che quella scritta da Ulisse a Nausicaa, la figlia di Alcinoo, re dei Feaci, che, invitata in sogno da Pallade a recarsi al fiume per lavare le sue vesti nuziali, lo trova e lo soccorre dopo il naufragio – eventi raccontati nel VI libro dell’Odissea, prima che Ulisse venga condotto a corte, dove inizia il lungo racconto delle sue peripezie. Quella che Quessep introduce è un’impensabile nostalgia che visita Ulisse nelle lunghe giornate di Itaca, dove ciò che aveva tanto agognato, ora che è suo, non appare più così bello e interessante: alla fine, i desideri realizzati diventano routine e nuove mete e nuove brame appaiono all’orizzonte dei nostri giorni. Ulisse si sente prigioniero ora a Itaca e sogna Nausicaa, innamorato di lei: il desiderio appagato si è trasformato in rimpianto.

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Michele Desubleo, “Ulisse e Nausicaa”

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LA FRASE DEL GIORNO   
Il mio sogno è nutrito d’abbandono, / di rimpianto. Non amo che le rose / che non colsi, le cose / che potevano essere e non sono / state. 
GUIDO GOZZANO, I colloqui, “Cocotte”

giovedì 26 maggio 2011

Notte dopo notte


PAUL BÉLANGER

CI RISIAMO, L’OCCHIO

Ci risiamo, l'occhio
la notte, la fine, il libro
che una mano afferra

che liquida il giorno a favore
dei più ignoti gesti

e il vento ancora, e persino
l'assenza di vento

guardiano dei ritorni senza parola

mentre inciampi
notte dopo notte, sulla frontiera.

Non vedevo più che l'azzurro
del cielo: così l'uomo crea

un ponte che lo collega
al nucleo del tempo.

(da Origine des Méridiens, Éditions du Noroît, 2005 – Traduzione di Viviane Ciampi)

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La poesia del canadese francofono Paul Bélanger (Lévis, 1953) dà l’idea di un tempo sospeso, di un’attesa degli avvenimenti. E il poeta guarda dal suo osservatorio privilegiato, con i suoi libri e i suoi oggetti amati a portata di mano: nello spleen della sera cerca “una poesia / un fatto di pensiero che si trovi annodato / al mondo, in una visione / ancora indistinta”. Come in un teatro assiste alla scena e la pièce recitata altro non è che la vita – potrebbe essere una commedia oppure un dramma, ma misterioso resta il finale e non è ancora chiaro se un deus ex machina arriverà a sciogliere il dubbio.

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Immagine © Wallpaper Menu

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LA FRASE DEL GIORNO   
Una volta di più la mia voce misura l’intensità del silenzio. 
PAUL BÉLANGER, Fenêtres et ailleurs

mercoledì 25 maggio 2011

Giovanni Giudici


«Non stiate a interrogarvi che cosa
rumina mai - seduto
nel vano qui della finestra tuttavia
volte le spalle alla vista
basti per lui lasciare
strizzato goccia a goccia
un non tempo allargare la mente strenuata
pensando il non pensare».

Si è spento ieri a La Spezia uno dei massimi poeti del secondo Novecento, Giovanni Giudici. Era nato a Le Grazie, frazione del comune di Portovenere, il 24 maggio 1924. Nel 1933 la famiglia sì trasferì a Roma, città dove Giudici rimase fino al 1956, quando iniziò a lavorare alla Olivetti ad Ivrea prima e a Milano poi, per tornare a Lerici in vecchiaia. Giornalista, insegnante, ma soprattutto poeta, Giudici era partito da un tono neocrepuscolare  per poi piegare la sua poesia a una moralità sociale – antifascista, aveva militato nel Partito d’Azione e nel PSIUP. Traduttore di Frost e di Wallace Stevens, ne assorbì certamente qualcosa, sebbene il suo maestro riconosciuto fu Saba, come ammise lui stesso: “Saba è il più grande per la sua difficilissima semplicità. Ci sono degli effetti ottenuti lavorando sulla lingua, sui sentimenti, sul nulla, per cui una poesia si dice poesia. Le sue le so ancora a memoria”.

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LA VITA IN VERSI

Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettando occhiate
d’accordi. E gli astanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.

(da La vita in versi, Mondadori, 1965)

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ALCUNI

Alcuni inseguono tutta la vita
uno scopo – il disegno di un meccanismo
un seme particolare di grano un incrocio di canarini
l’attuazione di un piano la costruzione di una casa.

Alcuni in abitazioni private o in asili
psichiatrici ritentano solitari di carte
o calcoli di moto perpetuo o altre
più improbabili imprese come rivoluzioni.

Essi sono uomini o donne derisi
o tutt’al più gentilmente commiserati
sia perché l’ambizione che li muove si giudica eccessiva
sia perché appare futile l’obiettivo.

Ma io voglio dire che al confronto
non c’è impresa spaziale né invenzione
pari all’attento studio di costoro che sacrificano
alla cosa impossibile ogni raggiungibile piacere.

Essi hanno parenti amici e figli madri e padri
mogli e mariti hanno maestri e direttori di coscienza
che accampano più esperienza
e che li esortano alla quotidiana concretezza.

Essi come ognuno di noi hanno persone e cose
di cui la presenza stessa ha forza più delle parole
e gli argomenti risultano inoppugnabili
quando gli dicono – pensa a quel che fai.

Non c’è dubbio – i persuasori sono nel giusto
perché è senza conforto lo stato di questi ostinati
e agitato è il loro sonno scarsa la salute del corpo
e non hanno alleata la minima probabilità.

Non è il loro coraggio coraggio di giocatore
o rischio calcolato di trafficante
e nemmeno intuito di stratega o di capo politico
o di chirurgo all’unica estrema occasione.

Essi non hanno con sé la tradizione di una fede
anzi tradiscono a volte
sovvertono la morale fomentano il disordine
in se stessi perduti prima di ogni salvezza.

