giovedì 15 giugno 2017

Una notte serena


MARK STRAND

MARE NERO

Una notte serena mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fin sul tetto di casa e sotto un cielo
cosparso di stelle ho guardato il mare, la sua distesa,
le creste mobili spazzate dal vento che divenivano
lacerti di trina lanciati nell’aria. Ristetti nel sussurro
protratto della notte, in attesa di qualcosa, un segno, l’approssimarsi
di una luce distante, e immaginai che ti facevi vicina,
le onde buie dei  capelli che si fondevano con il mare,
e il buio si fece desiderio, e il desiderio la luce incipiente.
La prossimità, il calore momentaneo di te mentre stavo
lassù da solo a contemplare le ondate lente del mare
frangersi sulla riva e farsi per un poco vetro e scomparire…
Perché credetti che saresti uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti dovuta venire solo perché io ero qui?

(Black Sea, da Uomo e cammello, Mondadori, 2007 - Traduzione di Damiano Abeni)

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In questi versi del poeta statunitense Mark Strand (1934-2015) a risaltare è la forza evocativa dell’immaginazione, capace di creare attingendo alla memoria e al sogno, ma spicca altresì quello che è il procedimento poetico: dalla contemplazione della natura emerge il simbolo, che si trasforma lentamente in poesia per poi svanire. Le domande nel distico finale puntano invece umilmente sulla propria persona: perché io dovrei essere amato? Perché proprio a me si manifesta la poesia?

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 Mare

FOTOGRAFIA © THRUXTONRIDER

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LA FRASE DEL GIORNO
L’attenzione di un poeta si fissa nella zona dove l’interno incontra l’esterno, dove la sensibilità poetica incontra il tempo atmosferico, la strada, la gente, la zona d’ombra tra il sé e la realtà.
MARK STRAND, Paris Review, n. 148, Autunno 1998

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