E non possono indicarti il nome di qualcuno
perché non ha fama chi è nella vera ignominia
né superbia di martirio né la gloria di un emblema
ma grazie ad essi ha un senso la specie uomo.

Pensando di loro ti scrivo queste parole
oggi che dirci insieme è dire nessuna speranza
sbarrati da ogni saggezza sbarrati dalla storia
ormai più di passato che di futuro nutribili.

E chiamandoti a un futuro di penuria
io chiedo la tua insania perché la mia abbia forza
perché si possa dire che è una cosa reale
quella che due distinte persone vedono identica.

E tutto questo è ancora poco al confronto
del nulla di chi insegue un solitario ideale.
Essere umani può anche significare rassegnarsi.
Ma essere più umani è persistere a darsi.

(da O beatrice, Mondadori, 1972)

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia da ragazzo mi sembrava una cosa da ricchi, non ero nella condizione di farla. Mi dicevo: "Ma come, ti metti a fare poesia?"
GIOVANNI GIUDICI

martedì 24 maggio 2011

La sto amando ancora


PEDRO SALINAS

LXIII

Non voglio che ti allontani,
dolore, ultima forma
di amare. Io mi sento vivere
quando tu mi fai male
non in te, né qui, più oltre:
sulla terra, nell'anno
da dove vieni
nell'amore con lei
e tutto ciò che fu.
In quella realtà
sommersa che nega se stessa
ed ostinatamente afferma
di non essere esistita mai,
d'essere stata nient'altro
che un mio pretesto per vivere.
Se tu non mi restassi,
dolore, irrefutabile,
io potrei anche crederlo;
ma mi rimani tu.
La tua verità mi assicura
che niente fu menzogna.
E fino a quando ti potrò sentire,
sarai per me, dolore,
la prova di un'altra vita
in cui non mi dolevi.
La grande prova, lontano,
che è esistita, che esiste,
che mi ha amato, sì,
che la sto amando ancora.

(da La voce a te dovuta, 1933)

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Andiamo ancora una volta a curiosare nella storia d’amore tra il poeta spagnolo Pedro Salinas e la studiosa americana Katherine Prue Reding – storia a tre, visto che Salinas era sposato con Margarita e che la moglie tentò il suicidio proprio per il tradimento. Ai tempi di questa lirica la storia è ormai finita: è stata Katherine a porvi fine proprio in conseguenza del gesto di Margarita.

L’amore si è fatto ora dolore: l’assenza si fa sentire e più grande è la sofferenza quanto più grande è stato l’amore. Ma proprio nel ricordo, nella dolorosa memoria, ancora vive: è il residuo che ne testimonia la grandezza, che ne prolunga la vita anche nel distacco. E del dolore, del ricordo di Katherine, di quell’amore che in lui ancora divampa, Salinas vive.

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Fotografia © Photoshop Contest

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LA FRASE DEL GIORNO   
La tracotanza di esigere l’amore si era manifestata solo adesso che non era ricambiato; ero rimasto solo con la mia passione, indifeso, senza diritti, al di là della legge, scandalosamente brutale nella mia pretesa: Amami! Per quale ragione? Avevo solo la solita meschina giustificazione: Perché io ti amo… 
ALAIN DE BOTTON, Esercizi d’amore

lunedì 23 maggio 2011

Punto, punto e virgola, due punti

 

A me piace scrivere usando tutti i segni di punteggiatura perché, se ci sono, vanno usati. Oggi però la fretta, che sembra essere l’unico scopo delle nostre vite, sorvola su queste minuzie: il linguaggio stesso assume nuove forme come quella degli SMS o dei social network e diventa sempre meno accurato, sempre più selvaggio.

Eppure i segni della punteggiatura hanno un valore notevole, possono dare un’intonazione diversa a una frase. Celebre è il responso che la Sibilla Cumana offriva ai soldati che ne richiedevano l’oracolo: “Ibis redibis non in bello peribis”; a seconda di dove si pone la virgola, muta notevolmente il significato – “sibillino” deriva proprio da questa interpretazione variabile: infatti se la virgola è prima del “non” si avrà “Andrai, tornerai, non morirai in guerra”, se posta prima si otterrà “Andrai, non tornerai, morirai in guerra”.

C’è un solo libro che non sono riuscito a finire: è l’Ulisse di James Joyce. L’ultimo capitolo, dopo già tante traversie linguistiche per oltre 700 pagine, non ha punteggiatura e non si riesce a raccapezzarsi. Un piccolo esempio: “frsiiiiiiifronnnnnng treno che fischia da qualche parte che forza han dentro quelle macchine come grossi giganti e l’acqua che bolle dappertutto e esce da tutte le parti come la fine d’Amore la dolce vecchia canzonnnnnnnn quei poveracci che devono star fuori tutta notte lontani dalle mogli e dalle famiglie ad arrostire su quelle macchine si soffocava oggi contenta d’aver bruciato la metà di quei vecchi Freeman e Photo Bits lasciarmi tutta quella roba in giro sta diventando trascuratissimo e il resto l’ho messo nel WC me li farò tagliare domani invece di serbarli fino all’anno prossimo…”

E allora ecco il punto, ora di moda, perché efficace, perché permette frasi brevi, utili in questi tempi veloci dove si deve passare subito ad altro, perfetto per gli slogan pubblicitari. Di moda sono anche i due punti: servono a chiarire, enumerare, incolonnare, introdurre un concetto, un discorso. E i puntini di sospensione – vanno sempre in tre, mai di più - spesso abusati, ma comodi per esprimere un attimo di tregua, per dare all’interlocutore tempo di pensare e di replicare. Poi, naturalmente, la virgola, che è il sale del discorso, è il direttore d’orchestra che mette a spartito le parole, il maestro di cerimonia che assegna i posti. Il punto e virgola è un vecchio signore elegante e un po’ blasé che si vede sempre meno di frequente alle feste. Le virgolette servono sempre, per introdurre i discorsi, per segnalare una parola fuori dal suo contesto (mi raccomando, non fatele all’americana con le dita quando parlate, altrimenti sembrate dei coniglietti – tanto si capisce lo stesso da come lo dite). Il trattino da molti non è considerato neanche un segno di interpunzione, ma a me piace la sua modernità e lo uso spesso. Le parentesi mi fanno pensare a un prendere da parte il lettore per fargli una confidenza, se posso preferisco sostituirle appunto con il trattino. E infine i fratelli punto esclamativo e punto di domanda, che danno intonazione: il primo è mal sopportato, soprattutto quando se ne abusa, ma talvolta è indispensabile per esprimere compiutamente uno stato d’animo.

Per concludere, ricorderei una statistica significativa, redatta dagli antropologi: nel mondo la scrittura senza segni di punteggiatura prevale dove più alto è il tasso di analfabetismo.

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La celebre scena della lettera dettata in Totò, Peppino e la Malafemmena © Titanus

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LA FRASE DEL GIORNO  
Buona parte di logica potrebbe ridursi a un trattato delle virgole.
 
NICCOLÒ TOMMASEO

domenica 22 maggio 2011

Qualcosa di più bello

 

AMADO NERVO

A LEONOR

La tua chioma è nera come l'ala
del mistero; tanto nera come un lugubre
mai, come un addio, come un “chi sa!”
Ma c'è ancora qualcosa di più nero: i tuoi occhi!
I tuoi occhi sono due maghi pensosi,
due sfingi che dormono nell'ombra,
due enigmi molto belli... Ma c'è qualcosa,
ma c'è ancora qualcosa di più bello: la tua bocca.
La tua bocca, oh sì!. La tua bocca, fatta divinamente
per l'amore, per la calda
comunione dell'amore, la tua bocca giovane;
ma c'è ancora qualcosa di migliore: la tua anima!
La tua anima raccolta, silenziosa,
di pietà tanto profonda come il pelago,
di tenerezze tanto profonde...
Ma c'è qualcosa, ma c'è ancora qualcosa
di più profondo: il tuo sogno!

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Questa poesia del modernista messicano Amado Nervo (1870-1919) me la sono ritrovata sulla bacheca di Facebook, inviatami da un’amica argentina. È stata una gradita sorpresa che ho deciso di condividere, per diffondere la bellezza di questa lirica: salta all’occhio la scelta degli aggettivi, il loro crescendo, il gusto vagamente aristocratico dell’arte per l’arte, in contrasto con i romantici. Ma è soprattutto una poesia d’amore, a smentire quello che le donne pensano di noi maschietti: non è il cosiddetto “lato B” che noi guardiamo come prima cosa in una donna, non siamo tutti beceri voyeurs da reality televisivo. È negli occhi che i poeti cercano l’anima, perché l’anima è la parte più bella di una donna…

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Egon Schiele, “Donna sdraiata con calze verdi”

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LA FRASE DEL GIORNO   
La maggior parte degli uomini non riconosce la vera bellezza, quella che si nasconde e che bisogna rivelare a se stessa. 
MAURICE DENUZIÈRE, Louisiana

sabato 21 maggio 2011

Attimo è


KÒSTAS STERGHIÒPULOS

IN QUESTO MOMENTO...

In questo momento non chiedere
com'è apparsa questa commozione,
così improvvisa, così frettolosa,
così fugace.
Non c'è mente che lo pensi:
è percezione e silenzio.
Attimo è che non fai in tempo
a dirgli: «Fermati, sei bello!».

(Non è morta, non è morta ancora l'anima mia,
se ancora la sento lacrimare).


(da Poesia greca contemporanea, Dall’Oglio, 1968)
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Sentire, provare un’emozione. È quello che ci fa sentire vivi, che sia lo stupore davanti a una meraviglia della natura o il trasporto sincero verso un’altra persona, che sia anche il dolore o il rimpianto. È in effetti quello che manca al Totò Merumeni gozzaniano che “non può sentire. Un lento male indomo / inaridì le fonti prime del sentimento”. Kòstas Sterghiòpulos, poeta greco nato ad Atene nel 1926 passa dal buio alla luce (“Ho resistito all’attimo terribile / ma ora sono un altro”) grazie a questo momento, come chi si dia un pizzicotto per dimostrarsi di essere sveglio davanti a una situazione irreale: quell’attimo è il rinascere alla vita, è lo svegliarsi dal sonno, è il primo passo verso la gioia di vivere.


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Mihai Criste, "Sleep walking well"

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LA FRASE DEL GIORNO  
Com’è bella, com’è sciocca e incantata questa povera vita!
 
HERMANN HESSE, Vagabondaggio

venerdì 20 maggio 2011

Non essere sterile petalo

 

ANTONIO BAROLINI

IL POLLINE

Se un buffo di vento
ti solleva
e ti sostiene lontano
sulle onde dei mari
e ad altre rive ti trasporta,

non essere
sterile petalo
o barbaglio di luce
che si dissolve nell'aria,
ma, come polline, dove cadi,
affonda la nuova radice
e cresci nuova speranza
e virgulti e nuove foglie
e il mondo sempre medesimo
contempla intorno e stupendo
e consuma l'agro-dolce
liquore della diletta vita,

cara ebbrezza fino all'estremo.

(da Elegie di Croton, Mondadori, 1959)

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È un’ode all’emigrazione questa di Antonio Barolini (1910-1971), poeta vicentino della generazione di Luzi, Sereni e Bertolucci, emigrato nell’immediato dopoguerra a Croton-on-Hudson, nello stato di New York, al seguito della moglie americana. È un invito a entrare in contatto con la nuova terra, senza il paraocchi, senza la presunzione di ritenersi migliori. Quando ci si sposta si deve dare frutto, si deve trapiantare la radice in terra straniera, per non rimanere un fiore sterile e secco: senza la linfa, prima o poi i petali diventeranno una polvere friabile invece di germogliare e armonizzarsi con la bellezza del mondo circostante, “come un albero antico / dalla radice anemica / fattosi robusta”.

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Edward Hopper, “Pennsylvania Coal Town”

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LA FRASE DEL GIORNO   
Nell’emigrante, la tradizione. Nell’ultimo arrivato, l’aristocrazia. Nella povertà, il blasone. 
ANTONIO BAROLINI, Elegie di Croton

giovedì 19 maggio 2011

Birgitta Trotzig


Lo scorso sabato, dopo una lunga malattia, è morta a Goteborg, sua città natale, la scrittrice e poetessa svedese Birgitta Trotzig. Era nata l’11 settembre 1929 e faceva parte dell’Accademia Svedese, l’organismo che sceglie i Nobel. Era molto legata all’Italia, avendo abitato a lungo a San Gimignano, influenzata nelle sue opere dalla pittura e dalla scultura dei classici italiani e dalla fede cattolica, cui si era convertita da giovane.


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La poesia della Trotzig è molto particolare, quasi sempre lineare al punto da diventare prosa nel suo percorso visionario di ricerca, un continuo porsi domande che non hanno risposte perché la parola non è in grado di darle, rimanendo sospesa come pulviscolo in un limbo di luce e ombra. Scrive Daniela Marcheschi nell’introduzione alla sua raccolta edita da Mondadori: “L’opera della Trotzig appare quasi tellurica, tanto è legata al senso della tangibilità del reale, della corporeità della materia vivente, e perciò immersa nelle cose e nel turbinio delle immagini e dell’immaginario che esse possono di continuo generare e moltiplicare. Si tratta di una poesia più spesso in prosa, colma di aperture e tensioni conoscitive, di vibrazioni segrete, di lucido sguardo sul dolore e sulla morte e di profonda pietà, di visione del male e della tenebra e di sentimento dello splendore della vita e della speranza”. Ecco un piccolo florilegio di poesie di Birgitta Trotzig:
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NEL CREPUSCOLO CALDO-UMIDO


Nel crepuscolo caldo-umido grigio-umido la bellezza del volatile, del danzatore negli spazi di sogno multicolori.
Le tracce della bellezza, quali profezie? Il finto sistema dell’universo si è rotto, frammenti di movimento spuntano e spariscono, nero cristallo, strani profondi colori, nuovo caos bolle sotto la bella superficie fragile che diventa bellezza per il suo andare in pezzi.
Grigia città gigante, verso est. Al di sopra della città fluttua il velo protettore, Pokrov, invisibile, nero ed enorme.
(Pokrov – l’icona di Vlacerny, Ekelöf, John Tavener). Lei ha avvolto il suo velo sopra i perseguitati e li ha nascosti nella sua invisibilità.
Un uomo solo va errando cupo nel paesaggio infinitamente splendente, il suo volto è miele (Maestro di Siena – il paesaggio fluttuante sopra il regno dei morti).

(da Nel fiume di luce. Poesie 1954-2008, Mondadori – Traduzione di Daniela Marcheschi)
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(SOGLIA, CONFINE, DIFFERENZA, FUORI, DENTRO)


(Soglia, confine, differenza, fuori, dentro)
Qual è ora la relazione fra l’arte e la natura? dove inizia lo spazio         immaginario che non è né l’una né l’altra?
Di ciò che chiamano l’io si può far a meno.
Il confine, il segreto della soglia. Che cos’è fuori, che cos’è  dentro,              che   cos’è fuori di me, che cos’è dentro di me?
Sulla soglia. Non da questa parte, non dall’altra.
Proprio nel movimento al di sopra della soglia. Si rompe la membrana d’apparenza, la contraffatta visione “io”. Allora è nudo il mondo. Luci parlano, pietre respirano. L’occhio diventa un pianeta nero, il mondo è ora capace di vedere. Alberi sollevano le radici fuori della terra, le alzano fuori del terriccio di alberi morti. Il fango e l’orma umana sono la visione della cecità, le mani e la sensibilità delle tenebre. Le costellazioni disegnano nelle profondità della notte ciò che è concluso e ciò che non è concluso.
Il Sagittario scaglia la sua freccia, è mortale.
Tutto parla a tutto. Nella luce dello spazio, nella luce delle tenebre. Il messaggio si rivela.

(da Nel fiume di luce. Poesie 1954-2008, Mondadori – Traduzione di Daniela Marcheschi)
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LETTERE ALFABETICHE


C’è un silenzio in ogni cosa fitto come un’esplosione, moltiplicato anni luce in un unico movimento raccolto – nell’erba, nella vipera sulla pietra, nelle frasche di prugnolo, nei gabbiani, nelle conchiglie bolle l’immensa coppa di luce solare sopra lo specchio marino, luce da luce, silenzio-luce-movimento – il nocciolo d’immobilità nell’antico silenzio in esplosione del sole.
L’immenso silenzio greve delle cose un turbine che si schianta, il ballerino derviscio in mezzo al nocciolo di pietra, l’istante che permane, la mutevolezza-danza-dell’istante, la schiuma-chiarore di lampo vecchio milioni di anni dell’istante che danza vista come immobilità, formula-vertigine, segno di lettera alfabetica.

(da Anima, 1982 – Traduzione di Daniela Marcheschi)


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LA FRASE DEL GIORNO  
La parola ha creato il mondo, la legge della parola ha tracciato il confine fra essere e non-essere, così si vive ora al confine.
 
BIRGITTA TROTZIG, Contesto materiale

mercoledì 18 maggio 2011

Come schiavi perduti

 

GIORGIO VIGOLO

GLI SCHIAVI

Come schiavi perduti
in crollate miniere,
i ricordi del cuore
scavano incontro alle speranze prime
che la vita lasciò dietro ai suoi mali;
disperati richiami
battono al buio e ascoltano se alcuno
risponda di lontano.

Talora un tocco lievissimo s' ode
come vibrato da un martello d' oro
e la montagna giubila a quel suono
alleggerita e pura;
ma subito il silenzio si rimura
sui paurosi giorni
orfani d' ogni voce.
le mie speranze sono ormai cadute
dall' altra parte della vita...

(da Linea della vita, Mondadori, 1949)

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I ricordi sono le ombre del passato: Giorgio Vigolo li immagina come schiavi al lavoro nelle miniere – magari gli stessi che “seminudi e bruni /sotto il peso d’enormi / catene piangono” attendendo la sentenza in un’altra poesia della raccolta, I giudici. Schiavi che si battono disperatamente per riportare alla luce l’oro delle speranze, le pietre preziose del tempo perduto, le gemme delle illusioni di gioventù. Schiavi che scavano in un luogo così simile all’Inferno, all’Ade degli antichi, in oscure caverne, in remote carceri sotterranee – le prigioni sono un’icona costante nella poetica di Vigolo e ben simboleggiano la sua visione della vita, così lontana dalla “limpida meraviglia” di Ungaretti o dall’accorata fede di Luzi: “Sulle mura d’incubo / dove hai passato il giorno della vita, / dove hai graffito come un carcerato, / lì è scritta la tua vera poesia / che hai dimenticato, / che non sapresti più decifrare”.

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Nicolas Toussaint Charlet, “Interno di una capanna di minatori”

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LA FRASE DEL GIORNO   
Quando non è una lanterna magica, la memoria è un film dell’orrore. 
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

martedì 17 maggio 2011

L’esempio delle tartarughe


ANA BLANDIANAana-blandiana-566450l

SENZA SAPERE

Evidentemente non assomiglio
a nessuno di quei tessitori di parole
che si fanno i vestiti e le carriere ad uncinetto,
la gloria, l’orgoglio,
sebbene mi muova in mezzo a loro
ed essi guardino le mie parole come fossero magliette,
“— Come sei ben vestita!”, mi dicono.
“— Come ti cade a pennello la poesia!”,
senza sapere
che le poesie non sono i miei vestiti,
ma lo scheletro
estratto con dolore
e posto sopra la carne come un carapace,
seguendo l’esempio delle tartarughe
che così sopravvivono
lunghi secoli
infelici.

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I veri poeti non scrivono per la gloria, né per apparire nei salotti televisivi. Quello può essere un secondo fine, forse. Ma i veri poeti scrivono per se stessi, scrivono per esprimere quello che sentono, scrivono perché trovano nella poesia un mezzo per sopravvivere. Sono bellissimi questi versi della rumena Ana Blandiana (Timisoara, 1942): rivendicano la purezza della poesia, lontana dalla prostituzione commerciale, dall’esibizione pubblica. La poesia è intimità espressa: efficacissima è l’immagine dello scheletro esposto mentre gli altri mostrano vestiti pieni di lustrini come il torero nell’arena.

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Fotografia dal web

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LA FRASE DEL GIORNO  
Eri coperta di poesie / tutto il tuo corpo era scrittura. 
OCTAVIO PAZ, Versante Est

lunedì 16 maggio 2011

Qui e ora


RUTH BIDGOOD

STRADE

Inutile chiedersi che lago protetto da aironi
si trovava nell'altra vallata,
o rimpiangere i canti del bosco
che non avevo attraversato.
Inutile chiedersi dove
                       potevano portare altre strade,
dato che portavano altrove;
poiché è solo qui e ora
la mia vera destinazione.
È dolce il fiume nella tenera sera
e tutti i passi della vita mi hanno
                                    portata a casa.

(da Impronte: poesia gallese contemporanea, Mobydick, 2007)

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Non è ricordo la vita e non è neanche rimpianto. Sebbene noi spesso ci rifugiamo nella tana della memoria o proiettiamo i nostri desideri e le nostre speranze in un territorio futuro, la vita è solo nell’hic et nunc, nel qui e ora. Ed è in questo preciso momento che viviamo e in esso abbiamo la nostra casa. E la casa è il nostro mondo, è il nostro rifugio cui sempre torniamo, cui i nostri passi giungono ogni sera, per quante altre vallate e quanti altri boschi ci siano oltre i nostri. Questo ci dice la poetessa gallese Ruth Bidgood (Seven Sisters, 1922), con i suoi versi  così evocativi..

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Fotografia © Zeusbox

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LA FRASE DEL GIORNO  
Il presente è perpetuo
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OCTAVIO PAZ, verso l’inizio

domenica 15 maggio 2011

Tranquillo pomeriggio


GIOVANNI PASCOLI

DALL'ARGINE

Posa il meriggio su la prateria.
Non ala orma ombra nell'azzurro e verde.

Un fumo al sole biancica: va via
                  fila e si perde.

Ho nell'orecchio un turbinìo di squilli
forse campani di lontana mandra;

e tra l'azzurro penduli, gli strilli
                  della calandra.

(da Myricae, 1890)


L’altro giorno mi trovavo lungo l’Adda, in un luogo dove le ripide sponde per un breve tratto si allargano, originando un vasto spiazzo dove la luce riesce a penetrare, inondando il paesaggio. C’era una tranquillità che ti riconciliava con il mondo, che ti faceva sentire in armonia. E mi sono ricordato di questa poesia di Myricae, la raccolta che esprime al meglio il realismo impressionistico di Giovanni Pascoli: la contemplazione della natura acquista il valore positivo grazie all’impressione pittorica – si ha davvero l’impressione di osservare un dipinto ad olio o un acquerello. Se nelle prima strofa – tecnicamente la poesia è un’ode saffica composta da due quartine - è la luce e sono i colori a farla da protagonisti, nella seconda è invece l’impressione sonora ad emergere, sono i campanacci delle vacche, sono gli strilli delle calandre, uccelli dei Passeriformi. Le tipiche immagini pascoliane – il suono delle campane, il fumo che sale da un casolare, il canto degli uccelli – sono qui adoperate per sostenere la bontà della natura, di questa natura pacifica e tranquilla, grazie alla sua banale bellezza.

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Brivio (Lecco) – Fotografia © Daniele Riva

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LA FRASE DEL GIORNO  
La Natura è un tempio dove pilastri vivi / mormorano a tratti indistinte parole; / l’uomo passa, tra foreste di simboli / che l’osservano con sguardi familiari
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CHARELS BAUDELAIRE, I fiori del male

sabato 14 maggio 2011

Il tao delle rane


 

EUGENIO MONTEJO

LE RANE


Non più teorie: mi unisco al coro delle rane.
Voglio sentirle gracidare stanotte, circondandomi.
Nel loro alfabeto percepisco una sola vocale
e il gorgoglio dello stagno.
Il piano che ci hanno dato suona le medesime note
fin troppo ripetute. Basta.
Forse è un angelo quell'ombra
che s'innalza all'entrata della mia caverna.
Non mi risulta.
Le tenebre di Dio mai lasciano vedere qualcosa chiaramente.
Il tempo può girare intorno,
dipende dalla pioggia, dal vento tra gli alberi.
Non più teorie: abbiamo già ascoltato lo spettro,
zittiamo il Principe Amleto.
Per oggi mi bastano le voci delle rane,
voglio sentirle gracidare stanotte più vicine
lasciando che riempiano i miei sensi
con il loro taoismo solitario
fino a cancellare i misteri del mondo.
Con i loro cori mi abbandono all'estrema grazia.


(da Alfabeto del mondo, 1986 – Trad. di Luca Rosi)

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A chi, come me, abita in campagna capita di avere di questi incontri ravvicinati con la natura: le rane che gracidano, il cuculo che ripete il suo verso d’amore per tutta la primavera, il gallo che comincia a cantare al sorgere dell’alba, il gufo che emette il suo fischio cupo nella notte, lo stormire delle fronde agitate dal vento. Il venezuelano Eugenio Montejo (Caracas, 1938) è poeta della natura, è poeta che canta la poesia insita in essa: “Il mare, la foresta, la presenza di fiumi, tutto ciò fortifica lo spirito della contemplazione e dell'arte” disse in un’intervista. E abbandonarsi alla natura, ai suoi ritmi, al suo mondo, significa dimenticare quell’altro universo, quello frenetico degli uomini con tutta la sua ansia di immagini e di velocità, con i suoi tempi che attanagliano e le sue scadenze improrogabili. Significa entrare in contatto con la sua grazia, con il suo Tao.
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Fotografia © Coolchaser
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LA FRASE DEL GIORNO    
Per scrivere devo aggrapparmi a una linea / sul libro dell'orizzonte./ Disegnare il miracolo di quei giorni /che galleggiano avvolti nella luce / e si liberano in canti di uccelli. 
EUGENIO MONTEJO, Alfabeto del mondo

venerdì 13 maggio 2011

Come due pianeti

 

VICENTE QUIRARTE

BELLEZZA DELL'ASTRONOMO

Il sole che ci illumina
non è un sole presente:
ci mette otto minuti
per giungere alla Terra...
Quando lasci la casa
prospera la bellezza:
nel letto il tuo profumo
lentamente matura
quel generoso sole
che all'istante redime
la piccola ecatombe
dell'alcova deserta,
la memoria vivente
di due pianeti soli
che tra venti milioni
s'incontrarono.

(Traduzione di Emilio Coco)

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È un’analogia scientifica a dare vita a questa poesia. Vicente Quirarte, messicano nato nel 1954, saggista, romanziere, drammaturgo e poeta, parte da un dato di fatto astronomico: la Terra dista dal sole in media 150.000.000 di km, quindi la luce, che viaggia a una velocità di 300.000 km al secondo, giunge a noi otto minuti dopo la sua emissione. Una faccenda tecnica, un puro dato scientifico. Ma che cosa è capace di pensare un poeta? Che la sua amata è come il sole, quando si alza al mattino e lascia il letto e la casa: permane per un po’ il suo profumo, resta la memoria. Come di un pianeta, appunto, come se tutti noi fossimo pianeti e incrociassimo a due a due le nostre orbite.

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Fotografia © The Stir

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LA FRASE DEL GIORNO   
Era un gioco leggero pensare che un giorno la carezza dell'aria sarebbe riemersa improvviso ricordo nel nulla. 
CESARE PAVESE, Lavorare stanca

giovedì 12 maggio 2011

Due isole d’ombra


ENRIQUILLO SANCHEZimage

STAVO NEL TUO SENO COME UNA BELVA MUTA

Stavo nel tuo seno come una belva muta.
Stavo nel tuo seno come un angelo affamato.
Dal tuo seno al tuo seno c’è una strada.
Dal tuo seno al tuo seno ci sono due delfini.
Il tuo seno destro naviga verso il sinistro.
Il tuo seno sinistro naviga verso l’oblio.
Non ho bocca per il delfino.
Ho occhi in eccesso per la rosa.
Stavo nel tuo seno come una pioggia interrotta.
Stavo nel tuo seno come una daga sottile.
Sulla riva del vento stanno i tuoi seni.
Sull’orlo di un puledro che galoppa.
Nei miei occhi navigano e ai miei occhi ritornano.
Navigano da un porto che l’acqua interroga.
Sono due banchi di pesci che nuotano verso la mia lingua.
Sono due isole d’ombra in cui la tigre salta allegramente.

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Abbiamo già incontrato la voce poetica del dominicano Enriquillo Sanchez (1947-2004) in occasione dei versi per San Valentino: ritroviamo qui la sua vena giocosamente ironica virata in un sensuale erotismo. Un inno al seno femminile scritto con accenti surrealisti, dove i protagonisti si alternano: ora è il poeta in primo piano, ora il seno, anzi i seni, nella loro dualità.

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Fernando Ureña Rib, “Yo, Claudia”

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LA FRASE DEL GIORNO  
I seni sono una sorta di coraggio in una donna. 
RAMÓN GÓMEZ DE LA SERNA, Seni

mercoledì 11 maggio 2011

L’inesprimibile nulla

 

GIUSEPPE UNGARETTI

ETERNO

Tra un fiore colto e l'altro donato
l'inesprimibile nulla.

(da L’Allegria)

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L’essenzialità ermetica trova il suo maestro in Giuseppe Ungaretti: è lui infatti a condensare concetti nell’esiguo spazio della parola, delle parole raccolte in un brevissimo verso; è lui che concentra nel frammento l’intero, come in questa Eterno: partendo da un dato naturale esprime la meraviglia della scoperta dell’eternità. “Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene. Il mistero c’è e col mistero, di pari passo, la misura; ma non la misura del mistero, cosa umanamente insensata; ma di qualche cosa che in un certo senso al mistero s’opponga, pure essendone per noi la manifestazione più alta: questo mondo terreno considerato come continua invenzione dell’uomo” scrive nelle Ragioni di una poesia. L’inesprimibile, certo… Ma, detto in versi, suona meglio.

Sembra una poesia scritta facilmente, stesa come uno slogan pubblicitario: in realtà sottende un lavorio testimoniato dalle varianti: su «Lacerba» dell’8 maggio 1915 si intitolava Eternità e “l’inesprimibile nulla” era “l’inesprimibile vanità”; inoltre, un’altra brevissima strofa la completava: “Fiore doppio / nato in grembo alla madonna / della gioia”. Era pleonastica, possiamo dire ora davanti alla perfetta incisività di Eterno, tanto che anche Ungaretti se ne rese conto: la eliminò sin dalla successiva edizione, quella di Allegria di naufragi, pubblicata da Vallecchi nel 1919.

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Fotografia © Nordic House

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LA FRASE DEL GIORNO  
La poesia è forma per natura sua estremamente sintetica. 
GIUSEPPE UNGARETTI, Ragioni di una poesia

martedì 10 maggio 2011

Luna e mare


RENZO LAURANO

SOLO MARE


Luna e nel solo mare
ieri notte in battello
eravamo in un bagno
molle e vago di luna.

Nella barca nessuna
donna ma languidezza
femminina e fu dolce
ricordare ogni bella.


(da Chiara ride, Mondadori, 1934)

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“Nella mia poesia, che è tanto turbata inquieta e sommossa dal mio «mal di Liguria» o «amor di Liguria», il mare-mare, quel «mare in persona» io lo conosco benissimo”. E il mare è protagonista anche di questa poesia del sanremese Renzo Laurano (1909-1986), dato per morto sul fronte russo e poi miracolosamente tornato, insegnante, critico e persino fondatore del Club Tenco. Il mare e la luna, che si uniscono per ricreare un dolce languore e portare alla memoria del poeta l’immagine delle donne amate.

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LA FRASE DEL GIORNO  
Nella memoria splendono i velieri, / vascelli a vele date a tutti i venti, / immagine di me, quando un naviglio / fui, tutta insegna candida, a splendore / spampanato, da ingenuo
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RENZO LAURANO, Gli Angeli di Melozzo da Forlì

lunedì 9 maggio 2011

I mari del Sud

 

CESARE PAVESE

I MARI DEL SUD

(a Monti)

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell'ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev'essere stato ben solo
- un grand'uomo tra idioti o un povero folle -
per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera.
Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. "Tu che abiti a Torino…"
mi ha detto "…ma hai ragione.
La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant'anni,
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono".
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent'anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel'hanno scalfito. E cammina per l'erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare ai contadini un poco stanchi.

Vent'anni è stato in giro per il mondo.
Se n'andò ch'io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
ma gli uomini, giù gravi, lo scordarono.

Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo verdastro di navi in un porto
e augurî di buona vendemmia. Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un'isola detta Tasmania
circondata da un mare più azzurro, feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell'Australia. E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo.
Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero
che, se non era morto, morirebbe.
Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall'ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
più elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dai lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo.

Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: "Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono così".
Mio cugino ha una faccia recisa.
Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame.
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.
S'era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.
Ma uscì ancora da solo. Vestito di bianco,
con le mani alla schiena e il volto abbronzato,
al mattino batteva le fiere e con aria sorniona
contrattava i cavalli. Spiegò poi a me,
quando fallì il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori.
"Ma la bestia" diceva "più grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza".

Camminiamo da più di mezz'ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d'intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d'un tratto e si volge: "Quest'anno
scrivo sul manifesto: - Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo -  e che la dicano
quei di Canelli". Poi riprende l'erta.
Un profumo di terra e vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest'uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.
Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell'altro
e pensa ai suoi motori.

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.
                                       Ma quando gli dico
ch'egli è tra i fortunati che han visto l'aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.

(da Lavorare stanca, 1936)

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“Se figura c’è nelle mie poesie, è la figura dello scappato di casa che ritorna con gioia al paesello dopo averne passate d’ogni colore e tutte pittoresche, pochissima voglia di lavorare, molto godendo di semplicissime cose… contento di seguir la natura e godere una donna, ma anche contento di sentirsi solo e disimpegnato, pronto ogni mattino a ricominciare: I mari del Sud, insomma”: così Cesare Pavese in poche parole scriveva nel Mestiere di vivere il 10 novembre del 1935.

I mari del Sud impersona uno dei temi principali di Pavese, il viaggio come fuga dalla propria terra e ritorno ad essa (“Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via” scrive nella Luna e i falò, e ancora: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”) e lo fa con uno stile prosaico, cronachistico, avvicinandosi al racconto più che al poemetto, infilandovi l’emblema mitografico delle colline, delle Langhe, della terra. I mari del Sud, quelli, sono invece l’evasione, la fuga, l’immaginazione, sono i grandi romanzieri americani da lui letti e tradotti, sono Melville e Hemingway, Faulkner e Steinbeck. Si va lungo i mari del Sud, e poi si torna al paesello. Sempre.

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Fotografia © Nova Scotia Museum, Halifax

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LA FRASE DEL GIORNO  
Perché il solo lavoro non basta a me e ai miei; / noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande / dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi. / Siamo nati per girovagare su quelle colline, / senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena. 
CESARE PAVESE, Lavorare stanca

 

 

domenica 8 maggio 2011

Figli e madri


BERNARDO BERTOLUCCI

SU UNA FOTOGRAFIA

Che voglia di scappar via
di Roma, senza dire niente
in famiglia e alla gente
che mi saluta per via,
se scopro che cosa muta
sulle gote e nella pupilla
di mia madre - come brilla
e arde la figura seduta
felice ed obbediente
della bruna
giovane in una fotografia?

Perdonami, se sai amare le viltà
di tuo figlio, intento a soffrire?
A voce alta, per farti sentire.

(da In cerca del mistero, Gremese, 1983)

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Un poeta anomalo per celebrare la Festa della Mamma: il regista Bernardo Bertolucci, figlio del più celebre Attilio, le cui poesie propongo invece spesso. Il Premio Oscar, ai tempi di questi versi, ha 42 anni e vive a Roma, la madre si trova invece nel Parmense: da una vecchia fotografia nasce la voglia di incontrarla, di raggiungerla abbandonando ogni cosa.

Da Torino, dove mi trovo per l’84a Adunata Nazionale degli Alpini, rivolgo un augurio a tutte le mamme, e naturalmente, soprattutto alla mia: auguri, mamma!

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Pablo Picasso, “Madre e figlio”, 1921

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LA FRASE DEL GIORNO  
È difficile dire con parole di figlio / ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. / Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore / ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore . 
PIER PAOLO PASOLINI, Poesie in forma di rosa

sabato 7 maggio 2011

Per sapere di te

 

JUAN GUSTAVO COBO BORDA

TRE ANNI DOPO

Mi manca ancora tanto per sapere di te,
ancora ignoro tutto,
perché il bacio è un’altra forma di interrogarti.
Per questo, man mano che il desiderio
diventa sogno,
soffio sul tuo volto
affinché gli occhi, aprendosi,
riconoscano in questa freschezza insospettata
la loro confidenza più intima.
Ancora mi manca tanto per sapere di te,
ancora ignoro tutto,
ma questa luce che ti disegna,
mentre cammini nuda nella stanza,
e ti fissa nel suo ocra dorato,
è già sufficiente, e mi basta.

(da Offerta sull’altare del bolero, 1981)

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Quanto si conosce di un’altra persona? E quanto tempo ci vuole per conoscerla? E ancora, riusciremo mai a conoscerla tutta, nonostante una lunga frequentazione? Sono domande che ci pongono questi versi del poeta, critico letterario, giornalista e diplomatico colombiano Juan Gustavo Cobo Borda (Bogotà, 1948). Naturalmente non si può ridurre tutto a una mera formula matematica, le risposte sono varie e mutevoli, soggette a ulteriori varianti (chi guarda con gli occhi dell’amore, chi invece già sulla china del disinganno, chi obnubilato dalla routine). Io so che è sempre piacevole però scoprire utilizzando il metodo suggerito da Cobo Borda…

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Dipinto di Jack Vettriano

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LA FRASE DEL GIORNO  
È
così trascurabile ogni poesia amorosa, / così pleonastica, / che non posso evitare di scriverla. 
JUAN GUSTAVO COBO BORDA, Russando al sole come una foca delle Galápagos

venerdì 6 maggio 2011

Sebbene invisibile


GUSTAVO ADOLFO BÉCQUER

XVI. SE AL FRUSCIO DELLE CAMPANELLE BLU

Se al fruscio delle campanelle blu
sul tuo balcone
credi che sospirando passi il vento
mormorante,
sappi che nascosto tra le verdi foglie
sospiro io.

Se al risuonare confuso alle tue spalle
di un vago rumore,
credi che per nome ti abbia chiamato
una voce lontana,
sappi che tra le ombre che ti circondano
ti chiamo io.

Se si turba impaurito a notte fonda
il tuo cuore,
al sentire sulle tue labbra un soffio
avvolgente,
sappi che, sebbene invisibile, al tuo fianco
respiro io.

(da Rimas, 1871)

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No, non è uno stalker, come potrebbe sembrare a prima vista, ma la voce delicata di un poeta che non riesce ad esprimere il suo amore. Il sentimento non è presente, ma assume i toni ora malinconici del passato, ora dolci del desiderio ancora da appagare, attraverso le parole di Gustavo Adolfo Bécquer, poeta spagnolo dell’Ottocento. Un amore idealizzato ma non per questo meno vero, un amore profondo e unilaterale che vive della bellezza ammirata e che riesce a manifestarsi solo nell’immaginazione, anche lì sommessamente: un piccolo suono, un refolo di vento, un soffio nella notte.

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L. BURGESS, “THE GAZING BALL”

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LA FRASE DEL GIORNO  
L’amore non è realizzazione, è amore. 
GIORGIO SAVIANE, Il terzo aspetto

giovedì 5 maggio 2011

Cos’è l’arte? (XXI)

 

HENRI MATISSE

“Non c'è niente di più difficile per un pittore veramente
creativo del dipingere una rosa, perché prima di tutto
deve dimenticare tutte le altre rose che sono state dipinte”

Henri Matisse, “Frutta e caffettiera”
olio su tela, 1898 / San Pietroburgo, Museo Hermitage

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GEORGES BRAQUE

“Nell’arte una sola cosa importa, quello che non si può spiegare”

Georges Braque, “Piatto di frutta e vetro”
collage e carboncino su carta, 1912 / collezione privata

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AUGUSTE RODIN

“L'arte è contemplazione, è il piacere dello spirito che penetra
nella natura e scopre che anch’essa ha un’anima”

Auguste Rodin, “Il pensatore”
bronzo e marmo, 1902/ Parigi, Museo Rodin

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni arte è imitazione della natura.
SENECA

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